Fog, la recensione dell'horror cult di John Carpenter

Nel 1980 il regista americano firma un horror a basso budget ma dalla grande atmosfera, dove la nebbia nasconde insidie e un mistero secolare.

recensione Fog, la recensione dell'horror cult di John Carpenter
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La cittadina costiera di Antonio Bay, in California, sta per celebrare il centesimo anniversario della sua fondazione quando cominciano ad avvenire degli inquietanti fenomeni di carattere paranormale: gli allarmi delle macchine suonano all'impazzata e specchi e vetri vanno in frantumi senza motivi apparenti. Ad avere la peggio è l'equipaggio di un'imbarcazione da pesca che, dopo aver visto un fitto banco di nebbia avanzare verso di loro dal largo, viene ucciso a sangue freddo da dei misteriosi individui armati di uncino spuntati dalla coltre bianca.
Questi sono le anime senza pace di Blake e dei suoi uomini, in cerca di vendetta dopo essere morti in circostanze orribili proprio un secolo prima per colpa degli abitanti di Antonio Bay. E quando il fenomeno atmosferico si ripresenta, questi spettri alla ricerca di giustizia colpiscono i discendenti dei loro aguzzini.

Dietro la nebbia... la paura!

Solo qualche settimana fa, in concomitanza col relativo passaggio televisivo, avevamo parlato del mediocre remake datato 2005, una pallida copia dell'originale nonostante fosse stato avallato dallo stesso John Carpenter. Approfittiamo nuovamente della programmazione sul piccolo schermo per trattare da vicino il cult diretto dall'amato regista americano nel 1980, dopo il grande successo di pubblico di Halloween - La notte delle streghe (1980).
Cult è il termine che più si addice a un film come Fog, accolto tiepidamente dalla critica alla sua uscita ma giustamente rivalutato nel corso degli anni.
Ci troviamo infatti davanti al classico esempio di genio e inventiva nella gestione di un budget limitato - poco più di un milione di dollari - usato tutto o quasi sull'atmosfera e sul senso di costante tensione che attanaglia lo spettatore per l'ora e mezza, scarsa, di visione.
L'inizio è di quelli che non si dimenticano e dopo il prologo, nel quale un anziano "lupo di mare" racconta ai bambini assiepati attorno al fuoco una classica fiaba dell'orrore di mezzanotte, i primi minuti riescono a suggellare al meglio il contesto ambientale ed effettistico.
L'impressione di trovarsi in una piccola cittadina, con alcuni luoghi simbolo scossi da pseudo-poltergeist e da eventi incontrollabili, traghetta già all'interno di quel mood ansiogeno che caratterizza il resto del minutaggio.

La morte corre sul mare

I rumori e la colonna sonora - curata dallo stesso Carpenter - giocano a tal fine un ruolo fondamentale: i primi, pur nella loro prevedibilità d'esecuzione, provocano i classici "salti sulla sedia", mentre la seconda ha una doppia forza.
Da echi dei Goblin nelle melodie in salsa synth all'utilizzo, ripetutamente in sottofondo, di sirene che si odono in lontananza e snervano volutamente l'ascoltatore, Fog ricrea un inquieto e spasmodico senso d'attesa che non si spegne neanche dopo la resa dei conti finale, in quanto l'epilogo regala ancora una sorpresa.
Il film vive delle atmosfere tipiche di quel periodo e trasforma gli scarsi mezzi in virtù, tramite trucchetti facili ma efficaci e scene di pura suspense che richiamano un universo slasher e home invasion a seconda dell'occasione. La nebbia è il peggiore dei nemici in quanto nasconde il pericolo e la citazione da Edgar Allan Poe - "Tutto quello che vediamo, quel che sembriamo, non è che un sogno dentro a un sogno" - in apertura chiarisce al meglio gli intenti del cineasta nella gestione di un male intangibile che si scopre lentamente e diventa reale.
Il character design degli spiriti vendicativi, ricalcati sull'iconografia piratesca ma sempre nascosti in volto, è ulteriore elemento di fascino.

La stessa scelta del gruppo di personaggi principali permette di variare le situazioni del racconto, con la figura della DJ che acquista sempre più importanza, narrativa e logistica.
La posizione della stazione radio, situata sul faro che permette di avere una visione a 360° dell'intera cittadina, offre infatti dinamiche inedite ed è determinante per le altre figure coinvolte.
Il cast si rivela idoneo alle rispettive controparti, con la leggendaria coppia madre-figlia formata da Jamie Lee Curtis e Janet Leigh, Adrienne Barbeau (ai tempi moglie del regista) e Hal Holbrook nelle vesti del prete a dominare la scena nei vari collanti del racconto, equilibrato da scelte di montaggio dall'alternanza calibrata al millimetro.

Fog La brevità di visione non inficia l'esaltazione delle atmosfere, febbrili e spettrali, che caratterizzano il cuore pulsante di un horror cult di inizio anni '80. Il maestro John Carpenter non si fa scoraggiare dal basso budget, finendo anzi per innalzare le dosi d'inventiva e regalare una perla ricca di spunti affascinanti. Il nemico di origine sovrannaturale che si nasconde nella nebbia, per poi diventare tangibile pur nella sua essenza mortifera, permette al regista di giocare con lo sguardo del pubblico e di inscenare un'escalation tensiva delle grandi occasioni, magnificamente supportata da soluzioni sonore che creano un palpabile senso di disagio e di attesa per ciò che sarà e restituendo, pur nella scarsità effettiva di location, un senso di avvolgente timore su quanto avverrà da lì a poco nella cittadina costiera di Antonio Bay. Tra antichi diari, croci salvifiche e uncini mortali, la caratterizzazione piratesca dei ritornanti senza pace e l'approccio iconoclasta nei confronti dei padri fondatori, colpevoli postumi ma non meno punibili, rispecchiano paradossalmente situazioni odierne. Nonostante i quarant'anni sul groppone, Fog si rivela ancor oggi una visione appagante e avvincente, lontana anni luce dal deprecabile remake realizzato nel nuovo millennio. Il film andrà in onda sabato 18 luglio alle 21.35 su MEDIASET ITALIA 2.

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