Fino all'ultimo indizio, la recensione del nuovo thriller con Jared Leto

Il nuovo crime thriller scritto, prodotto e diretto da John Lee Hancock guarda a Seven per un'indagine anni '90 con Denzel Washington e Rami Malek.

Fino all'ultimo indizio, la recensione del nuovo thriller con Jared Leto
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Anni '90, Los Angeles. Il vice sceriffo della contea di Kern, Joe "Deke" Deacon (Denzel Washington), viene richiamato dalla LAPD per raccogliere delle prove relative a un recente omicidio. Deacon era il migliore del distretto prima che qualcosa andasse storto e venisse forzato a lasciare il suo posto da detective dai superiori per essere spedito ai margini della California, tra sabbia e caldo. Tornato a Los Angeles per un tocca e fuggi lavorativo, Joe entra in contatto con il nuovo pupillo del distretto, Jimmy Baxter (Rami Malek), che accompagna sulla scena di un efferato omicidio dove Deacon nota delle somiglianze con un suo importante e precedente caso mai risolto, legato a un serial killer ancora - presumibilmente - a piede libero.

Comincia per il vice sceriffo un viaggio nei ricordi di un tormentato passato che lo costringerà a fare i conti con demoni mai realmente sopiti, specie quando durante le indagini si convincerà di aver trovato finalmente il suo colpevole in Albert Sparma (Jared Leto), scendendo sempre più in profondità in una tana di rimorsi e ossessioni insieme a Baxter. Lo scopo è trovare le prove che decretino oltre ogni ragionevole dubbio la colpevolezza di Sparma, fino all'ultimo indizio (come suggerisce il titolo italiano), facendo attenzione a ogni singolo dettaglio, anche e soprattutto alle piccole cose (come invece recita il titolo americano), che sono poi quelle "che ti fanno catturare", come indica lo stesso Deacon.

Un occhio a Fincher

Dopo la parentesi Netflix con l'interessante Highwaymen - L'ultima imboscata, il poliedrico John Lee Hancock sceglie di approfondire il thriller poliziesco con un nuovo progetto da lui scritto, prodotto e ovviamente diretto. Da The Blind Side a oggi, Fino all'ultimo indizio è probabilmente il film più autoriale di Hancock, anche quello in cui si percepiscono tutte le sue virtù estetiche e contenutistiche, in termini di stile e tematiche, e al contempo i suoi vizi così puntualmente reiterati lungometraggio dopo lungometraggio, dal dramma in senso stretto al biopic.
In linea di massima, Hanckock è un autore intelligente e spesso sottovalutato a causa di una certa mancanza di incisività generale delle sue opere, che sanno restare senza però imprimersi a fondo nei ricordi dei cinefili appassionati o del grande pubblico generalista. Questo si intuisce dal suo film più famoso, The Blind Side, ma anche dall'oblio in cui è finito nell'immediato un film splendido come Saving Mr. Banks, con parti di una bellezza magistrale e altre, purtroppo, piene zeppe di retorica bonaria e ovattata.

Fino all'ultimo indizio si discosta dalla produzione generale dell'autore e prende il largo guardando a David Fincher come riferimento. Sembra davvero non ci siano altre soluzioni narrative in gioco se non quelle già adoperate dal regista di Mank nei suoi straordinari Seven e Zodiac, che sono i punti di riferimento principali di Hancock insieme a qualche ispirazione proveniente dal Collezionista di ossa di Philip Noyce. Un film che guarda indietro agli anni '90 o primi del 2000 tanto nella composizione del racconto quanto nell'architettura della scena, essendo la storia proprio ambientata in quegli anni, e volontariamente, così da non sbagliare taglio e rendere chiare le intenzioni e pure l'omaggio.

Per quanto concerne le prime, il lavoro filologico di Hancock è molto interessante in termini di non spettacolarizzazione dell'indagine, che segue dei binari chiari e prevedibili contro ogni forma di whodunit, cercando invece di addentrarsi più a fondo nelle linee caratteriali dei suoi protagonisti, provando a comprenderne emozioni e sensazioni. L'uomo è al centro del racconto, non il caso, e dunque le ricerche e gli indizi sono in realtà collegati a Deacon, a Baxter e a Sparma in quanto esseri umani fragili e fallaci, non come detective e sospettato. L'indagine è un pretesto per parlare di errori e ossessioni, per mettere in contrasto due modi di pensare che in realtà condividono lo stesso destino, oltre ogni salto generazionale, oltre qualsiasi forma d'egocentrismo possibile.

C'è il caso, c'è la famiglia, ci sono gli incubi e il desiderio assennato di risolvere un crimine efferato come un omicidio: tutte cose per cui si può decidere di agire soli o condividere le proprie angosce con altri, sperando di trovare una mano da stringere o una spalla amica su cui contare nei momenti più bui.
In verità e contro ogni aspettativa, Fino all'ultimo indizio affronta anche il tema dell'omertà tra poliziotti in modo alquanto unico e interessante. Elemento che viene fuori in modo deciso dalla sceneggiatura, via via che si prosegue a snodare l'intreccio, ma poi anche grazie alle interpretazioni molto sentite di Denzel Washington e Rami Malek, che insieme formano una coppia convincente di cui proprio lo stesso Fincher andrebbe fiero.

Il valore aggiunto dell'opera, comunque, è Jared Leto nel ruolo di Sparma, che è probabilmente il miglior ruolo da lui interpretato sin dai tempi di Dallas Buyers Club. C'è metodo nella sua performance, ma questo ormai fa parte della sua cifra attoriale, solo che il suo nascondersi dietro e dentro al personaggio è questa volta accompagnato nuovamente da una solida e inquietante interpretazione che gli vale tutte le nomination che sta ottenendo, anche senza vincere. Il suo Sparma è un personaggio contorto e provocatorio, sguaiato, viscido eppure di grande fascino. Al suo arrivo, il film cambia completamente marcia dopo un'ora abbondante di giri su se stesso, mantenendo comunque l'Uomo prima del Caso. Hancock gioca in modo pruriginoso con il genere, facendoci credere che Fino all'ultimo indizio sia qualcosa mentre invece è altro, ma questo lo si capirà purtroppo soltanto nel terzo e ultimo atto, quello in cui tutto viene messo a fuoco e che potrebbe deludere o compiacere più di uno spettatore. Un aspetto ambivalente di un film trivalente che trova la sua forma e dedizione nei suoi tre bravissimi interpreti e nella capacità dell'autore di intessere una storia alla Kansas City Shuffle, convincendoci di essere Fincher quando in verità vuole solo scimmiottarlo.

Fino all’ultimo indizio Fino all'ultimo indizio è il film più autoriale di John Lee Hancock finora, quello in cui emergono decise tutte le sue virtù stilistiche in termini d'estetica e contenuto, ma anche i suoi vizi più reiterati, come ad esempio una decisa e sofferta mancanza d'incisività. Al netto di una storia e di un'atmosfera che guardano a Fincher o a Philip Noyce e a tre interpretazioni valide e convincenti, specie quella di Jared Leto (al suo meglio dai tempi di Dallas Buyers Club), il film non riesce infatti a trovare una quadra decisa tra indagine e psicologia caratteriale, tra uomo e caso, tra prima e ultima parte, che possa elevarlo oltre un discreto risultato. Buone le tematiche, buona l'esecuzione, buona la conclusione.

6.5

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