Final Portrait, la recensione del nuovo film di Stanley Tucci

Il giorno in cui James Lord ha commissionato un ritratto ad Alberto Giacometti è iniziata un'odissea infinita ed eterna, raccontata oggi da Stanley Tucci.

recensione Final Portrait, la recensione del nuovo film di Stanley Tucci
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Chi conosce poco il mondo dell'arte, e i processi creativi in senso stretto, probabilmente pensa che generare un'opera sia un processo quasi meccanico, naturale. Crede che ogni artista sia abituato a sfornare dipinti e sculture in serie come fosse parte del suo destino, senza troppo sforzo, peccato (o per fortuna) che le cose non vadano quasi mai in questo modo. La storia è piena di grandi figure che hanno fatto di ogni opera un vero e proprio parto, l'atto finale di un processo lungo e sofferto fatto di sangue, sudore, follia e genio. Una di queste è certamente Alberto Giacometti, pittore, scultore e incisore svizzero scomparso nel gennaio del 1966. Un maestro "silenzioso" che molti stanno riscoprendo proprio in questi ultimi anni, un artista che prima di morire ha lasciato al mondo un ritratto particolare, sofferto, la cui creazione è diventata prima un libro e ora un film, per la regia appassionata e delicata di Stanley Tucci: Final Portrait. Il grande attore americano ha confezionato il suo quinto film da regista partendo dagli eventi contenuti all'interno di Un Ritratto di Giacometti, libro attraverso cui James Lord racconta in prima persona la vera esperienza avuta con l'eclettico maestro nel fargli da modello per un ritratto nella Parigi degli anni '60. Un'avventura che sarebbe dovuta durare poche ore, al massimo un pomeriggio, finita per diventare una vera e propria odissea.

La perfezione inesistente

Giacometti non era certo famoso per essere una persona equilibrata e con uno spiccato senso del tempo e del dovere. Capitavano giorni in cui i progressi del dipinto avanzavano di appena pochi tratti, interrotti dalla follia o dal senso di irrequietezza che sovente catturava la mente e il corpo dell'artista. Il tutto mentre James Lord, ignaro ostaggio a servizio dell'arte, continuava a rimandare appuntamenti e voli oltreoceano, intento a finire ciò che con troppa leggerezza aveva iniziato. Stanley Tucci evita appositamente di girare un biopic nel senso classico del termine, raccontando in modo sterile vita, morte e miracoli di una determinata figura; al contrario si focalizza soltanto sulla creazione del ritratto di Lord, su un momento ben preciso della storia personale di Giacometti per raccontare qualcosa di universale.
Nell'atteggiamento sopra le righe dell'artista si nasconde infatti una velata lezione d'arte, che spiega al pubblico (colto e meno colto) quale fatica faccia talvolta un artista nell'elaborare un'opera e quanto sia doloroso rincorrere la perfezione. Una perfezione che, per stessa ammissione di Giacometti, non esiste e mai esisterà, nonostante questo il pittore svizzero era solito cancellare e ricominciare il suo lavoro più e più volte, convinto di poter costantemente migliorare la sua mano e i suoi tocchi.

Lo scontro eterno

Tornando a James Lord poi, il dipingere vero e proprio prendeva solo una piccola parte dei giorni, il resto del tempo di Giacometti veniva speso fra lunghe passeggiate, pasti fugaci, avide bevute, litigate e rapporti passionali. Le litigate spettavano solitamente alla compagna ufficiale del pittore, mentre le luci rosse erano tutte riservate a una prostituta parigina eletta a musa eterna. Tutti elementi che Lord ha conosciuto in modo diretto, come un personaggio passivo che interviene solo raramente nella storia, e passa il resto del tempo a spiare dal buco della serratura. Del resto non poteva fare molto altro, la parola di Giacometti doveva essere sempre l'ultima, bastava un elemento fuori posto per scatenare autentiche tempeste emozionali. Uno sguardo di troppo poteva cancellare ore e giorni di faticoso lavoro, allo stesso modo una parola in più o una in meno. Fra le due figure principali della storia si è instaurato dunque un rapporto di amore e odio, rispetto e violenza, arte e noia, passione e tempi morti, un match serrato di emozioni affidato al premio Oscar Geoffrey Rush e Armie Hammer, sulla cresta dell'onda dopo il ruolo in Chiamami col tuo nome.
Se nel film di Guadagnino il personaggio del possente attore americano stringe un rapporto sentimentale ed eterno con la sua controparte, in Final Portrait prova invece repulsione e odio per il suo compagno di viaggio, nonostante un rispetto di fondo. Ogni evoluzione del dipinto viene da Lord fotografata e ammirata, in attesa di un'apoteosi finale che si lascia desiderare, mentre ogni scatto d'ira di Giacometti, ogni ora persa rincorrendo qualche vizio passeggero, vengono respinti con sempre più dolore, sempre più sofferenza con il passare delle settimane.


Oltre la superficie

Tutti elementi che, alla fine del viaggio, James Lord capisce essere fondamentali e utili al processo creativo, necessari a donare all'opera d'arte (come alla vita in generale) un senso, un significato profondo che vada oltre la superficie. Un messaggio diretto che Stanley Tucci inserisce fra le pieghe di un'opera deliziosa, ben scritta e ben girata, che tiene lo spettatore per mano e lo porta nell'umido e poco accogliente studio di Alberto Giacometti per essere parte del racconto. Nel buio della sala bastano pochi minuti per diventare parte del film, spettatori attivi di una storia fuori da ogni schema, imprevedibile, appassionante e sfiancante.
Esattamente come il povero James Lord nel film, anche da spettatori si prova stanchezza e voglia di scappare, di andar via durante l'ennesimo scatto dell'artista, eppure fa tutto parte dell'esperienza. Una passeggiata con andatura lieve nel mondo dell'arte più sanguigna, autentica, che nasce dallo stomaco più che dalla mente lucida. Temi importanti e di una certa caratura, raccontati però con un linguaggio semplice e diretto, adatto alla maggior parte del pubblico.

Final Portrait Il Final Portrait di Stanley Tucci è dunque un inno e un omaggio all'arte e al processo creativo che si cela dietro ogni opera, non soltanto la storia di un ritratto travagliato e del suo autore. Se Armie Hammer è un modello paziente e gentile, nonostante la frustrazione, Geoffrey Rush è un Alberto Giacometti folle e geniale, misurato e irregolare, complesso e superficiale, vero valore aggiunto del film. Film che, senza mai peccare di presunzione, si lascia guardare con gusto, trasportando lo spettatore all'interno della storia. I sentimenti cangianti di James Lord diventano i medesimi del pubblico, nella frustrazione e nella gioia, grazie a una sceneggiatura e a una direzione generale ben realizzati.

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