La Fiera delle Illusioni Recensione: la truffa di Guillermo Del Toro

Guillermo Del Toro firma uno dei suoi film più ambiziosi e particolari, non sempre centrando il bersaglio. Ma Nightmare Alley funziona comunque.

La Fiera delle Illusioni Recensione: la truffa di Guillermo Del Toro
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Quando era ai suoi albori, la Settima Arte era un gioco fatto di illusioni e finzioni, in cui molto spesso emergeva la figura di un imbonitore che guidava il pubblico alla scoperta di meraviglie mai viste prima. Con La fiera delle illusioni, Guillermo Del Toro non soltanto traspone il romanzo del 1941 (Nightmare Alley) di William Lindsay Gresham in un ambizioso blockbuster cinematografico dal cast prestigioso e corale, ma decostruisce il cinena, la sua idea di cinema, in un racconto ciclico che parla di inganni e declino. In sala dal 27 gennaio (tra gli ultimi film al cinema di gennaio 2022), la nuova pellicola del regista Premio Oscar (vi invitiamo a recuperare la nostra recensione de La forma dell'acqua) non è un'opera esente da difetti, ma rappresenta indubbiamente uno dei lavori più complessi e coraggiosi dell'autore messicano.

Un cerchio drammatico

La fiera delle illusioni è un film lungo, stratificato e prolisso, che tenta costantemente di ingannare lo spettatore sulla natura stessa del racconto. Vive di più anime, quasi come se in uno stesso film Del Toro avesse voluto accorpare più lungometraggi.

Come nelle grandi storie di formazione e decostruzione, Nightmare Alley segue una parte consistente della vita di Stan Carlisle (un istrionico e convincente Bradley Cooper), un giostraio ambizioso ma di umili origini. Capitato quasi per caso in una fiera e trasformatosi, in poco tempo, da semplice bracciante ad apprendista imbonitore, Stan apprende la fascinosa ed elegante arte dell'inganno, scegliendo ben presto di abbandonare le modeste condizioni di un comune circo errante per trovare fortuna nelle grandi città insieme alla sua amata Molly. Ma sarà proprio nel suo più alto momento di gloria, all'apice di una carriera prestigiosa e di una vita nel lusso sfrenato, che sul suo cammino si frappone Lilith Ritter (una magnetica Cate Blanchett), una psichiatra astuta e manipolatrice, fredda e calcolatrice, che metterà ferocemente alla prova gli sguardi, la mimica e la parlantina imbonitrici del maestro di tutti gli inganni.

Insomma, Nightmare Alley è una classica storia di fama e declino, di ascesa all'Olimpo e di capitombolo all'inferno, ma lo è senza mai esagerare, senza uscire dagli schemi di un affascinante e raffinato noir d'altri tempi. È anche un film piuttosto lungo, complesso da digerire per un pubblico poco avvezzo a due ore e mezza di dialoghi serrati, quasi totalmente prive d'azione e persino distanti dal cinema fantastico, orrorifico e astratto che da sempre porta la firma indelebile di Del Toro.

Del Toro oltre Del Toro

Eppure, ne La fiera delle illusioni, c'è qualcosa che non funziona fino in fondo. Una sceneggiatura sì coraggiosa, che dall'adattare le pagine del romanzo d'origine si trasforma in una peculiare visione di Del Toro sulla magia illusoria del cinema, ma a tratti fin troppo densa di un contenuto che non approfondisce del tutto la psicologia e l'evoluzione dei suoi attori principali. Perché, se spiccano le performance di un cast brillante e splendido (quest'ultimo è, a nostro modo di vedere, il vero plusvalore di tutta l'opera), non sono molti i guizzi che permettono di capire fino in fondo le motivazioni di alcuni protagonisti o di certi snodi fondamentali di tutta la vicenda. Pochi virtuosismi in fase di scrittura, seppur con un finale d'impatto e a suo modo geniale, non poche invece le intuizioni registiche e visive di Guillermo Del Toro.

Ben lontano dal suo horror mostruoso e viscerale, e ancor di più dalle sue massime incarnazioni action, il regista di Hellboy e Pacific Rim confeziona una pellicola che rimane saldamente ancorata al suo amore per gli anni Cinquanta, intrisi in una cornice al limite del retrofuturistico senza rinunciare ad un approccio squisitamente neorealista. Nightmare Alley è, in definitiva, il meno "deltoriano" della produzione di Del Toro, quanto meno nelle idee di scrittura e dello sviluppo del racconto; ma, al tempo stesso, urla a pieni polmoni l'amore del cineasta messicano per la Settima Arte. Il risultato è un'opera non perfetta, sicuramente non la migliore a firma Del Toro, ma comunque intrigante e preziosa tanto nel contenuto quanto nella forma.

La Fiera delle Illusioni - Nightmare Alley La fiera delle illusioni non è il miglior film di Guillermo Del Toro, ma è al tempo stesso l'opera forse più peculiare e ambiziosa dell'autore messicano. Il regista di The Shape of Water racconta la sua idea di cinema in quanto inganno e illusione, senza rinunciare al suo amore incondizionato verso il noir e il retrò. Non tutti gli ingranaggi di questa imponente macchina di due ore e mezza sono perfettamente oliati: da una sceneggiatura prolissa e ad una scrittura traballante in alcuni frangenti, elementi che rimangono ben bilanciati con lo stile cupo ed elegante. Un tratto squisitamente e piacevolmente "deltoriano".

7

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