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Fear Street: Parte Tre - 1666, recensione del finale della saga Netflix

La regista Leigh Janiak torna indietro nel tempo fino al 1666 per l'ambizioso ma poco incisivo finale della trilogia di Fear Street.

Fear Street: Parte Tre - 1666, recensione del finale della saga Netflix
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Le vite degli abitanti di Shadyside sono destinate a cambiare per sempre nel terzo e ultimo capitolo della trilogia di Fear Street, Fear Street: Parte Tre - 1666. Il film continua il viaggio indietro nel tempo alla ricerca dell'origine della maledizione di Sarah Fier, iniziato con Fear Street: Parte Uno - 1994 e proseguito con Fear Street: Parte Due - 1978, che filologicamente è anche un viaggio a ritroso nella storia del cinema horror. Ma se il primo episodio aveva tratto ampia ispirazione dalla saga di Scream e il secondo si era calato nelle atmosfere tipiche di Venerdì 13, 1666 come anticipa chiaramente la data che identifica l'ambientazione temporale del film si costruisce in larga parte sulle colonie puritane, sulla prima America terrorizzata dal demonio e affannata dalla caccia alle streghe.
Il paragone più immediato sarebbe il capolavoro The Witch di Robert Eggers, che ha dato i natali cinematografici ad Anya Taylor-Joy, ma accostare quel film a Fear Street: Parte Tre - 1666 significa solo fare un torto al terzo episodio della saga di Leigh Janiak. Dei tre episodi è il meno riuscito ma per certi aspetti anche il più ambizioso.

La maledizione di Sarah Fier

Composto da due macro-sezioni, con la prima rappresentata da un lungo flashback ambientato nel 1666 e la seconda incentrata sul "ritorno al futuro" e alla storia principale iniziata nel presente di Parte Uno: 1994, il terzo episodio della saga tratta dai romanzi di R.L. Stine riporta tutti i membri del cast principale degli altri due film.

L'ambizione è infatti quella di unire i due precedenti nella prima macro-sezione narrativa (quella ambientata nel 1666, nella quale ritroviamo gli stessi giovani attori di 1994 e 1978 ma in ruoli diversi) per poi concludere la vicenda principale ambientata nel presente.
Due film in uno, con lo stesso cast in due momenti temporali diversi. Nel 1666, il film segue una ridente cittadina coloniale che da un giorno all'altro finisce preda di un'isterica caccia alle streghe quando due giovani ragazze del villaggio vengono accusate di aver giaciuto con il diavolo a causa della loro omosessualità.
Nel 1994, dopo aver scoperto la verità sull'origine della maledizione di Sarah Fier, sulla quale chiaramente taciamo per evitare spoiler, Deena e gli altri dovranno trovare un modo per porvi definitivamente fine e liberare una volta per tutte gli abitanti di Shadyside dai pericolosi assassini demoniaci che continuano a essere evocati di generazione in generazione.
Fear Street: Parte 3 - 1666 è sicuramente il più politico del trittico di Leigh Janiak, ma il suo obiettivo primario, quello moralistico a difesa dell'amore libero dai condizionamenti di genere, non giunge a conclusioni particolarmente originali o efficaci, anzi addirittura cela involontariamente risvolti ambigui e contraddittori.
È ovvio che i coloni puritani che maledicono la relazione lesbo delle due protagoniste rappresentino l'ignoranza e la chiusura di pensiero di una parte della società contemporanea, ma associare al demonio l'unico personaggio che si dirà a favore di suddetta relazione appare come una scelta narrativa quantomeno poco ragionata.
Non pervenuti poi i co-protagonisti dei precedenti film, in particolare Sadie Sink, che nella sezione del 1666 non hanno praticamente nulla da fare se non comparire a schermo per il canonico cameo.

Più in generale, tutta la prima parte ambientata nell'America puritana del diciassettesimo secolo è avvolta da una piattezza distaccata che la rende poco incisiva.
Lo stile registico di Leigh Janiak è il medesimo dei capitoli precedenti, e nel suo essere poco adatto all'epoca rappresentata crea uno strano effetto di spaesamento. Al di là di qualche sequenza particolarmente riuscita, la maggior parte del tempo sembra di assistere a una recita scolastica in costume inscenata dai protagonisti dei film precedenti, e forse scegliere un terzo cast avrebbe mitigato maggiormente questo effetto di simulazione. Certo c'è molta coerenza a livello visivo con Parte Uno e Parte Due, tutta l'idea alla base di Fear Street è l'utilizzo di una messa in scena televisiva per far riavvicinare il pubblico dei più giovani ai vecchi horror di ieri, ma applicare questi modi di leggerezza alle situazioni seriose e drammatiche del diciassettesimo secolo è una scommessa che non ha ripagato fino in fondo.
E infatti con la seconda macro-sequenza, che riporta la narrazione nel presente (neanche a dirlo, Parte Tre è il film più corposo della saga in quanto a minutaggio), le cose sembrano migliorare perché si torna ai toni scanzonati già collaudati nei due precedenti film: a quel punto però il tempo a disposizione non è tantissimo e lo spettatore si ritrova in una specie di coda finale che tira le somme il più rapidamente possibile senza badare troppo alle finezze.

Fear Street In definitiva, con Fear Street: Parte Tre - 1666 la regista Leigh Janiak chiude su una nota discendente l’ambiziosa trilogia horror di Netflix tratta dai romanzi di R.L. Stine: la scommessa di spostare la narrazione nel diciassettesimo secolo per provare a piegare quella rigida ambientazione allo stile visivo leggero e scanzonato della saga non ripaga come sperato, e il "ritorno al futuro" dell’ultima macro-sequenza - di nuovo ambientata nel 1994 - si limita a chiudere tutti i conti in sospeso senza mai mettersi in competizione con le riuscitissime scene di violenza e tensione dei due film precedenti. Considerando comunque che l’opera va valutata nella sua interezza, il progetto Fear Street non può che essere promosso.

6

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