Venezia 2011

Recensione Faust

Straordinario, ma difficile, il vincitore del Leone d'Oro 2011

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Sono più di quattrocento anni che il personaggio del Faust, e la sua travagliata storia, ispirano la mente e l'operato degli intellettuali. Una storia leggendaria, quella del dottore ossessionato dai limiti mortali, che stringe un patto con Mefistofele per avere potere e conoscenza. Una storia raccontata in mille modi e tramite pressoché tutti i mezzi della fiction conosciuti all'uomo. Le versioni più famose, ad ogni modo, rimangono le due classiche: quella di Christopher Marlowe e l'epica in tre parti che costituisce l'opera magna di Goethe, a cui in tanti si sono successivamente rifatti.
Il cinema ha incontrato Faust tante volte, spesso anche sotto falso nome, fin dai suoi albori: Méliès stesso, nel 1903, ne realizzò la prima versione cinematografica. Ora è la volta della visione di uno dei più grandi registi russi di sempre, Alexander Sokurov, che rinarra la vicenda con un'ambientazione da primi dell'800 e senza sensazionalismi: qui Mefistofele non arriva in mezzo ad una nube di fumo e zolfo. Qui Faust (Johannes Zeiler) è solo un povero medico squattrinato con ambizioni ben più alte delle sue realistiche condizioni umane e intellettive, mentre il diavolo (o colui che lo rappresenta, nella forma di un usuraio ambiguo e repellente 'splendidamente' dipinto da un ispiratissimo Anton Adasinsky) non ha bisogno di proclami o di suadenti lusinghe, lunghi baffi appuntiti e corna. Gli basta essere presente, tentazione a portata di mano ed irresistibilmente umana.

Colui che vendette l'anima al diavolo

Alexander Sokurov, con il suo Faust, conclude la sua personalissima tetralogia, dopo Moloch, Taurus e Il sole. Quattro film su quattro controversi personaggi dotati di uno straordinario potere, un potere troppo grande per mani mortali. A differenza dei precedenti tre film, tuttavia, che vedevano protagonisti tre personaggi storici reali in tutto e per tutto (Hitler, Lenin e l'Imperatore Hirohito) questa volta Sokurov prende in esame un personaggio leggendario, oltretutto diametralmente opposto, perché ottiene il 'potere' solo nell'ultimo spicchio di film, a differenza degli altri. È però, questo, un potere che trascende i limiti militari e giurisdizionali in cui erano imbrigliati gli altri tre. E non certamente un potere sulla bocca di tutti. A differenza degli altri protagonisti della tetralogia, Faust rimane un uomo comune, potrebbe essere chiunque di noi, e la sua chiave di lettura potrebbe essere proprio questa universalità della sua debolezza umana.
Il cinema di Sokurov, ora più che mai, è incredibilmente umano, vivo eppure decadente, nel suo mostrare l'esistenza (e la morte) dell'uomo così come sono, la presuntuosità di un mero mortale di governare, di conoscere, di imporsi di fronte a qualcosa che non potrà mai conoscere e governare davvero. È tutta una mera illusione, e non si riesce a capire cosa davvero conti e cosa no.
Le persone infelici sono pericolose” scrisse Goethe in proposito, e la condizione umana, dopotutto, secondo gran parte della filosofia mondiale, è di costante inappagamento. Naturale, in fondo rivedersi in Faust per chiunque, in un momento (?) di debolezza. Cosa conta e cosa no, amare o possedere? In Faust c'è un'aspirazione al miglioramento, che siccome non può essere raggiunto tramite mezzi propri si ricerca in mezzi impropri. E la debolezza umana si estrinseca ancor di più nell'opera sokuroviana perché lo studioso tedesco perde il gusto della scoperta volendo tutto subito, e aspirando al divino, finisce invece a rantolare nei piaceri e nelle scusanti umane più facili e becere.

Mefistofele come la cioccolata fondente

Crediamo che il messaggio da ricercare in questo film risieda in un ribaltamento del concetto di rapporto tra uomo e divinità e uomo e demone, da sempre visto come un rapporto impari, dal quale l'uomo ne esce schiacciato perché gli viene imposta una superiorità dall'alto, perché viene 'costretto' ad agire in un determinato modo per volere superiore. Ma Faust non è spaventato da un essere superiore, che lo convince con la lusinga del potere, in questa versione. Qui Mefistofele è storpio, ributtante, e il patto non è mai proposto in maniera effettiva, ma solo tra le righe. È solo una 'cattiva compagnia', che fa uscire fuori il lato più vero dell'animo del protagonista. Non è colpa del diavolo se Faust sceglie la dannazione in cambio del potere, il destino dell'uomo è nelle mani del libero arbitrio. E alla fine, anche Faust perde la sua partita con la vita, condannandosi all'eterna dannazione con le proprie mani, proprio come i suoi 'emuli' in grande e in piccolo di cui Sokurov ha già narrato precedentemente. Ha a disposizione un potere che gli da' un'ebrezza mai vista, ne approfitta, non fa neanche in tempo a pentirsene, perché non ha avuto quello che sperava, ma solo 'altro', conferma e al contempo diniego della natura umana.
Una perfetta quadratura del cerchio.

Il vero cinema non è dunque per tutti?

Insomma, una ricostruzione fedele, ma anche assolutamente personale, ottimamente incastonata in un progetto autoriale di altissimo livello, realizzato con pochi mezzi, ma sicuramente i migliori di cui poteva disporre Sokurov in terra natia. Facendo di necessità virtù, il regista russo ha sfruttato al meglio un cast poco noto ma perfettamente in parte e delle scenografie povere ma perfettamente aderenti allo spirito dell'opera, giocando molto sulle atmosfere e sulla fotografia per imprimere una propria idea all'opera tutta. Fin qui vediamo la maestria di un grande del Cinema, che non si piega davanti a nulla pur di portare a compimento il suo lavoro e la sua idea di narrazione.
Il problema di Faust, tuttavia, sta proprio nel suo essere cinema impegnato, fieramente conscio di essere ostico e destinato ad un pubblico ristretto. Sokurov non fa nulla per agevolare lo spettatore nella visione, anzi si direbbe sadicamente deciso a farlo patire insieme ai suoi protagonisti.
Due ore e un quarto di film denso di estenuanti dialoghi a volte metafisici a volte surreali, senza un apparente filo conduttore, senza musiche d'impatto, senza scene madri. Un'opera teatrale svuotata della teatralità, in cui rimane il genuino sentimento dell'essere, ma che solo lo spettatore attento e volenteroso può cogliere.

Faust Un film così formalmente bello e significativo non può che ricevere apprezzamenti e premi, come del resto dimostra il Leone d'Oro ricevuto a Venezia quest'anno. Tuttavia, Faust porta con sé tutti i pregi/difetti del cinema 'd'alto rango', quello ricercato e culturale, e dunque non facilmente fruibile da chiunque. Anzi Sokurov lascia intendere che il suo film sia volutamente difficile, un po' per compiacere gli accademici, un po' forse per volontà di educare il pubblico. Impresa invero difficile visti i trend attuali al botteghino, ma noi gli auguriamo ugualmente il successo che merita, e abbiamo cercato di fornire un punto di vista e di partenza per chi voglia provare a seguirlo. Fermo restando che siamo ugualmente convinti che, ad ogni modo, si possano realizzar film estremamente significativi anche dal punto di vista umano pur rimanendo più mainstream e accessibili, cosa che dovrebbe essere fondamentale per un prodotto al fine di non essere tacciato, a torto o a ragione, di snobismo.

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