Fahrenheit 451, la recensione del film HBO tratto dal romanzo di Bradbury

Presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2018, il nuovo adattamento del classico della fantascienza è un aggiornamento pertinente ed efficace.

recensione Fahrenheit 451, la recensione del film HBO tratto dal romanzo di Bradbury
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Negli ultimi mesi il Festival di Cannes ha fatto parlare di sé per la nuova clausola nel regolamento che esclude dalle sezioni competitive i lungometraggi che non usciranno al cinema in Francia, mossa dettata dalla controversia per la selezione, nel 2017, di due film prodotti e/o distribuiti da Netflix nel concorso principale. Le altre sezioni sono però escluse da queste considerazioni, motivo per cui l'edizione 2018 della prestigiosa kermesse francese ha potuto accogliere, nella fascia oraria di mezzanotte, Fahrenheit 451, a una settimana dal suo debutto televisivo americano su HBO. Una scelta piuttosto sensata sia in termini di glamour (il red carpet ha vantato le presenze di Michael B. Jordan e Michael Shannon) che sul piano cinefilo, trattandosi della nuova trasposizione per lo schermo di un classico della letteratura di fantascienza, già portato al cinema nel 1966 da François Truffaut. Per il nuovo adattamento è stato reclutato il regista Ramin Bahrani (99 Homes), americano di origini iraniane e quindi consapevole della realtà complicata in cui vivono oggi i cittadini statunitensi, una realtà che potrebbe plausibilmente trasformarsi nella distopia immaginata da Ray Bradbury.

Abbasso la letteratura!

Siamo in un futuro lontano, dove i libri sono stati dichiarati illegali e vengono bruciati da apposite squadre di pompieri. Coloro che si ribellano a questo sistema cercano di salvaguardare il patrimonio letterario anche tramite archivi digitali, ma il gruppo guidato da John Beatty (Shannon) e dal suo pupillo Guy Montag (Jordan) si occupa anche della distruzione di server e hard disk, garantendo un'esistenza dove la parola scritta, e i conflitti che possono derivarne, sia praticamente inesistente. Montag però ha dei dubbi sul senso del suo lavoro e, dopo un incidente durante una missione, comincia a chiedersi se il suo incarico sia veramente coerente con i valori su cui si basava la società americana. Sia lui che Beatty iniziano anche a indagare sulla misteriosa parola "Omnis", che potrebbe segnare l'evoluzione della lotta contro i libri.

Fahrenheit Now

Il lavoro di scrittura fatto da Bahrani e Amir Naderi, dotati di un occhio particolarmente critico nei confronti dell'America odierna, fa di questo Fahrenheit 451 l'adattamento giusto per i nostri tempi: l'evocazione delle cause del divieto dei libri allude direttamente al fenomeno dilagante delle fake news, mentre la riscrittura della storia del Paese a opera del governo non può non ricordare la celebre uscita di Kellyanne Conway, portavoce della Casa Bianca di Donald Trump, sui "fatti alternativi". Molto efficace anche la scelta di aggiornare le modalità di lettura al giorno d'oggi e di rendere i pompieri delle star del web, ingredienti essenziali della creazione di un mondo sempre più automatizzato il cui fascino visivo e concettuale compensa certe sparute scorciatoie di sceneggiatura dettate dalla durata un po' misera (100 minuti scarsi, titoli di coda inclusi). Sebbene questo sia tecnicamente un prodotto televisivo, possiamo affermare, grazie al passaggio in sala a Cannes, che Fahrenheit 451 ci regala uno dei migliori cattivi cinematografici del 2018, ossia il Beatty di Shannon, la cui nota intensità un po' inquietante è usata ai massimi livelli per ricordarci che la realtà non è nettamente divisa in bene e male, e che il futuro raccontato nel film non è più un'eventualità tanto improbabile.

Fahrenheit 451 Ramin Bahrani e la HBO riportano sullo schermo il classico di Bradbury, già adattato cinquant'anni or sono da Truffaut. Il futuro distopico immaginato dal grande scrittore è più vicino alla realtà di quanto si possa immaginare, il film lo esplicita rendendo la società ancora più in balìa della tecnologia e delle notizie fasulle. Qualche sfumatura va persa a causa della brevità del lungometraggio, ma il mondo concepito dal regista è inquietante al punto giusto, con un Michael Shannon che regala l'ennesima grandissima performance da cattivo.

8.5

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