Recensione Everyday Rebellion

Un viaggio attraverso i molteplici movimenti di ribellione creativi e pacifici che animano il nostro presente

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Se l'11 settembre 2001 è diventata una data simbolica ma anche un punto di non ritorno nell'immaginario collettivo per quanto riguarda la violenza dei conflitti tra popoli di uno stesso mondo, il film documentario Everyday Rebellion - L'arte di cambiare il mondo (a firma dei registi iraniani Arash e Arman Riahi) arriva nelle sale proprio a ridosso di questa data-simbolo, a testimonianza invece di tutte quelle forme di manifestazione non-violenta che attraversano trasversalmente il nostro mondo. Un messaggio di pace che assume colori e tonalità diverse a seconda dei luoghi in cui nasce e si sviluppa, alimentato dalla creatività e dalle ideologie locali. Everyday Rebellion si ripropone proprio di tracciare questo percorso comune nella sua diversità, mostrando l'operato di alcuni dei gruppi più noti e attivi degli ultimi anni: dalle manifestazioni a Zuccotti Park di Occupy Wall Street, transitando per le ribellioni poste in atto dalla Primavera araba o dagli Indignados di Madrid, per arrivare poi alla dirompente fisicità delle Femen ucraine. Sono i piccoli e grandi gesti/movimenti di ribellione quotidiana che Everyday Rebellion pone sotto la lente d'ingrandimento, nel tentativo di riportare all'attenzione quei piccoli flutti di iniziative non-violente che cercano in qualche mondo di opporsi alla forza ben più solida dell'oceano di violenza che ci inonda ogni giorno che passa con maggiore prepotenza.

I registi Arash e Arman Riah realizzano un'opera che è parte di un progetto più ampio - ovvero un progetto cross-mediale che include non solo il film ma anche digital e social media - per diffondere il messaggio e la conoscenza di tante forme di protesta che utilizzano la creatività e le attività pacifiste - come pilastri di una resistenza e ribellione civile e sociale. In quest'ottica, Everyday Rebellion elabora un interessante collage fotografico che - in primis - riesce a tracciare il filo conduttore di quella passione che gli attivisti (tutti) esprimono per le loro idee di cambiamento attraverso le loro azioni. Da questa prospettiva viene fuori la forza inarrestabile di quell'agire che è da sempre più determinato quanto più è legato a un'idea di miglioramento. Eppure, l'excursus socio-culturale che i due registi fanno attraversando momenti anche molto significativi e intensi (come le immagini del drammatico processo al tribunale all'Aja, nell'ottobre 2012, alla Repubblica Iraniana) sembra non riuscire mai ad affondare le radici in una disamina sociale più forte e contestualizzata. La carrellata di slogan, coreografie, allenamenti di ‘resistenza' assumono così il carattere aspecifico di un manifestare che appare a tratti fin troppo scisso dalla propria ideologia e fonte socio-culturale. In parole povere, Everyday Rebellion s'impegna a mostrarci il risultato finale di un meccanismo di rivolta senza approfondire le dinamiche strutturali ed endogene del meccanismo stesso. In un parallelismo concettuale, la forma (dei movimenti di ribellione così come del documentario) tende via facendo a inglobare i contenuti e a privare dunque l'opera dello spessore politico e sociale cui magari poteva aspirare. Resta comunque un interessante spunto di riflessione che si fa largo soprattutto in alcuni momenti o tramite alcune considerazioni assai degne di nota, come quella di Srda Popovic - che guidò il movimento nonviolento che nel 2000 fece cadere Milosevic in Serbia: "Se devi gareggiare con Tyson è meglio che fai una partita a scacchi".

Everyday Rebellion I registi iraniani Arash e Arman Riahi portano in sala il documentario Everyday Rebellion, una sorta di fotografia itinerante del mondo e delle sue attività rivoluzionarie creative e non violente, che fa a sua volta parte di un progetto cross-mediale più ampio che include oltre al film anche digital e social media. Se da un lato si tratta di un’opera capace di sollevare importanti riflessioni legate a quali siano i tempi e i modi più efficaci per far sentire la propria voce nella rivendicazione dei diritti primari, dall’altro lato i due registi sembrano andare poco a fondo nel merito delle questioni tirate in ballo, lasciando che siano le sole immagini di preparativi e momenti post-manifestazioni a dire la loro.

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