Venezia 72

Recensione Everest

L'islandese Baltasar Kormákur porta al cinema, con un gran cast, la drammatica ed emozionante storia della conquista dell'Everest guidata da Rob Hall, trasformatasi in tragedia nel 1996.

recensione Everest
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Un obiettivo, se non una vera e propria ossessione: raggiungere la sommità della montagna più alta al mondo, l'Everest. Ogni anno, sono in molti a provarci e non si tratta solo di scalatori professionisti ma anche di sportivi di vario tipo, appassionati della montagna, reporter, persone che vogliono dimostrare a se stessi e al mondo di essere in grado di superare i propri limiti. Nonostante la guida di veri e propri esperti, però, non sempre le cose vanno per il verso giusto: il pericolo è costante e la preparazione -fisica e mentale- richiesta è enorme. Perfetto esempio di tutto ciò arriva dalla drammatica storia di Rob Hall, alpinista neozelandese co-fondatore della Adventure Consultants, società dedita all'organizzazione di escursioni e scalate che, di fatto, ha creato il mercato della "scalata all'Everest", portando, a pagamento, gruppi di avventurieri fino in cima, per poi riportarli (si spera sani e salvi) al campo base. Nel 1996, però, qualcosa va storto e la doppia spedizione guidata da Hall e Scott Fischer incontra serie difficoltà durante la discesa. Non vi diremo di più per non rovinarvi la sorpresa di scoprire da soli gli eventi del film, ma si tratta di una delle vicende più note del moderno alpinismo, trattata in almeno tre libri di altrettanti sopravvissuti alla terribile disavventura.

Into Thin Air

Everest, dell'islandese Baltasar Kormákur, prende ispirazione proprio da uno di questi, Into Thin Air, ed è la seconda rappresentazione filmica della tragica spedizione dopo il film tv del 1997 dal titolo Into Thin Air: Death on Everest. Questa nuova versione è, naturalmente, molto più spettacolare e densa di volti noti del cinema internazionale, tanto da aprire la 72esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia in pompa magna (ma con una accoglienza, c'è da dirlo, gelida come l'Everest da parte della stampa). Kormákur, noto al grande pubblico principalmente per due action thriller come Contraband e Cani sciolti, aveva già (ri)narrato una storia vera di sopravvivenza in situazioni estreme con The Deep, nel 2012, ma Everest è una produzione decisamente più importante e promettente. Almeno nelle intenzioni.

Altissima, purissima, ansiosissima

Nel cast, difatti, figurano Jason Clarke, Josh Brolin, Jake Gyllenhaal, ma anche Keira Knightley, Robin Wright, Sam Worthington e tanti altri interpreti forse meno noti ma che offrono comunque un gran contributo, per quanto a loro concesso dalla sceneggiatura. Il film, difatti, soffre evidentemente per la quantità di personaggi presenti al suo interno, personaggi che Kormákur ha deciso di non tagliare per amor di semplicità ma anzi tenere per cercare di restare quanto più possibile fedele agli accadimenti reali. L'attenzione alla storia vera -al di là della visione "parziale" derivata dal libro originale e dalla necessaria rielaborazione filmica- è difatti notevole, arrivando a riprodurre anche le fotografie ufficiali della spedizione con tanto di pose e abbigliamento dell'epoca. È un pregio che, però, nasconde il difetto della costrizione, andando inevitabilmente a dipingere la storia e la personalità di alcuni personaggi piuttosto che quella di altri, magari altrettanto interessanti: il personaggio di Yasuko Namba, ad esempio, aveva molto altro da dire oltre a quello che si vede (o si intuisce) dalla pellicola.
Procedendo a balzi e spesso in maniera anche lenta e meticolosa, cercando di mostrare quanta preparazione sia necessaria per affrontare un'impresa come la scalata dell'Everest, il film si carica di tanti, troppi sottotesti, apre parentesi che non chiuderà mai o delle quali si libererà piuttosto sbrigativamente, non riuscendo infine neanche a essere spettacolare quanto poteva.

Everest Gli ingredienti per un film d'avventura tragico ed emozionante, dai potenti risvolti emotivi e morali e dall'appeal grafico d'eccezione, c'erano tutti, anche grazie a un ricco cast del quale si nota l'impegno. Ma Baltasar Kormákur mette troppa carne al fuoco, non riuscendo a sviluppare a pieno le potenzialità dello script. Everest dura troppo poco, per quel che vorrebbe/potrebbe narrare: eppure la durata percepita è ben più lunga delle due ore scarse effettive. E anche dal punto di vista della spettacolarità si poteva fare molto di più, sfruttando il 3D per molte più inquadrature mozzafiato e da vertigine: se non ora, quando? Un'occasione sprecata, insomma, per quanto il risultato finale narri comunque una storia che non può che risultare interessante.

6

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