Recensione Escape Plan - Fuga dall'inferno

Stallone e Schwarzenegger in coppia per evadere!

Recensione Escape Plan - Fuga dall'inferno
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Senza alcun dubbio, fin dal mitico decennio degli anni Ottanta, durante il quale, tramite serie del calibro di Rambo e Terminator, divennero le figure cardine di quel machismo reaganiano cinematografico che provvide ad attirare nelle sale vere e proprie flotte di spettatori assetati di liberatoria giustizia a suon di botte da orbi e armi sempre più sofisticate, non poche volte si è fatto vivo il desiderio di vedere uniti all'interno di un unico lungometraggio il newyorkese Sylvester Stallone e l'austriaco Arnold Schwarzenegger.
Desiderio che, in parte esaudito dai primi due capitoli del franchise I mercenari, nei quali, però, condividevano la scena insieme ad altri volti noti del cinema d'azione, da Jason Statham a Dolph Lundgren, passando per Jet Li, Chuck Norris e Bruce Willis, diventa realtà grazie a Escape plan - Fuga dall'inferno, nei confronti di cui il produttore Mark Canton osserva: "Avevo sempre pensato di voler vedere Sly e Arnold sullo schermo insieme; quello che era difficile era trovare un progetto che permettesse di mettere in risalto il meglio di entrambi. Sono stati fantastici ne I mercenari, ma Arnold aveva un ruolo specifico, minore, in questo film, invece, sono entrambi protagonisti".

Il mio amico Arnold

Stallone ricopre il ruolo di Ray Breslin, professionista delle fughe che, senza alcuno strumento e solo per mezzo del suo formidabile ingegno, ha superato qualunque tipo di ostacolo e riesce nell'impresa di identificare i punti deboli di ogni prigione che visita.
Caratteristica che ha finito per renderlo una delle principali autorità mondiali nel campo della sicurezza delle strutture carcerarie, tanto da decidere di accettare un ultimo incarico: evadere da un ultra-segreto e tecnologico penitenziario di ultimissima generazione chiamato "La Tomba".
Senza immaginare, però, di venire ingannato e ingiustamente imprigionato, trovandosi a dover coinvolgere un altro detenuto per poter mettere in atto un audace piano di fuga, ai limiti dell'inverosimile, al fine di evadere da quello che sembrerebbe il più sicuro e inespugnabile carcere mai concepito e costruito dall'uomo.
Detenuto che, incarnato, appunto, da Schwarzenegger, porta il nome di Emil Rottmayer e, prima di finire tra le sbarre, lavorava per il misterioso terrorista informatico Mannhelm.

Due uomini e una gabbia

Ed è il Jim Caviezel de La passione di Cristo (2004) a concedere anima e corpo a Willard Hobbes, sadico direttore del complesso, nel corso dell'ora e quarantacinque minuti di visione che il regista Mikael Håfström - autore, tra l'altro, dell'horror thriller kinghiano 1408 (2007) e dell'esorcistico Il rito (2011) - apre all'insegna del movimento, per poi concentrarsi sulla costruzione dei diversi personaggi una volta che la camera di ripresa finisce tra mura carcerarie che sembrano ricordare in parte 2013 - La fortezza (1992) di Stuart Gordon, in parte Face/off - Due facce di un assassino (1997) di John Woo.
Mura carcerarie al cui interno, per i fan sfegatati del succitato filone, avviene anche una scazzottata tra Sly e Schwarzy, i quali, però, appaiono tenuti piuttosto a freno per adeguarsi in maniera evidente a una sceneggiatura tutt'altro che basata sulle "tamarrate" da action-movie e maggiormente propensa allo sviluppo di un intreccio volto a lasciar emergere rivelazioni e colpi di scena.
Intreccio al cui interno, ovviamente, prende forma in maniera progressiva l'ingegnoso piano di evasione escogitato dalla coppia di protagonisti, contornati da un ricco cast che, al di là del Vincent D'Onofrio di Full metal jacket (1987) e del Vinnie Jones di Lock & stock - Pazzi scatenati (1998), include anche il Sam Neill di Jurassic park (1993) nei panni di un medico.
Coppia di protagonisti destinati a sfoderare soprattutto durante la fase finale dell'operazione le doti che hanno contribuito a farli amare dal pubblico; quando, tra violenti scontri corpo a corpo e strage di cattivi attuata per mezzo di un mitragliatore, ci si chiede, spontaneamente, per quale motivo siano stati coinvolti in una vicenda - comunque non disprezzabile - che, più interessata all'abilità mentale che all'imponente fisicità dei suoi interpreti, poteva tranquillamente puntare su due attori non necessariamente legati al machismo reaganiano di cui sopra.

Escape Plan - Fuga dall'inferno Dopo anni (decenni, a dire il vero) di attesa, Arnold Schwarzenegger e Sylvester Stallone, sotto la regia dello svedese classe 1960 Mikael”Evil - Il ribelle”Håfström, agiscono finalmente in coppia all’interno di un unico lungometraggio. Non aspettatevi, però, la tipica operazione che li vede impegnati a sfoderare in continuazione possenti bicipiti e sofisticate armi ammazza-cattivi, perché, sebbene non risulti privo di scontri corpo a corpo e momenti d’azione, Escape plan - Fuga dall’inferno si concentra in particolar modo sulla preparazione del piano di evasione escogitato dai due protagonisti per uscire da un penitenziario di massima sicurezza. E, complice anche un’indispensabile spruzzata d’ironia, non ci si annoia affatto, ma, con ogni probabilità, Sly e Schwarzy, seppur funzionali, non erano i due nomi più giusti per interpretare una vicenda di questo tipo.

6

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