Escape Plan 2 - Ritorno all'inferno, recensione del film con Sylvester Stallone

Ray Breslin, ora a capo di un'agenzia di sicurezza, deve salvare un suo uomo rinchiuso in una tecnologica prigione sotterranea.

recensione Escape Plan 2 - Ritorno all'inferno, recensione del film con Sylvester Stallone
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In seguito agli eventi del precedente film, Escape Plan - Fuga dall'inferno del 2013, Ray Breslin ha aperto una compagnia specializzata in security che, tra i tanti incarichi, si occupa anche del recupero di ostaggi. Proprio in una di queste missioni in cui ha preso parte il suo team sul campo, formato da Shu Ren, Luke Walken e Jasper Kimbral, una delle persone da portare in salvo perde tragicamente la vita per l'imprudenza dell'ultimo dei tre, colpevole di non aver seguito gli ordini e aver agito di testa propria, che viene così licenziato in tronco dall'agenzia.
Un anno dopo Shu Ren viene rapito insieme al cugino, un ricco uomo d'affari nonché custode di una rivoluzionaria tecnologia, e rinchiuso in una prigione segreta sotterranea, nel tentativo di estirpare al businessman preziose informazioni che potrebbero garantire l'accesso a tutti i satelliti e computer del mondo.
In Escape Plan 2 - Ritorno all'inferno, mentre Shu Ren si trova alle prese con le insidie della struttura, costretto con la forza a partecipare a incontri all'ultimo sangue e torturato affinché riveli quanto a sua conoscenza, Breslin e i suoi amici cercano di trovare un modo per tirarlo fuori da lì e porre fine al folle piano organizzato da una loro vecchia conoscenza...

Una prigione hi-tech

A cinque anni dal primo capitolo, discreto prison-movie che ha avuto il merito di porre finalmente davanti la macchina da presa due leggende action quali Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger (che pur avevano già condiviso il set ma con meno spazio insieme nella saga de I mercenari), ecco arrivare un sequel uscito Oltreoceano direttamente per il mercato home video, salvo trovare una distribuzione nelle sale in Cina, Russia e ora in Italia.
Escape Plan 2 - Ritorno all'inferno è infatti proprio frutto di una co-produzione con il Paese orientale e, nonostante tutte le cover occidentali sbandierino i volti di Sly e della new-entry Dave Bautista, il vero protagonista di questo nuovo episodio è in realtà l'attore marziale Xiaoming Huang, conosciuto dal pubblico nostrano per le sue partecipazioni a Ip Man 2 (2010) e Badges of fury (2013), qui al centro di un racconto che, dopo il breve prologo, ci trascina in un contesto quasi fantascientifico che si distacca notevolmente dalle atmosfere più classiche dell'originale.
Già dai primi minuti, complici anche un montaggio confuso e la particolare somiglianza di due dei personaggi principali, vengono a galla tutti i difetti presenti in una sceneggiatura che, pur partendo da presupposti potenzialmente affascinanti, diventa ben presto un susseguirsi di "momenti WTF" inverosimili e forzati oltremisura.

L'unione fa la forza

Le discrete sequenze di combattimento, in cui il funambolo cinese è occupato per la maggior parte del tempo, lasciando spazio nel finale anche a Bautista e a uno Stallone sempre più stanco e pesante nelle movenze, si alternano a complessi discorsi filosofici che guardano alla cultura orientale e a piani di fuga sempre più complicati e letteralmente impossibili da comprendere, con una manciata di colpi di scena tirati per i capelli che aumentano ulteriormente il senso di spaesamento generale.
Una struttura misteriosa nel sottosuolo, un gruppo di detenuti misti dei quali, per la maggior parte, si ignorano le motivazioni logiche della loro reclusione, e un villain poco carismatico si aggirano come fantasmi nell'avveniristica ambientazione dotata di videocamere di sorveglianza poste in ogni dove, porte elettrificate e una zona santuario in cui di volta in volta i vincitori dei combattimenti possono trascorrere un paio d'ore in una rappresentazione realistica del mondo esterno.
E poi ancora prigionieri dalle marcate caratterizzazioni, su tutti l'improbabile trio di hacker conosciuto come Legione che parla all'unisono, scagnozzi che indossano inquietanti maschere animalesche e rese dei conti a mani nude a uso e consumo del pubblico di appassionati, garantiscono almeno un po' di divertimento a tema, aprendo poi le porte nell'epilogo al già previsto (ma davvero necessario?) terzo capitolo della saga.

Escape Plan 2 - Ritorno all'inferno Sylvester Stallone e Dave Bautista, nomi di punta del cast, sono in realtà solo figure di supporto di questo sequel in cui il vero protagonista è l'attore cinese Xiaoming Huang, qui imprigionato in un'apparentemente inespugnabile prigione sotterranea dotata dei più avveniristici e tecnologici sistemi di sicurezza. Escape Plan 2 - Ritorno all'inferno paga purtroppo tutti i vizi e difetti di una sceneggiatura che gioca troppo sulla sospensione dell'incredulità per risultare realmente appassionante, con le discrete sequenze d'azione che vedono impegnato il numeroso cast all'interno di un'ambientazione parzialmente claustrofobica che non bastano a far chiudere un occhio sul resto. E tra citazioni filosofiche che riportano alla cultura zen e un epilogo ben più che prevedibile, i novanta minuti di visione palesano tutti i limiti narrativi e teorici di un'operazione sgangherata e priva d'identità.

4.5

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