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Nell'erba alta Recensione: Stephen King ritorna su Netflix

Un gruppo di personaggi si trova a fare i conti con un immenso campo d'erba dal quale, una volta entrati, è impossibile fuggire.

recensione Nell'erba alta Recensione: Stephen King ritorna su Netflix
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Cal e Becky Demuth, fratello e sorella, sono in viaggio in macchina con destinazione San Diego. La ragazza è incinta ma il padre del nascituro è scomparso nel nulla, costringendola a prendere una difficile decisione. Durante un momento di affaticamento i due si fermano sul ciglio di una provinciale nei pressi di una piccola chiesa, circondata da un enorme campo d'erba del quale non si intravede la fine.

In Nell'erba alta i consanguinei odono proprio dal fitto verde la richiesta d'aiuto di un bambino di nome Tobin, il quale sostiene di essere imprigionato lì dentro da giorni senza essere riuscito a trovare una via d'uscita. Becky e Cal entrano senza esitazione per cercare di trovare il piccolo, ma appena messo piede nell'erba finiscono per perdersi anche loro. Le ore trascorrono e i due, separati, non riescono né a ricongiungersi né a tornare sulla strada e l'incontro con il misterioso Ross, padre di Tobin, getta ulteriori inquietanti interrogativi. Nel frattempo Travis, il fidanzato di Becky, si mette sulle tracce dei dispersi.

Erba rosso sangue

Dopo Grano rosso sangue (1984), primo film di una saga dalle alterne fortune ispirata al racconto I figli del grano, un'altra opera di Stephen King (l'omonima storia breve scritta insieme al figlio Joe Hill) inerente luoghi tipici delle campagne americane trova adattamento sul grande schermo. Nell'erba alta mette in quest'occasione al centro dell'azione filmica un campo d'erba all'interno del quale dominano logiche sovrannaturali, con un misterioso monolite dalle origini sconosciute che diventa il centro catalizzante che lega i destini degli sfortunati personaggi coinvolti e tira fuori il peggio dell'essere umano messo davanti a situazioni estreme.

In questa nuova produzione originale Netflix, battente bandiera canadese e diretta da quel Vincenzo Natali che sul finire dello scorso secolo aveva realizzato un cult del calibro di Cube - Il cubo (1997), la monotonia è il rischio peggiore nel corso dei cento minuti di visione, con situazioni che rischiano di ripetersi e alcuni espedienti narrativi che giocano proprio su una voluta reiterazione dall'intento spiazzante.

Tempo e spazio

Perché Nell'erba alta già nella sua forma originaria sparigliava le carte a più riprese, tra paradossi logistici e temporali che richiedono una cieca fede verso quanto si sta leggendo/assistendo, visto che le stesse risoluzioni fanno comunque affidamento su dinamiche irrazionali che bisogna accettare per apprezzare in pieno gli sviluppi, epilogo in primis. La formula ha i suoi punti di forza nella gestione dell'atmosfera, sfiancante e paradossalmente claustrofobica già dai primi minuti, con la tensione che cresce progressivamente con lo scorrere dei minuti proponendo anche un discreto scavo psicologico delle varie figure coinvolte, interpretate da un cast che, pur senza eccellere, si rivela adatto ai rispettivi ruoli.

Natali, da sempre maestro nell'affrontare ambientazioni dalle quali non si trova una via d'uscita, è abile proprio nel creare una sorta di "tutti contro tutti", situazione che rimanda proprio al suo titolo più famoso nominato poco sopra, e il contesto mystery gli permette di dar vita a scene madri dal notevole approccio visionario che risultano tra i punti più positivi dell'intera operazione. E tra indizi e suggerimenti che indirizzano salvo poi sviare le proprie premesse, il film acquista fascino pur al netto di alcuni evidenti limiti strutturali che lo rendono tanto godibile quanto imperfetto.

Nell'erba alta "Lui voleva un attimo di silenzio invece dell’autoradio, e di conseguenza potrebbe essere stato per colpa sua. Lei voleva far entrare aria fresca al posto di quella condizionata, quindi potrebbe essere stata sua la colpa. Il fatto è che senza entrambe le cose non avrebbero mai sentito il bambino e quindi si trattò di una combinazione di cause, in perfetto stile Cal e Becky, visto che avevano passato le loro intere esistenze appiccicati insieme. Cal e Becky DeMuth, nati a diciannove mesi di distanza. I genitori li chiamavano i gemelli siamesi." Questo è l'inizio, riprodotto abbastanza fedelmente, del racconto omonimo scritto a quattro mani da Stephen King e dal figlio Joe Hill, poche righe da cui già si comprende come siano proprio le scelte, volontarie o meno, a influenzare il corso degli eventi dell'intera narrazione, filmica o letteraria che sia. Il regista Vincenzo Natali adatta Nell'erba alta rifacendosi al grande cult della sua carriera, ossia il mai troppo citato Cube - Il cubo (1997), trovandosi ancora una volta alle prese con un luogo/non-luogo nel quale i protagonisti non riescono a trovare una via d'uscita. Ambientazione perfetta per dare il via a un gioco al massacro dal taglio mystery, nel quale disseminare indizi e "vomitare" squarci visionari (un paio di scene madri hanno una certa potenza visiva) per variare le carte di un plot altrimenti a rischio monotonia. Le dinamiche fantastiche, con razionale e irrazionale che si scontrano in una serie di paradossi determinati da un elemento di origine sconosciuta, chiedono allo spettatore di sottostare a determinate regole, accettando le quali si può chiudere un occhio sulla parziale monotonia dell'insieme.

6

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