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C'era un uomo, la recensione del film di Victor Sjöström su Netflix

Il leggendario regista firma nel 1917 un magnifico adattamento della ballata di Henrik Ibsen, dando inizio alla golden age del cinema muto svedese.

recensione C'era un uomo, la recensione del film di Victor Sjöström su Netflix
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Il marinaio norvegese Terje Vigen fa ritorno a casa dopo molti mesi trascorsi in viaggio e vede per la prima volta la figlia appena nata. Colto da gioia e stupore, l'uomo diventa un perfetto padre di famiglia e la sua vita scorre nella felicità insieme all'amata moglie e alla piccola.
Quel periodo di serenità non è però destinato a durare a lungo e lo scoppio delle guerre napoleoniche getta l'intero Paese in uno stato di profonda crisi economica e sociale, con i giovani impegnati nel conflitto e le carestie che decimano la popolazione.
Il blocco navale inglese aveva infatti costretto alla fame la gente che viveva sulle coste. Terje, stanco di vedere sopravvivere di stenti i propri cari, decide di intraprendere un pericoloso viaggio fino in Danimarca, a bordo di una piccola imbarcazione con la quale spera di non essere notato dalle truppe di Sua Maestà.
Nel tragitto di ritorno, carico delle provviste acquistate, l'uomo è però avvistato dalle vedette inglesi e dopo un vano tentativo di fuga viene catturato: le sue suppliche non valgono a nulla e viene condannato alla prigionia. Al termine della condanna, coincidente con la firma del trattato di pace, nulla sarà più come prima...

La barca fantasma

Del cinema di Victor Sjöström vi avevamo già parlato nel nostro speciale su uno dei suoi film più famosi, ossia Il carretto fantasma (1921). Il leggendario regista svedese è ora inaspettatamente sbarcato nel catalogo di Netflix con ben due titoli, Ingeborg Holm (1913) e il qui oggetto di recensione C'era un uomo (1917).
Un'occasione ghiottissima per il cinefilo duro e puro, che ha la possibilità di recuperare una pagina della cosiddetta golden-age del cinema muto svedese, iniziata secondo gli storici proprio con questo titolo. Titolo che è un adattamento della ballata scritta nel 1862 da Henrik Ibsen, considerato il padre della drammaturgia moderna.
E dramma non a caso è quello raccontato nell'ora di visione, che si protrae su un lento disgregarsi dell'Io in realtà già anticipato dal prologo, dove lo spettatore facilmente intuirà lo sfortunato destino che attende il protagonista, uomo retto che, come spesso accade, è messo a dura prova dall'inizio di una guerra.

Non c'è fine al mare

Divisa in atti, la storia vive così su un crescendo emotivo che cattura in breve tempo l'attenzione dello spettatore: il cuore della vicenda e dei suoi personaggi è infatti capace di arrivare con immediatezza e l'utilizzo degli intertitoli - che a volte riportano quanto avviene su schermo, altrove direttamente i dialoghi - è funzionale alla narrazione, che riesce comunque a essere intuitiva e di semplice comprensione anche senza tale apporto.
Gran merito di questo, oltre che dell'opera alla base, è nella consapevole orchestrazione da parte di Sjöström, e se pressoché ogni fotogramma combacia con o precede una scena madre il merito è proprio delle oculate scelte del regista. Regista che, come spesso in carriera, si è ritagliato anche il ruolo di protagonista sulle proprie spalle, dimostrando una forza e un'intensità a tratti sovrumane: il suo sguardo di pura, incontenibile, rabbia rivolto al capitano inglese al momento della cattura è spaventoso, ribollente e magnetico in maniera del tutto unica e irripetibile, vedere per credere.
Ma è l'intero insieme che pulsa di un'energia primigenia, e se la tragedia è la base portante, la partitura tensiva non è da meno: sequenze come quella in cui Terje nasconde la barca per cercare di non essere scoperto o quando viene inseguito in acqua dai soldati, che non esitano a sparare colpi di fucile, lasciano con il fiato sospeso ancora oggi. L'utilizzo di tecniche visuali sempre diverse, come la soggettiva attraverso il binocolo, o l'amaro parallelismo che lega passaggi cronologicamente distanti, riesce a mantenere su alti livelli la soglia dell'interesse e del relativo coinvolgimento.

A tal proposito da sottolineare tutto lo strepitoso girato in mare aperto, con l'impetuosa forza delle onde che circondava e minacciava realmente l'incolumità del cast. Ulteriore elemento di sfida nei confronti della natura, che diventa anch'essa un mezzo metaforico per rimarcare i burrascosi tormenti vissuti dal povero marinaio.
Non a caso C'era un uomo è stata la pellicola più costosa mai realizzata ai tempi in Svezia, e come detto apripista di un periodo nel quale la cinematografia autoctona ha realizzato una serie di grandi capolavori: in molti di questi dietro e davanti la macchina da presa vi era proprio Victor Sjöström.

C'era un uomo Adattamento della ballata di Henrik Ibsen, C'era un uomo è uno dei tanti capolavori del cinema muto svedese diretti e interpretati dal leggendario regista Victor Sjöström. Un dramma ricco di tensione ed emozioni in cui il percorso del protagonista - marinaio norvegese e onesto padre di famiglia - si tinge di note sempre più amare in seguito allo scoppio delle guerre napoleoniche. Una storia di vendetta e redenzione gestita attraverso coinvolgenti sfumature narrative e messa in scena con una precisa attenzione agli sviluppi interiori, tra sguardi che fulminano lo spettatore e dinamiche "d'azione" che innescano logiche tensive di assoluta grandezza. La forza impetuosa e selvaggia del mare diventa così uno specchio tragico e contemplativo dell'evoluzione umana, dove la rabbia e il coraggio collidono in un'entità unica e primordiale che diventa un fenomenale veicolo empatico. Per un'opera che non risente per nulla del suo secolo abbondante e che merita una (ri)scoperta da parte del pubblico cinefilo moderno.

9

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