C'era una volta a Hollywood, la recensione: Tarantino, il 1969 e il cinema

Quentin Tarantino firma il suo atto d'amore definitivo nei confronti della Settima Arte, con un cast da capogiro.

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Los Angeles, 1969: Rick Dalton (Leonardo DiCaprio), un tempo destinato a diventare una grande star, è ora ridotto a parti minori in svariate serie televisive, mentre il suo stuntman di fiducia e migliore amico, Cliff Booth (Brad Pitt), gli fa ora da autista e assistente personale.
Entrambi sono alla ricerca di una svolta nei rispettivi percorsi, e per Rick le ambizioni assumono nuove connotazioni quando scopre di avere come nuovi vicini di casa Roman Polanski e Sharon Tate (Margot Robbie).
Altrove, nella Città degli Angeli, accordi vari hanno luogo su una miriade di set, la gente va al cinema a scoprire ogni tipo di prodotto, e delle misteriose ragazze si aggirano per le strade, pronte a vivere un anno fuori dal comune...

Cinema, mon amour

C'era una volta il West, recitava il titolo dell'ultimo western di Sergio Leone, uno dei registi preferiti di Quentin Tarantino. "C'era una volta nella Francia occupata dai nazisti", diceva il primo capitolo di Bastardi senza Gloria. Con C'era una volta a Hollywood, nono lungometraggio del regista americano, c'è una sorta di chiusura del cerchio, l'omaggio definitivo alle sale oscure e alla pellicola (rigorosamente pellicola, al Festival di Cannes, dove il film è stato presentato in concorso, tutte le proiezioni sono state in 35mm, su esplicita richiesta del cineasta).
Una lettera d'amore a Los Angeles, città natale del regista, e a un anno che, presumibilmente, è stato fondamentale per la sua formazione da giovanissimo cinefilo: il buon Quentin, nato nel 1963, aveva infatti 5-6 anni nel periodo in cui è ambientata la vicenda, ha iniziato a frequentare i cinema in tenerissima età, complice la madre che lo portava a vedere qualunque cosa, anche i film meno adatti (forse addirittura il già citato lungometraggio di Leone, che arrivò negli USA il 4 luglio 1969).

Tra personaggi veri e fittizi - il cameo di Bruce Lee, interpretato da Mike Moh, è uno dei momenti cult del film - siamo nel bel mezzo di un'epoca lontana, ricreata con precisione e amore: gli appuntamenti lavorativi si tenevano di persona e non al telefono, si entrava in sala a film già iniziato e si rimaneva allo spettacolo successivo per recuperare la parte persa, e le serie TV erano visibili solo a una certa ora, su un determinato canale.


I tempi cambiano, Tarantino anche

Nel 1997 Tarantino spiazzò stampa e pubblico con il suo terzo lungometraggio, Jackie Brown: un'opera matura, dove i dialoghi al fulmicotone erano sempre presenti ma alimentavano una maggiore umanità a livello di caratterizzazione dei personaggi, lontani anni luce dagli archetipi smaccatamente cool di Pulp Fiction e Le iene. C'era una volta a Hollywood si muove in territori leggermente simili, optando per tempi dilatati e una maggiore attenzione allo spessore psicologico dei bislacchi personaggi che popolano questa Los Angeles d'altri tempi, talmente numerosi che nei ringraziamenti al termine dei titoli di coda sono menzionati gli attori le cui parti sono state tagliate.


Illuminante, in tal senso, la performance di DiCaprio, che incarna le incertezze di un mestiere instabile con una gamma d'emozioni quasi inedita: istrionico in alcuni momenti e vulnerabile in altri, è una figura riconoscibile non perché se ne esce con monologhi brillanti ma perché, come tutti, deve fare i conti con le frustrazioni di una vita che non sempre è andata secondo i piani.
Certo, i momenti cinefili molto divertenti non mancano (chi ha visto i finti poster usciti in rete sa di cosa parliamo), ma in fin dei conti l'anima del progetto è l'amicizia vera, sincera, tra due uomini, il cui rapporto è esplicitamente descritto come una via di mezzo tra due fratelli e una coppia sposata.
Ridiamo e piangiamo con loro, ed è proprio questa identificazione profonda con le loro battaglie personali a far sì che chi scrive sia uscito dalla sala desideroso di scoprire l'intera, fittizia filmografia di Rick Dalton.

La città del cinema


Il film è molto attento alle atmosfere, cercando di restituire soprattutto la sensazione di cosa significasse vivere nella capitale della Settima Arte americana in quel preciso momento storico. La cinefilia è qui una forma d'affetto, più che esibizione di talento registico, e da quel punto di vista questo è forse il lungometraggio più ambizioso di Tarantino: un prodotto volutamente anomalo, che se la prende comoda prima di regalarci inevitabili momenti pirotecnici.
È il genere di film che lui ha presumibilmente voluto fare per tutta la vita, ma che prima non poteva girare e per motivi pratici (difficilmente Harvey Weinstein gli avrebbe fatto passare un ritmo meno adrenalinico del solito) e artistici: nel 2019, a un passo dal ritiro dalla regia - se è ancora vero che smetterà di lavorare dietro la macchina da presa una volta arrivato al decimo film - e all'età di 55 anni, non è più il QT che sentiva il bisogno di urlare ai quattro venti quanto fosse bravo e lasciarci con immagini di commiato particolarmente forti.

Non siamo propriamente dalle parti del cinema contemplativo, ma c'è una tenerezza di fondo che rimane nel cuore e nella mente dopo due ore e quaranta minuti di sole californiano che abbiamo già voglia di rivedere. Non per le frasi a effetto da citare a memoria, per le canzoni calibrate al millimetro o per i momenti più parossistici, bensì per quegli istanti più delicati, più intimi, che incarnano nel senso più puro il titolo del film: C'era una volta a Hollywood. La "vera" Hollywood, non quella rigurgitata e citata nei progetti precedenti.

C'era una volta a Hollywood Quentin Tarantino torna dietro la macchina da presa per parlare di cinema, quello del passato, della sua infanzia, veicolato attraverso un racconto piuttosto maturo di amicizia e sogni infranti nella Città degli Angeli. Un'opera a tratti spiazzante, che segna una nuova fase nel percorso del regista, che sfrutta la libertà totale accumulata negli anni per rinunciare in parte ai propri vezzi stilistici e omaggiare la sua città e le sue passioni nel senso più puro, intimo. Non è il "solito" Tarantino, ma è anche un parto creativo del suo autore, arrivato a uno spiazzante ma bellissimo traguardo dopo quasi trent'anni di attività.

8.5

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