Ema, recensione del nuovo film di Pablo Larraìn

Pablo Larraìn distrugge la famiglia tradizionale a suon di reggeaton e lanciafiamme, in una Valparaiso che pulsa di vita, inganni ed emozioni.

recensione Ema, recensione del nuovo film di Pablo Larraìn
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In Twin Peaks il maestro David Lynch era solito far danzare i semafori col vento, Pablo Larraìn preferisce invece dargli direttamente fuoco, nel bel mezzo della strada, già dalla prima scena di Ema, la nuova opera del genio cileno in concorso alla 76.ma Mostra del Cinema di Venezia.
Un biglietto da visita tanto folle quanto scomodo, che apre il palcoscenico a qualcosa di mai visto prima, un concept da far girare la testa a suon di reggaeton e azioni apparentemente sconclusionate, che trovano però la chiusura del cerchio nelle battute finali del film.
Un lavoro davvero difficile da analizzare, che ha lasciato orde di critici basite e sconcertate, che mette al centro di tutto il senso di famiglia, del nostro essere umani, semplici e imperfetti, in ogni caso tutti uguali, sempre e comunque. Questo è però è solo l'arrivo del nostro viaggio, la meta finale, il vero divertimento si trova lungo il percorso.

Matura immaturità

Ema è una giovane ballerina provocante ma profondamente immatura, o almeno così sembra all'apertura delle danze - in senso letterale, questa volta. Vive nella città portuale di Valparaíso, lasciata da Pablo Larraìn sempre sullo sfondo, fuori fuoco, pur essendo una figura viva e attiva del lungometraggio, che respira per proprio conto e accompagna i numerosi protagonisti (ballerini per lo più) ad ogni loro passo.
Ci ritroviamo catapultati all'interno di una compagnia di teatro e danza sperimentale, diretta dal visionario Gastòn, giovane marito di Ema e anch'esso immaturo per molti versi, motivo per cui la coppia - adottato un bambino - lo ha affidato nuovamente ai servizi sociali dopo pochi mesi. Il piccolo Polo ha infatti mal retto la sua nuova famiglia, diventando violento e istintivo, anche se solo per gioco. Un gioco costato molto caro alla sorella di Ema, sfigurata dal fuoco e segnata in modo irrimediabile. L'assenza di Polo però è una ferita aperta, impossibile da rimarginare, allo stesso tempo è anche la scintilla che muove i veri eventi del film, con Ema che sembra perdere la testa e cambiare ogni aspetto della sua vita, intenta ad avere nuovamente un figlio.

Famiglia non tradizionale

Probabilmente la migliore e allo stesso tempo più assurda opera sulla distruzione della famiglia tradizionale che sia stata mai realizzata da essere umano, una sequenza di eventi al confine fra il grottesco e il malato, che alla fine dei giochi si amalgamano alla perfezione in un finale spiazzante, capace di generare brividi, stupore e meraviglia. Non possiamo addentrarci maggiormente nella storia per non fare pericolosi e sconvenienti spoiler, è giusto che l'esperienza di visione resti più pura possibile, sappiate però che Pablo Larraìn si è confermato ancora una volta un autore fuori da ogni categoria, un alieno proveniente da un altro pianeta.
La sua regia, per la maggior parte del tempo fissa sui volti dei suoi intensi protagonisti, fatta di grandangoli e diaframmi molto aperti, non ha neppure una virgola fuori posto, ogni elemento trova un suo senso nel mosaico generale, scandito da una fotografia che toglie il fiato e il ritmo di una colonna sonora che entra in testa e non va più via dopo aver lasciato la sala.
Che vi piaccia o meno il reggaeton, è questo il genere più ascoltato a Valparaíso, un tratto identitario per le nuove generazioni che ne fanno un manifesto ogni volta che scendono in strada, che si ritrovano in palestra per le prove, che mettono su nuovi allestimenti e spettacoli. Un ritmo martellante e incalzante che si insinua sotto pelle come un virus, e persino il detrattore più feroce del genere non potrà fare altro che battere il tempo seduto nella poltrona del cinema, per continuare a muoversi anche una volta uscito dalla sala.

Oltre alla musica, al ritmo "tribale" dei giovani cileni del 2019, a rimanere in testa è la protagonista Ema/Mariana Di Girolamo, un talento eccezionale che condiziona l'intera esperienza. I suoi occhi profondi, il suo aspetto sbarazzino e il suo corpo leggero mettono quasi in soggezione lo spettatore, che non può fare altro che inginocchiarsi al suo cospetto. Nessuno all'interno del film riesce a resisterle, lo stesso avviene anche fuori, non sarebbe infatti così scandaloso se la giuria della Mostra del Cinema di Venezia decidesse di spedire in Cile la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile.

Essere umani

Accanto a lei il veterano Gael García Bernal, alla sua terza collaborazione di peso con Pablo Larraìn, che gettato nella mischia fra le numerose figure femminili dell'opera non può che farsi piccolo piccolo fino a sparire del tutto - e non per suoi demeriti, assolutamente. Così è "disegnato" il suo personaggio, un contorno che poco può contro un potere femminile oltre ogni confine. Il regista cileno però non ha alcuna intenzione di girare un manifesto femminista, tutt'altro: Ema è un'opera che eleva sul piedistallo l'essere umano nella sua generalità più assoluta, ma soprattutto sottolinea come ormai la famiglia tradizionale non esista più e che tutto - ma davvero tutto - sia di fatto possibile, l'importante è restare - per l'appunto - umani.

Che un bimbo sia allevato da un padre e una madre, due padri, due madri, o magari - che ne sappiamo - da due padri e due madri insieme poco importa se c'è un amore di fondo; non conta neppure se un uomo presta il suo seme a qualcun altro, oppure è la donna a donare il suo utero. Ciò che resta è sempre il sentimento, l'istinto.
Quella che sembra una retorica spicciola, nel film è tutto non detto, velato, nascosto, sottaciuto, arte di livello assoluto, fra lanciafiamme che mettono a ferro e fuoco i sobborghi di Valparaíso e il ritmo martellante del migliore reggaeton in circolazione - quello sanguigno delle periferie dimenticate da Dio, ma non da Larraìn.

Ema Pablo Larraín dirige probabilmente il migliore film della sua già straordinaria carriera, che toglie il fiato sia per la profondità delle situazioni e dei personaggi che per le location asfissianti illuminate al neon, sfondo perfetto per una storia proveniente da un altro pianeta. Solo apparentemente almeno, perché nonostante una spiccata follia di fondo non si fa che parlare della nostra contemporaneità, del mondo che abitiamo ogni giorno, in cui la famiglia tradizionalmente intesa non esiste più. La struttura marito-moglie è ormai superata, ciò che importa davvero è rimanere umani, sempre e comunque, amare e supportare incondizionatamente un figlio, cosa che Ema e Gastòn (e non solo loro), i protagonisti del film, impareranno a suon di inganni, piani diabolici, coreografie, tradimenti, baci rubati e altri donati consapevolmente, in un'opera che è arte all'ennesima potenza, dal primo frame all'ultimo. Un viaggio da percorrere senza fiato in gola e battendo il ritmo con le dita.

9

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