Berlinale 63

Recensione Elle s'en va

L'ultima fatica di Emmanuelle Bercot punta tutto su Catherine Deneuve

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Più nota come attrice che come regista, Emmanuelle Bercot ha portato il suo ultimo film (sua anche la sceneggiatura) a Berlino 63, dove ha gareggiato nel concorso che ha visto trionfare Child’s Pose. Il film della Bercot è molto diverso dal vincitore rumeno, eppure sostanzialmente raccontano entrambi qualcosa di simile: la vita difficile e priva di forti emozioni di una donna che ha superato la mezza età. Emblematico il titolo Elle s’en va (letteralmente: Lei va) che rispecchia il carattere on the road nel film, ma anche il percorso di accettazione e consapevolezza della protagonista. Una sfumatura che il titolo internazionale On my way non restituisce, d’altra parte un She goes sarebbe stato fuorviante e ad ogni modo la forza del titolo originale risiede anche nella peculiarità della lingua francese.

Bettie (Catherine Deneuve, e tanto di cappello!) si affaccia sulla sessantina ed è ancora una bella donna, il suo viso ricorda i tempi gloriosi di quando vinse il titolo di Miss Bretagna. Vive in un piccolo paesino in cui tenta di portare avanti gli affari del suo inguaiato ristorante, perennemente in debito. Quando non lavora è costretta ad assistere la madre anziana con cui non è mai andata d’accordo. Solo la sua relazione con il compagno la trattiene dall’impazzire... almeno finché quest’ultimo non decide di scappare con una donna più giovane.

Sulla sua strada

In preda a una crisi di nervi ed esaurite tutte le sigarette, Bettie sale in macchina alla ricerca di un nuovo pacchetto di Marlboro. Come un rabdomante nel deserto, vaga disperatamente di paese in paese e sembra quasi incredibile che, passo dopo passo, questa ricerca nel nome della nicotina la conduca istintivamente a un on the road per staccare la spina da tutto e tutti. Senza porsi altri problemi, Bettie comincia a vivere avventure itineranti per le suggestive terre francesi e i campi costellati di lavanda: dal vecchietto che le racconta la storia della sua vita mentre rolla per lei una sigaretta alla festa “paura e delirio” da cui si sveglia in totale hangover dopo essere stata a letto con un ragazzo molto più giovane. Ma la svolta sarà quando, per pura coincidenza, si troverà a dare un passaggio a Charly (Nemo Schiffman), il giovane nipotino, una vera peste che però porterà una ventata di energia nella sua vita. Il ragazzino (figlio della sorella con cui Bettie non ha mai avuto un buon rapporto) la accompagna fino al servizio fotografico revival delle Miss francesi del ’69 in riva a uno splendido lago. E tutti i ruoli decadono e cominciano le sorprese: quelle persone e quei ruoli che Bettie credeva di conoscere fin troppo bene o di aver capito riserveranno dei colpi di scena. E forse, con un po’ di coraggio, si può trovare qualcosa che ti faccia sentire appagata di nuovo, senza dover tentare a tutti i costi di fare la ragazzina.

MA POI DOVE ARRIVA?

Il film abbia dei lati piacevoli e una sua spensieratezza (così didascalica da essere talvolta pedante), è indubbio. Il problema è il stereotipo più o meno evidente che serpeggia in una scrittura per nulla innovativa: la solita situazione soffocante, il solito personaggio, il solito on the road... Nulla che non si sia già visto decine e decine di volte. Il linguaggio non aggiunge una marcia in particolare e fin troppo prevedibili sono l’escalation del film e le intuizioni dei legami con i personaggi. Del road movie riprende ogni singola macchietta (dal party super alcolico con la sveglia confusa alla sosta in autogrill come intermezzo litigioso fino all’incontro con amicizie di un tempo) e le mischia al solito racconto “sixties”, per così dire: un filone che, se non si può definire di formazione data l’età, si potrebbe chiamare di “ri-formazione”. Ma in cui il film non colpisce, non aggiunge tonalità o nervature alla galleria personale dello spettatore ed anzi risulta a tratti anche noioso. Un vero peccato.

Elle s'en va Film che puntava forte con un’attrice come la Deneuve sotto i riflettori, l’ultima fatica della Bercot è stata una delle delusioni del concorso di Berlino 63, quasi più amara di quei film in competizione che sono stati bocciati clamorosamente, trattandosi infatti di un film che non è fatto male, ma nemmeno bene. E trattandosi soprattutto di un film senza particolari motivazioni per “volerglisi bene” o per appassionarsi, questo risultato di indifferenza lascia amareggiati.

5.5

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