Eli, la recensione dell'horror Netflix

Netflix mette sulla propria piattaforma l'ennesimo horror impalpabile, farcito continuamente di cliché del genere.

recensione Eli, la recensione dell'horror Netflix
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Per l'ormai annosa domanda "perché Netflix continua a produrre film dal dubbio gusto" c'è anche Eli pronto a rispondere, dato che durante tutta la pellicola non si fa altro che ripeterselo con rassegnata ostinazione. Sembra che la grande N continui a puntare più sulla quantità che sulla mera qualità, impilando in maniera un po' rozza e sgraziata un film dopo l'altro.
Spesso e volentieri sono prodotti horror, esattamente come questo Eli: lungometraggi fatti più o meno con lo stesso stampino. Il film diretto da Ciarán Foy prende un po' tutto quello che si è visto in un centinaio di horror simili, lo appallottola con forza per tenerlo assieme, scagliandolo lungo un corridoio buio e polveroso.
E in fondo, cosa c'è? Beh, terminato il tunnel c'è uno dei finali più deliranti, folli e trash di sempre, di quelli che ti lasciano con la testa girata di lato, come fanno i cani quando non capiscono qualcosa. Ma proviamo a fare un po' di chiarezza.

La girandola dei cliché

Passati una ventina di minuti Eli ha già infilzato nel suo spiedino ogni cliché di genere possibile: ragazzina strana sull'altalena, casa gigante nascosta in mezzo ad alberi e nebbia, voci, spiriti che forse ci sono, forse no, forse è tutto un sogno e, ovviamente, jump-scare a profusione. Eli, il bambino protagonista, ha una malattia autoimmune che lo costringe a vivere letteralmente isolato dal mondo, i genitori decidono così di portarlo in una specie di clinica in cui una stramba dottoressa fa strane cose per i suoi strani pazienti. Da quel momento in poi si comincia a sventrare una serie infinita di antecedenti del genere: L'esorcista, The Ring, The Conjuring, Shining, mescolati alla rinfusa assieme a qualsiasi horror di serie Z spacciato per un film dai profondi risvolti sociali. Eli non ci prova neanche a essere originale: specchi che rivelano assurde presenze, scritte sui vetri che appaiono, adulti che non credono ai bambini, personaggi che nascondono di tutto e di più, mentre noi, con i denti che (non) battono e un sospiro annoiato, abbiamo anche il coraggio di chiederci "ma Eli si starà davvero immaginando tutto?".

Personaggi persi

Se la sceneggiatura procede per cliché talmente prevedibili da impedire un qualsivoglia sussulto, si può sempre puntare sulla forza dei personaggi. Sfaccettandoli, rendendoli accattivanti e in qualche maniera amabili dallo spettatore. Eli riesce solo a produrre droni protocollari che fanno una sola azione e dicono le stesse cose dall'inizio alla fine del film. Ogni personaggio ha un ruolo predefinito al quale si atterrà con ligia noia, non uscendo mai dai propri binari e ripetendo sia le stesse battute che gli stessi gesti. Eli e la sua famiglia (la madre è pure interpretata da Kelly Reilly) combattono stoicamente qualsiasi approfondimento psicologico, restando sassolini immobili neanche sfiorati dalla marea. Così come la dottoressa della clinica e le sue due infermiere. Ogni loro battuta è un copincolla della precedente, in un ripetersi di parole e sequenze che risulta stancante e fa sprofondare qualsiasi buona volontà dello spettatore in un oceano di noia.
L'unica chicca per gli amanti delle serie tv è la presenza di Sadie Sink, la Max di Stranger Things, che... beh, fa Max anche in Eli. Lei risulta magnetica in maniera naturale, ma la caratterizzazione del suo personaggio è fortemente ricalcata da quello che l'ha resa famosa, rendendola, alla fine, una semplice macchiolina sullo sfondo.

Horror?

È difficile sentire tensione con Eli. Praticamente impossibile. Perché abusando di ogni cliché del genere rende inutile qualsiasi tentativo di horror, impedendo anche a un neofita di provare quel vecchio sentimento che, un minimo, dovrebbe essere sempre presente: la paura. Basta andare al cinema un paio di volte a guardarsi i trailer. Spunteranno sicuramente un paio di film dell'orrore mal concepiti: Eli sembra un trailer tipico di uno di questi, però allungato per riempire almeno un'ora e mezza.

Potrebbe diventare un perfetto gioco alcolico: si beve ogni volta che appare un elemento horror già ampiamente utilizzato in decine di altri prodotti. Perché il punto sta anche qui: Eli non decide mai quale strada prendere, non sceglie un filone all'interno del suo genere proseguendo lungo quella direttiva fino in fondo. Sbrana qua e là, e non finisce nemmeno la cena.

Il finale so bad it's good

Nel piattume generale non ci si potrebbe mai aspettare un finale di tutt'altra fattura. Perché Eli ti abitua alla noia prevedibile, perciò guardandolo si può benissimo immaginare dove andrà a parare. E invece no. Il film confeziona un epilogo delirante, che sposta completamente i suoi temi, modificando tutto quello che si era raccontato finora in un ambito mai esplorato, mai seminato, ribaltando verso il trash una pellicola che fino a quel momento era solo un horror malfatto. Quasi una chiusura da guilty pleasure, che avviene in maniera talmente repentina da causare risate isteriche, poi un giubilo stralunato e infine uno scrosciante applauso da so bad it's good. È talmente avulso dal resto della pellicola sia nei temi che nella loro rappresentazione da poter quasi dare inizio a un proprio film (decisamente più interessante della settantina di minuti precedente). E in questa discrepanza totale, rozza e poco plausibile, tra il finale e tutto il resto, Eli sguazza allegramente, cercando un guizzo nel trash e trovandolo con una strana e sicura facilità, mentre noi restiamo ammaliati da tanta follia.

Eli Altro giro, altra corsa. Netflix sforna un horror incapace di lasciare un segno nello spettatore, pur abusando di qualsivoglia cliché del genere, dalle porte che scricchiolano alle flebili voci che chiamano il tuo nome. Eli non prova nemmeno lanciarsi in qualche elemento originale, abbuffandosi di espedienti narrativi visti e stravisti. E proprio mentre la noia sembra vincere la guerra, ecco che esplode un finale fuori da ogni possibile immaginazione, sfiorando vette di guilty pleasure e destabilizzando, in maniera piacevolmente colpevole, ogni nostra certezza.

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