Elektra, la recensione del film con Jennifer Garner

Elektra, infallibile ninja e assassina su commissione, si trova a lottare contro l'ordine segreto della Mano per salvare una misteriosa adolescente.

recensione Elektra, la recensione del film con Jennifer Garner
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Dopo la morte e la conseguente resurrezione a opera del cieco maestro di arti marziali Stick, Elektra viene iniziata alla via del Kimagure, un'antica tecnica che permette agli adepti di utilizzare particolari poteri tra cui la preveggenza. Scacciata dall'ordine la ragazza decide di mettere le proprie abilità al servizio del miglior offerente, diventando un'infallibile killer a pagamento. Il suo ultimo incarico prevede l'assassinio dell'adolescente Abby e di suo padre Mark, ma qui Elektra ha un ripensamento e decide di annullare la missione, finendo poi per proteggere la famiglia dalle mire di una misteriosa organizzazione conosciuta come La Mano, interessata a un potenziale "tesoro" di cui la giovanissima sarebbe la chiave.

Cose da donne

A metà dello scorso decennio i cinecomic erano ancora ben lontani dallo stato di salute odierno ed Elektra si colloca appieno in quelle produzioni alimentari strizzanti l'occhio al botteghino ma senza una reale coesione d'insieme. L'eroina Marvel, già apparsa nel precedente Daredevil (2003), è così al centro di una pellicola forzata e incolore che punta su un enfatico sentimentalismo nella crescita del rapporto tra l'implacabile donna ninja e l'adolescente Abby, sorta di figura specchio in cui la Nostra rivede lei stessa da giovane. Peccato che il background relativo a suddetto passato sia messo in scena attraverso una manciata di monolitici flashback e l'introspezione del personaggio sia curata al minimo sindacale, nonostante la performance di Jennifer Garner possa essere considerata più che accettabile anche per via dell'esile e sinuosa fisicità che ben si adatta alla controparte cartacea. Rob S. Bowman, già regista del godibile Il regno del fuoco (2002), prova a impennare la stereotipata narrazione con una svolta action di stampo fantastico e una manciata di coreografie marziali che risultano anche discretamente coinvolgenti (in primis quando la protagonista usa il potere della preveggenza) per via dei variegati poteri di cui sono dotati i principali avversari (Tatoo, liberante animali dal proprio corpo, è al centro di sequenze suggestive supportate dai buoni effetti speciali).

Incoerenze

A mancare nei cento minuti di visione è un senso di omogeneità complessiva che lascia morire il film allo scorrere dei titoli di coda, rendendolo un prodotto tanto passeggero quanto poco memorabile. Viene difficile affezionarsi al destino dei personaggi in gioco per via di un versante emotivo/drammatico costruito e annacquato da risvolti improbabili, e il gioco si risolve in una continua fuga dei buoni dalle mire dell'oscuro ordine ninja, con un colpo di scena inerente le collegate motivazioni che rischia di cambiare enormemente le carte in tavola quasi una sorta di improvvisato deus machina. Elektra paga la sua indecisione anche nelle atmosfere, con il taglio dark facente sovente predominanza che si spegne in un battere d'occhio in una verve rassicurante da famiglia allargata, destabilizzando i lati più fascinosi della bella ninja di rosso vestita trovatasi a lottare sia contro i demoni del passato che ad affrontare la propria morale in un coacervo amalgamato alla bene e meglio senza preoccuparsi troppo dell'identità d'insieme.

Elektra Figlia di un'era cinecomic in cui le visioni d'insieme allargate erano ancora un lontano ricordo, nonostante l'uscita di diversi titoli comunque notevoli, l'Elektra di Rob Bowman è una donna tra due mondi che si trova ad abbandonare il lato oscuro per ritrovare la propria umanità. Un'operazione qualitativamente assimilabile al mediocre Daredevil (2003), primo luogo d'apparizione della bella ninja interpretata da Jennifer Garner, in cui il numeroso ed eterogeneo gruppo di villain dotati di superpoteri prova a garantire almeno una varietà effettistica e coreografica alle dinamiche action, ma dove l'incerta stabilità narrativa si rivela l'effettivo e insormontabile anello debole dell'operazione.

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