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Elegia Americana, la recensione del nuovo film Netflix di Ron Howard

Un racconto familiare e multi-generazionale dedicato al sogno americano e alla crisi dei valori con protagoniste Amy Adams e Glenn Close.

recensione Elegia Americana, la recensione del nuovo film Netflix di Ron Howard
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Hillbilly è un termine dispregiativo con cui si indicano le persone che vivono in alcune zone rurali degli Stati Uniti d'America. Potremmo tradurlo con "campagnolo" ed è solitamente utilizzato senza troppe problematiche anche dai diretti interessati, concentrati soprattutto nelle aree meridionali dell'America del Nord. Attenzione a non additarli come Redneck, "bifolchi", però, perché potrebbero indispettirsi proprio come il protagonista maschile di Elegia Americana di Ron Howard, J.D. Vance (Gabriel Basso), personaggio realmente esistente dalla cui autobiografia è tratto proprio il film originale Netflix.

La storia del libro, così come quella della trasposizione del regista di Rush e A Beautiful Mind, segue il racconto familiare e tris-generazionale dei Vance, cresciuti tra i monti Appalacchi e discendenti da una delle più antiche "dinastie nobili" di minatori. Al centro della vicenda la complessa relazione tra J.D. e la madre Bev (Amy Adams), fragile, tossicodipendente e psicologicamente instabile, e il meraviglioso rapporto tra il protagonista e la nonna Mamaw (Glenn Close), matriarca della famiglia e guida rozza ma efficace per aprire al nipote una strada verso il futuro.

Il sogno degli ultimi

Dal 1997 al 2011, lungo quasi 15 anni di cambiamenti sociali, economici e culturali degli USA, la sceneggiatrice Vanessa Taylor (Aladdin, La Forma dell'Acqua) e Ron Howard seguono il fil rouge emotivo ed esistenziale di questa famiglia di hillbilly dell'Ohio, approfondendo il senso stesso del grande Sogno Americano. Il titolo italiano è forse un po' fuorviante perché generico, perché già in partenza viene specificato come per alcune categorie sociali proprio il Sogno Americano resti un miraggio, riferendosi direttamente alle popolazioni rurali del meridione statunitense. Gente vista non sempre di buon occhio in termini lavorativi e d'impegno, categorie necessarie insieme alla speranza e alla determinazione per raggiungere prosperità economica e un miglior tenore di vita.
La storia procede tra flashback e flashforward a seconda di quale sia il punto narrativo scelto, mostrando nella sostanza contenutistica l'evoluzione o l'involuzione - ma anche la stabilità - dei legami affettivi familiari nonostante problematiche relative alla tossicodipendenza, alla povertà o alla malattia. Quello di Middletown e nello specifico della Route 23 della cittadina sembra un centro colonizzato dai Vence e di loro rapporti spesso esasperati, in primis a causa di Bev, interpretata da una Amy Adams funzionale ma sopra le righe, drammatica al punto giusto nel dare peso ed effetto a un personaggio dall'anima triste e tormentata, fragile tanto nel corpo quando nella psiche e purtroppo tossica per se stessa e per i figli, specie per J.D, con cui condivide un articolato legame di odio e amore.

A funzionare da contraltare all'ingestibile carattere di Bev troviamo la nonna del ragazzo, nei cui panni si cala una favolosa Glenn Close: forte, di spirito matriarcale, saggia nella sua rozzezza intellettuale e profondamente consapevole dell'importanza della famiglia ma anche del bene del singolo. Una donna corroborata da una vita di sacrifici affrontati sempre a testa alta che non accetta più l'autodistruzione della figlia e l'annientamento sociale di J.D, a cui vuole impedire di farsi sottrarre proprio il Sogno Americano, la speranza di studiare e realizzarsi.

Ed è così che arriviamo al 2011, quando il protagonista ha due lavori e studia a Yale, pronto ad accettare un tirocinio estivo molto importante e fidanzato con una sua compagna di corso (Frida Pinto). Nel ruolo di J.D. troviamo due attori che tra le mani di Howard tirano fuori la parte più empatica e tenera del personaggio: da adolescente il bravissimo Owen Asztalos, da adulto Gabriel Basso, forse nel ruolo migliore della sua carriera finora, perché votato direttamente all'apertura sentimentale, diviso tra progetti per se stesso e il bene della famiglia.

Al netto di diversi momenti affrontati con taglio autoriale deciso e un paio di tematiche approfondite con doveroso interesse, purtroppo Elegia Americana non brilla quasi mai nelle sue due ore di durata, confusionario persino nei raccordi narrativi del montaggio, che sembrano sparpagliare il racconto lungo tante bolle di ricordi pronte a esplodere senza lasciare poi nulla se non il necessario a continuare la visione. Le interpretazioni del cast sono sicuramente il valore aggiunto del progetto, distrutto dalla critica americana soprattutto per la sua semplicità espositiva e generica di uno spaccato d'America che avrebbe meritato forse più realismo, più varietà contenutistica e formale.

Non un film così tremendo, a nostro avviso, perché il focus familiare è più che preciso e ragionato direttamente sull'autobiografia di Vance, meno pesante in termini emotivi e più canalizzata sui traguardi personali raggiunti con forza di volontà e costante impegno, dunque meno dispersiva e tragica della trasposizione di Howard. Qualcuno ha già additato Elegia Americana come il peggior film della carriera del regista, sostituendolo persino all'odiato Solo: A Star Wars Story, ma forse è un po' esagerato e inconcludente trascendere verso territori così assolutisti. Un progetto che avrebbe certamente meritato un trattamento più vicino a The Fighter di David O. Russell, magari, dalla scrittura più sofisticata e diversificata nei generi linguistici (manca quasi totalmente la commedia, a parte qualche momento con Glenn Close), eppure meno sbagliato e fuorviante del previsto.

Potrebbe persino arrivare a piacere molto, ma da queste parti, senza troppa cattiveria, vogliamo essere cauti e premiare il film per le sue interpretazioni, tutte valide, e riprenderlo per la sua totale mancanza di stile visivo o virtuosismi contenutistici e formali. Dice Mamaw a J.D: "Non siamo il posto da cui veniamo ma scegliamo ogni giorno chi diventeremo". Howard è lontano dai fasti di A Beautiful Mind o dalla ricercatezza di Rush, ma sta scegliendo di anno in anno chi diventare in questa terza fase della sua carriera registica, spaziando nei generi e provando a trovare una quadra. Elegia Americana è solo l'ultimo di questi tentativi.

Elegia Americana Elegia Americana di Ron Howard racconta il fil rouge emotivo di una famiglia di hillbilly dell'Ohio, seguendone evoluzione e involuzione relazionale lungo 15 anni di cambiamenti intimi dei protagonisti e sociali o economici degli Stati Uniti d'America. Il focus è tutto qui e sul Sogno Americano, ma il regista e la sceneggiatrice Vanessa Taylor scelgono di romanzare in chiave profondamente drammatica l'autobiografia di J.D. Vance, distanziandola dalla parabola ascendente soprattutto personale e approfondendo invece i momenti più complessi della sua vita. Non brilla quasi mai né nel contenuto né nella forma, priva di virtuosismi stilistici o autoriali che aiutino a riconoscere Howard alla regia, eppure il film è ricco di splendide interpretazioni, su tutte quella di Glenn Close nei panni della nonna del protagonista, ma vale la pena citare anche la performance di Owen Asztalos nel ruolo dell'adolescente J.D. Non il titolo peggiore del regista come già gridato da qualcuno, ma un tentativo di sperimentare un territorio drammatico più marcato e senza compromessi. Riuscito praticamente solo a metà.

5.5

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