Berlinale 63

Recensione Effetti collaterali

Soderbergh in un thriller dal cast interessante ma parzialmente sprecato

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Side Effects. Ovvero: effetti collaterali. Ovvero: effetti collaterali del vedere questo (ultimo?) film di Steven Soderbergh. Regista difficile, con notevoli alti e bassi, capace di grandi film (uno su tutti: Sesso, bugie e videotapes) e pessimi prodotti (uno su tutti: Knock-out), che da anni ulula e quasi minaccia rabbiosamente di voler abbandonare Los Angeles e la celebre collina del cinema a stelle e strisce, lamentando estenuati rapporti conflittuali con la produzione e le logiche industriali. In una recente intervista, il suo tono sembra essere ormai giunto all’orlo della nevrosi: “È diventato assolutamente orribile il modo in cui le persone con i soldi decidono chi può scoreggiare in cucina - per dirla senza mezzi termini. Non solo gli studios, ma anche chi finanzia il film”. Una cosa è certa: se da queste ‘sanguinose’ crociate Soderbergh deve estrarre dal cilindro titoli come questi, farebbe bene a ritirarsi dalla scena. E in fretta.

In pillole

La bellissima Rooney Mara (vero pro del film) è Emily Taylor, affascinante ragazza costantemente preoccupata per il marito, incarcerato proprio il giorno del loro matrimonio. Finalmente, dopo quattro lunghi anni, il marito Martin (Channing Tatum) viene rilasciato e si prepara a riprendere in mano la sua vita: una rispolverata generale, smoking ben stirato e colloqui di lavoro in cui sfidare la fiducia dei datori ad assumere un ex-galeotto. Nel frattempo però Emily ha i suoi problemi: un’ansia stellare, vicina a patologie violente e al labile confine con una sopita schizofrenia. Lo stress per questi anni difficili, prima lontana dal marito a causa delle sbarre del carcere e ora per via delle turbe psico-emotive, la portano a una decisione risoluta: affidarsi alle cure di un noto psicanalista (così british il buon Jude Law, impeccabile ma nemmeno sopra le righe) nel tentativo di riprendere le redini della propria esistenza. Nonostante un approccio iniziale molto positivo, gli eventi precipiteranno sempre più in fretta: sonnambulismo di pura violenza, controversie e scandali sugli psicofarmaci, un’atmosfera sempre più fittamente conspiracy e un rapporto ambiguo tra lei e lo psichiatra Jonathan Banks (ma che è, Basic Instinct?). In questo complicato quadretto interviene anche l’antagonista “ufficiale”, la Dottoressa Victoria Siebert (Catherine Zeta-Jones). Insomma, un conspiracy che non parte esattamente con carte originali: una trama vista e stravista. Il già sentito non gioca a favore del film. Ma i trailer sembravano dare adito a speranze di un buon prodotto, magari con inclinazioni psicanalitiche e surreali vicine a certi noti lavori hitchcockiani, Vertigo e Spellbound).

Forse, solo in tv...

Primo: ma Thomas Newman cosa credeva di fare? Con questo tappeto musicale che ricopre e soffoca pressoché integralmente il film, una soundtrack di pura norma (semplice accompagnamento) che risuona senza veicolare particolari emozioni, sembrando semplice riempitivo in un film che non trova mai solidità. Un predominio musicale wall-to-wall, come si dice ad Hollywood: da cima a fondo. Che ricorda tanto i thriller confezionati per le tv generaliste, mandati in onda a mezzanotte e quaranta o a simili orari improbabili. Così come l’evoluzione della storia è una curva in picchiata: assolutamente scontato il finale, prevedibile fin dal primo tempo. Per lo spettatore è impossibile personificare con uno qualsiasi dei personaggi: né la protagonista turbata Emily né l’impassibile ed elegante Dr. Banks. Figurarsi poi il marito ex-galeotto o la Dr.ssa Siebert. Ma anche i film prevedibili e fin troppe volte visti possono essere ben confezionati: seppellite ogni speranza, non è questo il caso. Noioso e monotono, incapace di veri climax che entrino nella pelle, il film è piatto e senza personalità. Se da un lato le musiche sono tanto inorganiche e abusate (fino al mal di testa) quanto stridenti con le sensazioni suscitate dalle immagini (l’accompagnamento cerca talvolta di seminare disagio negli spettatori, oppure paura, inquietudine, dubbio, mistero, senza mai riuscirci), dall’altra parte il lavoro di scrittura del film è rovinato in partenza e refrattario ad eventuali miracoli. Unici pollici su: la recitazione di Rooney Mara (ma non preoccupatevi, il personaggio così com’è stato scritto vi impedirà di apprezzare fino in fondo l’attrice), buono anche Jude Law, esiti talvolta davvero felici per l’impostazione figurativa della regia di Soderbergh, che in talune scene si muove con leggerezza, quasi scivolando minacciosamente sulle superfici, e adornando di un gusto visivo insperato quello che è in generale un film da bocciare.

Second opinion, a cura di Francesco Manca

E fu così che Soderbergh spiazzò tutti. Ancora una volta.
Se "Effetti collaterali" vi sembra l'ennesimo film di denuncia contro le case farmaceutiche statunitensi - diciamo un clone moderno di "Erin Brockovich" - fareste meglio a ricredervi.
Dopo una prima mezz'ora di (apparente) quiete, infatti, la pellicola si trasforma in una sorta di thriller hitchcockiano dai risvolti imprevedibili, in cui suspense e tensione rappresentano le componenti primarie, ottimamente gestite da una regia attenta e da una sceneggiatura (ad opera di Scott Z. Burns), seppur non perfetta, pienamente all'altezza.
Straordinari i protagonisti Jude Law e Rooney Mara. Il merito della riuscita del progetto va, in buona parte, anche a loro.

Effetti collaterali Tiriamo le somme: i side effects di Side Effects sono tanti, forse troppi. Perché consigliare un thriller psicologico incapace di emozionare, incuriosire, coinvolgere? Tra quest’ultimo titolo e Knock-Out, sembra smarrito ormai il Soderbergh di thriller con punte più elevate, da Traffic a Ocean’s Eleven. Seppellendo la delusione, speriamo tuttavia che il regista riconsideri la sua decisione di ritiro, e resti a combattere per il cinema che vuole: ha bisogno di un riscatto all’altezza della parte migliore della sua filmografia.

4.5

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