Edhel, la recensione del fantasy italiano di Marco Renda

Dopo aver trionfato in Italia all'estero, il dramma sci-fi con Roberta Mattei e l'esordiente Gaia Forte si appresta all'uscita nelle sale italiane.

recensione Edhel, la recensione del fantasy italiano di Marco Renda
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In un inizio 2018 che vedrà l'arrivo nelle sale di pezzi da 90 del cinema internazionale, da Tre Manifesti a Ebbing, Missouri a L'ora più buia, il 25 gennaio sbarcherà nei cinema nostrani anche un progetto piccolo e intimo dal respiro tutto italiano ma ricco di spunti, soprattutto di genere. Parliamo di Edhel, primo film del regista Marco Renda che ha già trionfato -nelle sua categoria- in giro per diversi festival mondiali, partendo dal Giffoni, passando per il China International Children Film Festival fino al Los Angeles Film Festival, nel quale ha vinto come miglior film, miglior film indipendente, miglior regia e miglior cast. Dicevamo, un titolo per il quale è sicuramente impossibile competere con i colossi contro i quali si scontrerà, ma dalle intenzioni socio-divulgative chiarissime e soprattutto dalle ambizioni pedagogiche forti e consapevoli della propria portata ridotta.


"La vita non si risolve con le favole"

La storia scritta sempre da Renda racconta della piccola Edhel, interpretata dall'esordiente Gaia Forte, che alla sua prima esperienza cinematografica regala una performance sufficiente alle sue ancora grezze capacità, che però l'hanno fatta ad esempio notare da Matteo Rovere (Veloce come il vento), che l'ha scelta tra i protagonisti del suo prossimo Il primo re al fianco di Alessandro Borghi. Edhel ha una malformazione all'orecchio che fa apparire i suoi padiglioni a punta, come fossero delle orecchio di un elfo.

Per lei il disagio è molto forte e decide di affrontarlo chiudendosi in se stessa, cercando di non rapportarsi con i suoi compagni di scuola e facendo muro anche alla madre Ginevra, una credibile Roberta Mattei. L'unico posto in cui riesce a sentirsi veramente al sicuro, protetta, è il maneggio di Ermete, lo stesso dove morì il padre di Edhel in un incidente durante una gara di equitazione. Qui la bambina cavalca Caronte e si reca spesso nei pressi di un bosco dalla fitta vegetazione e che sembra avere uno strano effetto su di lei. Ginevra preme per operare la malformazione di Ehdel, ma tutto cambia quando la piccola incontra Silvano, bidello della scuola e super-appassionato di fantasy e giochi di ruolo. Grazie a lui comincia a credere che quelle orecchie, forte simbolo di disagio e diversità, siano in realtà segno della sua appartenenza alla nobile stirpe degli elfi, portandola ad aprirsi a un mondo fantasy fatto di magia ed esoterismo dentro al quale poter essere finalmente se stessa, libera da pregiudizi e cattiverie.
Rifacendosi apertamente a famosi romanzi poi divenuti film di genere come Il ponte per Terabithia o Spiderwick, Renda riesce a confezionare un racconto differente, profondo e intimo sull'animo umano, sulle sue contraddizioni e le sue convinzioni pre-confezionate. La regia è scrupolosa e con un paio di inquadrature molto ricercate, così come un comparto tecnico convincente e funzionale, specie le musiche e la fotografia. Il cut del film è indubbiamente indipendente, ma tra le produzioni italiane di questo tipo è certamente di spicco, tra le migliori mai viste, senza esagerare a causa di overacting a volte esasperati e al netto di una narrazione ballerina. Utilizzando però lo spettro dell'adolescenza e una certa cattiveria insita in un processo di omologazione sociale quasi obbligato, il regista è stato capace di analizzare la paura del diverso di chi è o si sente normale e l'orgoglio nerd di chi invece comprende di essere differente, nel cuore o nell'aspetto.

E le problematiche del bullismo, la solitudine, il baratro della depressione vengono tutte fuori con una certa necessità, una forte impellenza nel gridare attraverso il linguaggio filmico che amare se stessi e accettarsi è il primo dovere che bisogna conoscere, ignorando pregiudizi e critiche estranee o addirittura provenienti dal nucleo familiare. Preconcetti o paure devono essere affrontati di petto, in prima persona, senza bisogno di rifugiarsi nelle favole, senza rifugiarsi in un mondo magico che purtroppo non esiste, anche se spesso crederlo reale aiuta. La verità è che vivere cercando di essere sé stessi, pregi e difetti annessi, è una delle cose più difficili al mondo, ma è altrettanto vero che riuscirci dà una sensazione di libertà ed estasi come poche altre. Edhel, forse, vuole dirci proprio questo: che non esiste sensazione più appagante, calda e avvolgente di imparare ad amarsi e accettarsi. Ed è solo allora che anche la realtà può diventare magica per tutti.

Edhel Confezionando un racconto profondo e intimo sull'animo umano, sulle sue contraddizioni e le sue pre-confezionate convinzioni, Marco Renda riesce con Edhel ad analizzare il mondo omologato e crudele dell'adolescenza tramite una storia di disagio per se stessi e di chiusura verso il prossimo. E al netto di alcuni ed esasperati overacting e di una narrazione a tratti ballerina, Ehdel convince per il suo messaggio, per le sua convinte e ridotte ambizioni pedagogiche e per un discreto comparto tecnico, dalla regia, alle luci fino alle musiche. Un piccolo finto-fantasy all'italiana da apprezzare e sostenere.

6

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