Recensione E ora dove andiamo?

Nadine Labaki e la sua 'crociata' di donne unite per la pace

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Dopo averci - piacevolmente - intrattenuto con le atmosfere suadenti di Caramel, la brava e (anche molto) bella Nadine Labaki torna a parlare - fondamentalmente - del coraggio delle donne e della loro incredibile capacità di tenere salde le vite o addirittura (come in questo caso) un'intera comunità. Lo spunto viene dal vento d'intolleranza causato dagli integralismi religiosi, che spesso tendono a esasperare la sostanziale incapacità umana di (con)vivere in pace e armonia con il prossimo. L'attrito tra cristiani e musulmani che coabitano in un piccolo villaggio libanese è qui volto a mostrare come di fronte a un'impulsività maschile che si sviluppa attorno all'esuberanza fisica, lavori invece - sottile - il senso di protezione delle donne, capaci di trasformare il dolore della perdita nella forza di ingegnarsi e trovare un modo di acquietare gli animi. Così facendo E ora dove andiamo? (Premio del pubblico al Toronto Film Festival e a Cannes nella sezione "Un Certain Regard") è capace di trovare alle frizioni esistenti tra musulmani e cristiani una chiave di (s)volta liberatoria, che muta il pericoloso conflitto sociale in un necessario ‘impasto' umano che risulterà infine diversivo e aggregatore a un tempo.

In nome della pace

Sotto la calura di un mezzogiorno libanese, un corteo di donne avanza al ritmo del dolore. In mano portano le foto dei loro uomini, caduti per una guerra tanto violenta quanto inutile, e nel cuore un dolore sordo, condiviso nel nero di un lutto che non fa alcuna distinzione tra cristiane e musulmane, ma che riporta all'eguaglianza della sofferenza. Eppure, all'interno della piccola comunità di cui Amale, Takla, Yvonne, Afaf e Saydeh fanno parte, gli uomini sembrano non esser stati capaci di far tesoro dei dolori e delle morti già patite, ancora pronti a infiammarsi di fronte a divergenze religiose che mutano spesso nella violenza di una irrazionale infantilità, e che (a discapito di qualsiasi fede) non tengono conto di quanto sia preziosa una vita umana, quale che sia il suo credo. Impegnati in una faida interreligiosa che si alimenta a suon di dispetti (la fonte santa riempita col sangue di galline in cambio di capre lasciate a pascolare nella moschea) e reazioni incontrollate, gli uomini non vedono e non comprendono il baratro di dolore che si è aperto nella loro comunità e che attraversa madri e mogli rimaste prive dei loro cari. Ed è in questo clima di tensione ‘maschile' che s'inserirà la voglia, saggia e tutta al femminile, di mitigare gli animi spostando l'attenzione del ‘sesso forte' su altro (che siano ragazze adeguatamente svestite giunte tempestivamente dall'est o una carrellata di pietanze ‘inebrianti' poco importa). Con le loro geniali trovate le donne mitigheranno quello stato di insofferenza che sembra giorno dopo giorno aggrapparsi sempre più irrazionalmente alle religioni, trovando in esse la (banale) scusa per imbracciare armi e violenza a ogni occasione propizia. Verrà così ripristinata, almeno per un simbolico attimo, la scala dei valori, e verrà restituita dignità allo spettro della morte, di fronte alla quale (in egual modo) cadono i veli e si prosciugano le acquasantiere. Perché in fin dei conti, agli occhi di un feretro, un cimitero vale l'altro.

Dal Libano con 'amore'

Nadine Labaki tesse con apparente leggerezza, ancora una volta attraverso il volto delle donne, un film dalle tematiche drammatiche ma controbilanciate da un'alternanza di registri capaci di mitigare il soggiacente discorso sulla morte e sulla guerra. La realtà (donne che fanno fatica a trovare la propria voce) circoscritta di Caramel si allarga qui a un intero villaggio e a un'intera società, portando le sofferenze private a un piano più globale, fatto di fedi e religioni che acuiscono anziché lenire le intolleranze sociali. Il ruolo della donna diventa dunque quello di ‘diversivo', pronta a metter su balli, banchetti o apparizioni divine pur di scongiurare cicliche vampate d'odio. Nadine Labaki conferma con questa sua opera seconda la sostanziale capacità di soffermarsi sulle ombre della vita attraverso il colore che da questa si sprigiona, di affrontare le sofferenze esorcizzandole attraverso la creatività di nuovi ‘impasti' capaci di aprire nuovi varchi e nuovi punti di vista su realtà altrimenti condannate a una tragica deriva.

E ora dove andiamo? Dopo il successo di Caramel l’attrice e regista libanese Nadine Labaki confeziona la sua opera seconda E ora dove andiamo?. Lo spinoso tema su cui è incentrato il film, ovvero i conflitti interreligiosi che sfociano in guerre e morte in terre umanamente martoriate, è alleggerito grazie a uno sguardo femminile (maturo e umile) che stempera l’acredine religioso-sociale con il ricorso a una creatività profana, fatta di musica, balli, cibo e ‘rappresentazioni comunitarie’. E infine nel mare di violenza sociale che sfila in sottofondo spiccano i volti di cinque protagoniste volitive, unite nella volontà di smantellare ogni ideologia/pregiudizio pur di preservare la pace della comunità e capaci di colorare i toni di un (comunque) terribile dramma sociale.

7.5

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