Recensione Duplicity

Clive Owen e Jiulia Roberts doppiogiochisti per caso.

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Tony Gilroy ci riprova: superata la paura da prestazione con il convincente Michael Clayton uscito nel 2007 e forte dell'esperienza maturata con la serie “The Bourne” in veste di sceneggiatore, torna a calcare le scene con un thriller disordinato e complicato. Il tema, questa volta, è lo spionaggio industriale. Gli attori, Julia Roberts e Clive Owen, tornano insieme dopo sei anni dal fortunato Closer.
Ma, scavando più in profondità, cosa nasconde la seconda opera di Gilroy sotto questa falsa veste da thriller di genere? Nelle intenzioni vorrebbe mischiare passato e presente (dal già citato Bourne a 007, da Ocean's Eleven alle commedie dei Coen) ma fallisce nell'orchestrare ritmo, enterteinment e ironia. Di questo mix rischioso il regista ce ne dà un primo assaggio durante i titoli di testa con i due amministratori e fondatori di aziende concorrenti (Tom Wilkinson e Paul Giamatti) che se le danno di santa ragione; tutto sfumato da un rallenty tendente al demenziale che, almeno in quel contesto, riesce a strappare più di un sorriso.
Poi il film parte, e si smette di ridere.

Una storia di intrighi

"La mia memoria è molto forte, specie con le persone con cui sono andato a letto"

L'agente della CIA Claire Stenwick (Julia Roberts) e l'agente dei servizi segreti britannici Ray Koval (Clive Owen) lavorano per due aziende in competizione. Lasciati i loro precedenti incarichi governativi, decidono di fare il doppiogioco estrapolando quante più informazioni possibili da entrambe le società per un progetto comune: rivendere al migliore offerente una formula rivoluzionaria che potrebbe fare la loro fortuna. Tra i due però si frappone, oltre ad una forte e fatale attrazione, Howard Tully (Tom Wilkinson) e Richard Garsik (Paul Giamatti) - responsabili delle società in conflitto. Come andrà a finire?

Triplo gioco. Doppia beffa.

Aleggia un certo sentore, che Tony Gilroy con la trilogia cinematografica tratta dai romanzi di Robert Ludlum abbia fatto suo il genere thriller e dimenticato come si dirige. L'ottimo esordio (Michael Clayton) lasciava ben sperare sul suo futuro da filmaker - memorabili rimangono i titoli di coda - merito del suo stile particolare, tra l'autorialità ricercata e un taglio da blockbuster sobrio eppur coinvolgente; tuttavia stando al risultato raggiunto con Duplicity, la magia e l'intuizione di due anni fa sembrerebbero essere svaniti. Il meccanismo a un certo punto si blocca, il coinvolgimento si appiattisce e l'unica azione di risposta dello spettatore è il controllo dell'orologio.
Innanzitutto la mole di informazioni catapultate su chi ne fruisce: nomi, location, sbalzi temporali, dialoghi che si ripetono continuamente... tante, troppe informazione che mettendo a rischio l'attenzione. In secondo luogo l'azione: se ne sente la mancanza - perchè un paio di sequenze non bastano - e in generale si aspetta quello scacco narrativo che, di fatto, non arriverà mai.
A funzionare non è dunque il ritmo, troppo spezzettato e frustrante, quanto i personaggi caricaturali - Tom Wilkinson che sbraita contro Paul Giamatti durante i titoli di testa non ha prezzo. Ben scritti risultano i protagonisti (entrambi in parte, senza esaltazioni) e in particolare il loro divertente tira e molla basato sulla fiducia, che viene puntualmente a mancare quando si pizzicano nei momenti meno opportuni. Al che sopraggiunge una domanda: è un gioco studiato a tavolino o c'è qualcosa di più? L'effetto sorpresa tende a ingigantirsi troppo e, raggiunto il picco incontrollabile, si sgonfia clamorosamente nel finale. Il messaggio autoironico arriva, la farsa riesce a tal punto da spingere la considerazione che sia un omaggio divertito al genere, eppure quella sensazione di incompiutezza non tende a sparire.
Tony Girloy ha probabilmente giocato troppo con i suoi personaggi, contro lo spettatore mettendo a rischio la sua carriera. Suona come un'esagerazione, ed è quasi voluta, ma stando al suo stile legato ai salti temporali - e qui spiattellati con troppa leggerezza - non ci stupiremmo se nel prossimo progetto l'agente segreto di turno agirà da solo ed entro certi confini. Perché alla fine l'effetto sorpresa conta, ma fino a un certo punto.

Duplicity Duplicity aveva tutte le carte in regole per intrattenere con ironia: un soggetto intrigante, un cast di attori tripla A e un regista con dell'esperienza alle spalle. Gilroy tuttavia non è riuscito a incastrare perfettamente le tematiche proposte senza che allo spettatore venga noia, specie quando viene colpito da una pioggia di nomi, snervanti salti temporali e un finale che, nella sua confusione, appare quasi prevedibile. Godibile e riuscita invece l'ambiguità emotiva tra i protagonisti: è amore o un gioco durato troppo a lungo?

6

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