Dune, la recensione: l'epopea sci-fi secondo Denis Villeneuve

L'autore di Blade Runner 2049 e Arrival confeziona un'ottima trasposizione del romanzo di Frank Herbert declinandola in un buon film introduttivo.

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In un futuro lontano, l'umanità è in grado di compiere viaggi interstellari grazie al potere della Spezia, un potente allucinogeno possibile da estrarre solo sull'inospitale e desertico pianeta di Arrakis, conosciuto anche come Dune. Tale compito è stato affidato per secoli alla Casata degli Harkonnen, barbari senza scrupoli con l'occhio rivolto solo al profitto e che proprio grazie alla Spezia hanno raggiunto un posto di riguardo nelle grazie dell'Imperatore Universale Shaddam IV. A causa dei rapporti bellicosi con le popolazioni autoctone di Arrakis - i Freman - e alla loro grande ricchezza, l'Imperatore decide di passare la gestione di Dune alla Casata degli Atreides guidata dal Duca Leto (Oscar Isaac) e da suo figlio Paul (Timothée Chalamet), che sono costretti ad accettare l'incarico pur sapendo si tratti di un'articolata macchinazione messa in piedi dai loro nemici.

Da qui si svilupperà un intreccio shakeasperiano che costringerà Paul a prendere in mano il controllo della sua vita e scegliere chi essere e diventare, diviso tra gli obblighi del suo ruolo e una profezia su di un futuro Messia e salvatore che potrebbe riguardarlo da vicino.

Il Sogno di Villeneuve

Dopo tanta attesa, il fatidico giorno è arrivato. Si è infatti tenuta oggi 3 settembre 2021 alla 78° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia l'anteprima mondiale di Dune di Denis Villeneuve, nuovo adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo di Frank Herbert, pietra miliare della letteratura fantascientifica già trasposto sul grande schermo nel 1984 da David Lynch e anche in una serie televisiva agli inizi del 2000.

Quello prefissato dall'autore di Blade Runner 2049 in fase di sviluppo è stato però un obiettivo differente e più complesso, minuzioso e audace, volendo risolvere una volta per tutte i problemi connaturati nella condensazione del materiale originale nel film di Lynch e attingendo anche a qualche ispirazione proveniente dall'opera mai realizzata di Alejandro Jodorowski. Un ponte ideale tra il grande passato autoriale e una visione più mainstream ma dal forte carattere artistico dello stesso regista, che scegliendo di dividere l'adattamento in due film ha avuto modo di entrare a fondo nell'epopea sci-fi ideata da Herbert, confezionando un primo titolo profondamente introduttivo ma anche puntigliosamente fedele al libro da cui è tratto, maniacale e scrupoloso all'eccesso.
Non si perde un passaggio né un dialogo, Villeneuve, mettendo in piedi sotto l'egida Legendary Pictures e Warner Bros. un mastodontico spettacolo reverenziale a un romanzo imprescindibile del genere, scenograficamente impattante e visivamente incisivo.

Quella del regista è una poetica pop che punta tutto su toni formali sostenuti e solo apparentemente rivolti a un pubblico di massa, perché la verità è che lo stile dell'autore poco si adatta ai gusti mainstream del pubblico odierno. E Dune non è certamente da meno, tanto nell'estetica quanto nel contenuto, nonostante si sia fatto di tutto per renderlo il più "moderno" possibile e revisionare in chiave appetibile e adattabile le molte invenzioni strambe e iconiche di Herbert (gli scudi da combattimento, la Voce, gli Ornitotteri).

Proprio come le visioni di Paul, noi assistiamo al sogno a occhi aperti di Villeneuve, che coadiuvato dalle roboanti musiche di Hans Zimmer - energiche e angosciose - e dalla fotografia di Greig Fraser riesce a realizzare quella che è al momento la migliore trasposizione del libro per visione d'insieme e attaccamento spasmodico al materiale di partenza.

I problemi strutturali di Dune

Il paradosso più incredibile di questo nuovo Dune è che, pur essendo un ottimo adattamento, non riesce purtroppo a essere il film epocale che ci aspettavamo. Il motivo non risiede nella forma né tantomeno nel cast corale, che da Chalamet come Paul Atreides a Stellan Skarsgard come Barone Harkonnen è centrato e riuscito.

Anzi Villeneuve riesce persino a tirare fuori il meglio dalle doti drammatiche di Jason Momoa come Duncan Idaho e sfruttare al massimo nel suo ruolo un sempre eccellente Oscar Isaac. Il problema è altrove e per l'esattezza nel ritmo compassato e nella stessa dilatazione dei tempi d'esecuzione per un primo capitolo che è praticamente un anticipo sul racconto più corposo che vedremo (o almeno speriamo) successivamente.
Il film in questo senso si presenta come una sorta di DuneZionario, una collezione di personaggi, di vocaboli e di nozioni che servono allo spettatore per entrare nel migliore dei modi nel mondo d'azione, però a conti fatti d'azione ce n'è ben poca, con sequenze dal potenziale incredibile spesso sacrificate in nome di un campo lunghissimo o di uno stacco di montaggio che poteva essere evitato. Il paradosso risiede proprio nel fatto che, pur essendo un titolo fedele e d'estetica raffinata, questo primo Dune pecca nel ritmo e nella prolissi narrativa e visiva, che al netto dello spettacolo immaginifico sopra descritto arriva a risultare spesso estenuante.

Il motivo è che c'è effettivamente poco da dire in questo inizio, almeno nell'intreccio principale, e a parte il plot twist che molti di voi conosceranno senz'altro e che arriva più o meno a tre quarti di titolo, il resto è una lectio magistralis di Villeneuve sui pericoli di Arrakis e sulla gerarchia delle casate universali. Non bastano allora potenti immagini descrittive (ce n'è una con Leto Atreides che sembra il Cristo di Mantegna, incredibile!), panorami d'ocra sconfinati e uno Shai-Hulud (verme delle sabbie) immortalato appena per rendere il nuovo Dune un capolavoro.

Certo, l'opera di Herbert è di per sé un fiume di elementi, nomi, personaggi, lingue e costumi difficile da adattare senza optare per un rispetto cerimonioso o una libertà interpretativa piena, in senso formale, ma Villeneuve scegliendo la prima possibilità si è accollato volontariamente il rischio di impacchettare un'epopea fantascientifica intellettuale e sproporzionata con tutti i suoi vizi e tutte le sue virtù, e questo coraggio gli va riconosciuto, il risultato lucidamente premiato.

Dune Atteso, dibattuto, temuto, rimandato: il nuovo Dune di Denis Villeneuve è finalmente qui e dopotutto è proprio come ce lo aspettavamo, fedele al limite del reverenziale all'opera originale di Frank Herbert e ponte concettuale tra il passato autoriale lynchiano e jodoroswkiano e la grammatica stilistica dell'autore di Blade Runner 2049. Questo lo rende ricco di pregi (la visione d'insieme, la potenza delle immagini e del suono, la fotografia curatissima) ma anche di diversi vizi strutturali (il ritmo compassato, la dilatazione spesso estenuante del tempo d'esecuzione), risultando comunque la migliore trasposizione finora mai prodotta dell'opera, che non contempla necessariamente elementi come originalità o virtuosismo - che infatti non ci sono. Perfetto è invece il cast corale messo insieme dal regista, da Timothée Chalamet a Rebecca Ferguson. A conti fatti, questo primo capitolo del nuovo adattamento di Dune è profondamente introduttivo e dedicato soprattutto alla divulgazione precisa e sostanziale delle nozioni essenziali dell'universo d'azione, ma dopotutto rientra nel progetto di Villenevue, che adesso speriamo solo riesca a trovare una conclusione, altrimenti sarebbe un bel problema.

7

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