Dumbo, la recensione: Tim Burton aggiorna il mito dell'elefantino volante

Il visionario regista Tim Burton aggiorna il mito di Dumbo nella forma e nel linguaggio, portando l'originale film del 1941 verso nuove direzioni.

recensione Dumbo, la recensione: Tim Burton aggiorna il mito dell'elefantino volante
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La parola Dumbo conserva al suo interno qualcosa di magico, capace di pescare dal cappello dei nostri ricordi immagini di occhioni azzurri e malinconici, orecchie enormi e teneramente buffe, una proboscide piccina in cerca di un'altra più adulta e protettiva. La storia dell'elefantino volante ha certamente caratterizzato l'infanzia di molti, sia grazie alla carica emotiva del film animato uscito nel 1941, prodotto da Walt Disney in persona, sia per la forza delle sue immagini, delicate o violente o psichedeliche all'occorrenza - chi è riuscito a dimenticare i giganteschi pachidermi rosa? (Oggi aggiornati sotto una nuova luce, in modo poetico ma forse troppo forzato)

Da quel lavoro sperimentale però sono passati 78 anni, il mondo di allora non esiste più, nel mezzo è passata una guerra mondiale e una miriade di altri conflitti "minori", la società analogica è diventata digitale e, evidentemente, mamma Disney ha sentito il bisogno di aggiornarlo, il mito di Dumbo, eroe positivo tutt'altro che perfetto, anzi simbolo di quella diversità che nei difetti trova lo slancio per fare cose straordinarie.
La patata bollente dell'operazione, tutt'altro che semplice, è finita fra le mani della leggenda vivente Tim Burton che - nonostante qualche scivolone recente - è comunque una colonna portante del cinema contemporaneo. In carrozza dunque, il lungo treno del circo Medici è in partenza.

Perdere qualcosa

Holt Farrier, acrobata circense esperto nelle esibizioni a cavallo, torna dalla Francia e dalla guerra provato e senza più un braccio, perso in trincea chissà dove. Ad accoglierlo alla stazione ci sono i suoi due figli Milly e Joe, a mancare però è la moglie, la madre dei suoi bambini, il cuore pulsante dell'intera famiglia, colei che sapeva sempre cosa dire nel momento più adatto, al contrario di lui, perennemente impacciato e poco pratico con i sentimenti umani.
Una brutta influenza ha decimato l'accampamento, inoltre gli affari non vanno propriamente a gonfie vele e Max Medici, il proprietario del circo, si è visto costretto a vendere mobili e attrazioni per andare avanti, assegnando ai membri rimasti i mestieri più disparati per ottimizzare le spese. Il futuro dipende da un solo, grande investimento, in senso letterale: un enorme elefante femmina che dovrebbe dare presto alla luce un piccolo, un cucciolo che potrebbe richiamare orde di bambini da ogni parte d'America.

Il giorno del parto qualcosa non va per il verso giusto, o almeno così i membri dell'accampamento pensano, e le feste vengono rimandate, poiché l'elefante appena nato ha delle orecchie troppo grandi rispetto al corpo. Tutti, o quasi, lo considerano un mostro deforme, e il circo Medici di freak ne è già pieno, non ha certo bisogno di altro personale. Solo i piccoli Milly e Joe si avvicinano all'elefantino, scoprendo una sua straordinaria qualità: quelle grandi orecchie gli permettono di volare, basta soltanto l'ausilio di una piuma per trovare il coraggio di decollare. Il circo Medici ha forse una chance per sopravvivere.

Bimbo mio

Tim Burton divide il suo particolare "remake" in due parti ben distinte. Una prima più intima, ambientata in una dimensione familiare come il circo Medici, dove tutti si conoscono e si aiutano fra loro, salvo qualche fisiologica mela marcia. Una seconda più fredda e votata all'avventura, nel mondo affascinante ma ambiguo di Dreamland, un enorme parco divertimenti che offre qualsiasi genere di attrazione ai propri ospiti, ma senza un briciolo d'anima - aperta critica alla Hollywood più commerciale?
Finché tutto resta nel ristretto mondo del circo itinerante, il film si ammanta di buoni sentimenti, inoltre la venuta al mondo (e allo schermo) di Dumbo è assolutamente deliziosa, ben pensata e girata. Gli spettatori adulti dovranno prepararsi psicologicamente al momento Bimbo Mio, edizione riveduta e corretta del brano del film animato cantata da Elisa, almeno nella versione italiana, che torna prepotentemente in una scena emozionante ripresa 1:1 dall'opera originale.

Passato il momento più toccante, per Dumbo è il momento di andare in scena: prima sotto il piccolo tendone Medici, dove l'improvvisazione regna sovrana, poi sotto la direzione dell'imprenditore V.A. Vandevere, affamato più di denaro che di spettacolo. Quando il setting cambia, l'intero film modifica il suo passo e diventa un'avventura moderna in piena regola, frenetica, da vivere sempre sul filo del rasoio.
Burton, insieme allo sceneggiatore Ehren Kruger, accompagna l'intrattenimento di superficie a temi dal valore inappuntabile: l'elaborazione del lutto, della perdita (chiunque, nel film, perde qualcosa), il credere in se stessi e accettarsi per come si è, il non arrendersi mai lottando fino alla fine. C'è persino spazio per una marcata vena animalista, che in modo diretto sostiene come sia sbagliato tenere gli animali nei circhi, costringendoli a fare cose lontane dalla loro natura.

Empatia cercasi

Sarà facile, per gli spettatori, prendere da subito le parti dell'elefantino volante Dumbo, l'unico personaggio davvero ben caratterizzato, nonostante l'assenza della parola. Già, perché il vero difetto del progetto è la costante superficialità della sua scrittura, con un'azione che procede con pochi sussulti e protagonisti eccessivamente stereotipati.

Il clou (negativo) si raggiunge con l'imprenditore Vandevere, talmente cattivo da risultare caricaturale, così accecato dal successo personale da mettere in pericolo i suoi affetti più cari. Non c'è un personaggio umano in grado di lasciare il segno al pari di Dumbo, che resta dunque il vero mattatore del lungometraggio, con i suoi occhi grandi ed espressivi. Un animale digitale davvero ben riprodotto in CGI, anche se non si può dire lo stesso di tutti gli ambienti: ogni sequenza presenta infatti scenari esterni eccessivamente saturati e artificiali, che mettono a dura prova la credibilità del tutto.

Le cose migliorano leggermente negli interni e nelle scene a Dreamland, che Tim Burton ha fatto ricostruire quasi per intero, con l'ausilio di enormi pannelli del green screen nel cielo, s'intende, l'aspetto visivo però non è certo la punta di diamante del progetto. A vincere su tutta la linea è sicuramente il nutrito cast, di qualità estrema, che vede fra gli altri diversi volti noti del cinema burtoniano.

Dal sempre ottimo Danny DeVito, al suo terzo film "circense" con il maestro del gotico, a Michael Keaton, il mitico Bruce Wayne dei due Batman di Burton. Colin Farrell è poi un padre "in crescita", che impara con il tempo a comprendere i suoi figli e a dargli il giusto spazio, è però il sorriso di Eva Green che si prende tutta la scena, quando la sua Colette ha linee di copione da recitare.
La sua entrata non è esaltante, nei panni della donna trofeo del villain, presto però fuoriesce la sua vera natura, una trapezista dall'animo gentile e dal cuore pieno di passione, scintilla di una "rivoluzione popolare destinata a cambiare la vita del circo Medici e dello stesso Dumbo, alla ricerca di un posto nel mondo.

Dumbo Nonostante il peso degli anni, il film animato di Dumbo del 1941 resta una stella luminosa del firmamento Disney, un lavoro girato con delicatezza e fantasia, capace di emozionare lungo tutto la sua durata. Un progetto difficile da replicare o semplicemente aggiornare, e persino un visionario come Tim Burton è infine inciampato. Dumbo live action mostra grande cuore nella prima parte, con il complicato e doloroso arrivo dell'elefantino nel mondo, strappato via alla madre e dato in pasto agli spettatori del circo, poi però ci si espande. Si approda a Dreamland, una sorta di oscuro parco divertimenti tanto grande quanto arido, gestito da persone senza scrupoli. Se gli occhioni di Dumbo fanno sciogliere anche il cuore più duro, non si può dire lo stesso dei personaggi umani, eccessivamente stereotipati e poco incisivi. Protagonisti che si muovono lungo una sceneggiatura senza grandi sussulti, lineare e prevedibile, con diverse sfumature critiche che toccano la sfera animalista. Le ambientazioni sono poi caratterizzate da una CGI prepotente, che rende ogni cosa eccessivamente artificiale, al contrario del film animato originale che faceva della semplicità la forza dei suoi quadri. Less is more, potremmo dire, oggi invece si preferisce aggiungere strati su strati, peccando forse di prepotenza.

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