Drive My Car Recensione: lo squisito film da Oscar di Hamaguchi

Il regista giapponese espande un racconto di Murakami in un'opera intimista di stampo esistenziale, scritta e diretta benissimo.

Drive My Car Recensione: lo squisito film da Oscar di Hamaguchi
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Le nomination agli Oscar 2022 ci hanno presentato un vero e proprio deja-vu: direttamente dal 2020 una pellicola orientale torna a pretendere la statuetta per il Miglior Film Internazionale e anche quella più ambita per il Miglior Film. Non è un segreto che Parasite di Bong Joon-ho sbaragliò la concorrenza e se le portò a casa entrambe (un destino che molto probabilmente sarebbe dovuto toccare anche al Amour di Haneke nel 2012); chissà se Drive My Car di Ryusuke Hamaguchi (che abbiamo già incontrato nella nostra recensione de Il Gioco del Destino e della Fantasia) riuscirà nella medesima impresa. La speranza è l'ultima a morire, ma la pellicola giapponese è assai differente da quella coreana non solo nell'intreccio, ma nell'essenza.

Un titolo che si affaccia sull'abisso dei propri protagonisti e rimane pericolosamente in bilico su di esso per tre ore, prendendosi tutto il tempo necessario ad indagare la vicenda di Yusuke Kafuku, attore e regista teatrale di successo, trasposto di peso dall'omonimo racconto breve di Haruki Murakami con il coraggio di espanderlo e di renderlo organismo a sé stante, in un delicato contrappunto interiore che è un viaggio alla scoperta e all'accettazione di se stessi, degli altri e della vita nel suo scorrere inesorabile.

Una Saab 900 contro i rimpianti

Yusuke e Oto sono marito e moglie, vivono un'esistenza ordinaria segnata da un profondo sentimento reciproco. Lui è un attore e regista teatrale, lei un'ex attrice che ha trovato la via della scrittura per il piccolo schermo. Entrambi sono stati segnati dall'irreparabile perdita della figlia, morta anni addietro.

Da allora, Oto ha iniziato saltuariamente a tradire Kafuku, il quale è a conoscenza dell'infedeltà della moglie, ma non ha il coraggio di affrontarla, e accetta la cosa perché il suo rapporto con lei - che sembra amarlo nonostante tutto - è la cosa più preziosa che possiede. Yusuke, nel frattempo, si appresta ad interpretare Zio Vanja nell'omonima opera di Cechov, studiando la propria parte con una musicassetta sulla quale la moglie ha recitato tutti gli altri personaggi del dramma, lasciando a Kafuku gli spazi per inserirsi con il suo protagonista mentre guida la sua Saab 900 rossa nel tragitto casa-lavoro. L'improvvisa dipartita di Oto lascia Yusuke preda dei dubbi e dei rimorsi sui reali sentimenti della donna e sulla natura delle sue relazioni. La trasferta ad Hiroshima per dirigere una nuova rappresentazione di Cechov, in presenza di uno dei suoi amanti, creerà ancor più scompiglio, oltre al fatto che Kafuku sarà costretto da contratto a far guidare la sua amata Saab a Misaki Watari, una giovane e misteriosa ragazza che ha la stessa età che avrebbe avuto sua figlia se fosse sopravvissuta.

Il fascino dell'interstualità

L'opera di Hamaguchi potrebbe spaventare a livello di accessibilità (tre ore di durata, dense di silenzi e dialoghi), ma non preclude la visione a nessun tipo di spettatore disposto a seguirla nel suo dispiegarsi.

Perché la peculiarità di Drive My Car risiede tutta nella sua interstualità attraverso la quale le diverse componenti del film, pur veicolando un significato proprio e un senso di per sé compiuto, concorrono a formare un intero drammaturgico che è maggiore della somma delle parti, costituito da una serie di ingranaggi narrativi perfettamente riconoscibili nella loro funzione e che, proprio in virtù della loro riconoscibilità, generano soddisfazione in chi riesce a leggere i collegamenti seminati dalla pellicola. Accade così che il testo di Cechov sia indissolubilmente legato alla vicenda personale di Kafuku e che determinate linee di dialogo dell'opera, pronunciate dalla voce puntuale di Oto nelle registrazioni, siano delle stilettate ai dubbi di Yusuke, ma anche che lo stesso assegnare il ruolo di Vanja all'ex amante della moglie rappresenti la sottile vendetta di Kafuku, proprio per le vicende nelle quali incorre il personaggio di Cechov e per le precise dichiarazioni scritte dall'autore russo, che suonano come un'ammissione di colpa enunciata su un palco non solo a Yusuke, ma a tutti gli spettatori.

La stessa città di Hiroshima, emblema di una sofferenza talmente inimmaginabile e impossibile da elaborare, è una metafora del film nel suo "essere riuscita ad andare avanti" nonostante tutto; a tal proposito è stato bravo Hamaguchi a non presentare esplicitamente nessun riferimento iconografico alla vicenda dell'atomica, mostrandoci un'Hiroshima quasi anonima nella sua modernità. Anche i racconti imbastiti dalla defunta moglie in stato di trance nei momenti più intimi seguono questa dialettica intertestuale che si potrebbe applicare a moltissime altre situazioni, che non approfondiremo in questa sede per evitare ulteriori spoiler.

Baby, you can drive my car

Interessante notare come l'intertestualità che enunciavamo poc'anzi non venga compresa dai soli spettatori, ma allo stesso modo sia vissuta, percepita e interpretata anche da Misaki, che comprende le sofferenze di Yusuke poiché, a suo modo, è anch'essa vittima della propria sofferenza. In questo senso, la Saab 900 è il mezzo attraverso il quale proliferano i dubbi esistenziali quando Kafuku è alla guida, mentre è veicolo per elaborarli quando al volante c'è Misaki. Ed è proprio il rapporto tra il marito tradito, mangiato dal rimorso, e la figlia mai cresciuta da Yusuke e Oto, il cui rapporto con la madre l'ha segnata indelebilmente, a rappresentare il fulcro di Drive My Car.

In questo senso, Hamaguchi espande in maniera esponenziale le traiettorie del racconto di Murakami, analizzandone gli spunti con lucidità e disponendoli a formare un disegno armonico, calligrafico, che si concretizza nel momento in cui ogni elemento si collega all'altro, in una sceneggiatura che sa essere delicata e spietata al tempo stesso, e che vive attraverso una regia onnisciente e obnubilante, a seconda del punto di vista, vero e proprio paracadute di sicurezza per un cast straordinario nella sua varietà, che mescola giapponese, inglese, mandarino e linguaggio dei segni coreano con la stessa uniformante disinvoltura espressa nella rappresentazione multiculturale di Cechov ad opera di Kafuku.

Un lungo viaggio alla scoperta di sé, perché per accettare le idiosincrasie altrui bisogna prima di tutto analizzare le proprie e scendere a patti con l'evidenza che nulla sostituirà il fatto che la vita va avanti e noi con essa; per questo è inutile creare argini esistenziali e trincerarsi dietro di essi in attesa che le risposte si facciano strada verso di noi. Al contrario, Yusuke deve imparare a favorire il confronto, prima di tutto con se stesso, e smetterla di crucciarsi per quello mancato con la moglie. Lo stesso vale per Misaki. Ed è l'ultimo atto del film a regalarci la delicata presa di coscienza di entrambi che permetterà loro di lasciarsi alle spalle il passato e di abbracciare il futuro, passando a noi il testimone.

Drive my car Drive My Car è un'opera che nella sua monumentale e compassata essenza rischia di allontanare lo spettatore ancor prima che concedergli il gusto della visione, mentre in realtà è un viaggio indimenticabile nell'animo dei suoi protagonisti, che gioca con i propri elementi drammaturgici in un proliferare di sottotesti e di espliciti quanto gustosi rimandi intertestuali. Hamaguchi espande esponenzialmente il racconto di Haruki Murakami attraverso una scrittura sontuosa che si accompagna ad una regia quanto mai consapevole, alla guida di un cast eterogeneo e impeccabile. La vicenda di Yusuke si intreccia così a doppio filo con quella di Misaki per raggiungere un'epifania esistenzialista che ci lascia riflettere, mentre la Saab 900 rossa tiene fedelmente la strada, invitandoci a prendere il volante e ad essere protagonisti del nostro personale viaggio.

8

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