Drive, recensione del film di Nicolas Winding Refn con Ryan Gosling

Gosling a tutta velocità... e violenza nel nuovo e iconico film di Nicolas Winding Refn.

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Considerato il più grande esordiente danese dai tempi di Lars von Trier grazie al suo debutto dietro la macchina da presa Pusher - L'inizio, mix di black comedy, tragedia e azione che rappresentò nel 1996 il primo tassello di una trilogia diventata una pietra miliare nell'ambito del genere poliziesco, Nicolas Winding Refn, nato nel 1970 a Copenhagen, ha finito per attirare non poco l'attenzione della critica (e del pubblico più sofisticato) grazie anche alle sue successive opere; da Bronson, biopic che racconta la storia del famigerato criminale inglese Charlie Bronson, al torbido e sanguinoso film sul Medioevo Valhalla rising - Regno di sangue, rispettivamente del 2008 e del 2009.
Tutti successi che hanno spinto l'attore canadese candidato all'Oscar Ryan Gosling a contattarlo per portare sullo schermo l'avvincente romanzo pulp Drive, scritto da James Sallis, della cui trasposizione il cineasta osserva: "L'autista protagonista scaturisce dai personaggi che ho creato per Bronson e Valhalla rising - Regno di sangue; si tratta di figure esagerate, quasi simili a Dio. Mi interessa molto il lato oscuro dell'eroismo, il modo in cui quell'inarrestabile pulsione e adesione ad un codice specifico possa sfociare in qualcosa che è quasi psicotico".

Corri uomo, corri

Quindi, su sceneggiatura di Hossein"Le ali dell'amore"Amini, anch'egli candidato all'ambita statuetta, Gosling è uno stuntman che lavora part time a Hollywood, in quanto di giorno svolge la professione di meccanico e la notte mette al servizio dei criminali il suo talento da autista al volante di macchine di grossa cilindrata correndo per le strade di Los Angeles a tutta velocità.
Però, mentre il suo agente Shannon alias Bryan"Contagion"Cranston intende trovare il denaro per costruire una vettura che permetta al ragazzo di correre nel circuito professionale, in modo da fare anche da manager al suo team, prima fanno la loro entrata in scena l'ex produttore cinematografico che ha scalato la gerarchia della criminalità Bernie Rose e il suo amico d'infanzia Nino, interpretati dai veterani Albert Brooks e Ron Perlman, poi la nuova vicina di casa Irene, con le fattezze della Carey Mulligan vista in Wall Street: Il denaro non dorme mai.
Ed è proprio l'incontro con quest'ultima e suo figlio Benicio, con il volto dell'esordiente Kaden Leos, a scombussolare la vita del giovane autista, il quale, deciso ad aiutarne il marito pregiudicato Standard indebitato con la mafia fino al collo, cui concede anima e corpo l'Oscar Isaac di Sucker punch, finisce per trovarsi in una situazione che lo vede costretto a chiudere a modo suo una faccenda legata ad una complessa guerra tra malavitosi.

Drive l'imprendibile

Ma, nel complicato intreccio di tutt'altro che puliti personaggi, trovano posto anche Cook e la sua ragazza stripper Blanche - rispettivamente interpretati da James"Il buio nell'anima"Biberi e dalla formosissima Christina Hendricks conosciuta soprattutto per la serie televisiva Mad men - all'interno dei circa 95 minuti di visione che, a partire dal prologo, immerso in una notte arricchita dai filtri colorati della fotografia di Matthew Newman, richiama non poco un certo cinema metropolitano a stelle e strisce degli anni Settanta e Ottanta.
Infatti, complice anche lo stile scelto per i titoli di testa, commentati da un orecchiabile motivo e molto poco simili a quelli che aprono le produzioni di celluloide del XXI secolo, è impossibile non pensare ad alcuni film di Walter Hill (del resto, sia il titolo che l'argomento richiamano alla memoria il suo Driver, l'imprendibile) o a Vivere e morire a Los Angeles, diretto nel 1985 dal grande William Friedkin; quando ad essere tirati in ballo non sono evidenti riferimenti ai lavori di Martin Scorsese.
In fin dei conti, il decisamente romantico personaggio incarnato da Gosling altro non sembra che un incrocio tra il Travis Bickle deniriano di Taxi driver e lo Steve McQueen delle pellicole ad alta velocità su quattro ruote; anche se Refn, che si dedica in maniera efficace alla progressiva costruzione delle diverse figure che popolano la vicenda, non esita neppure ad attingere dalla produzione di genere nostrana, soprattutto per quanto riguarda la cruda rappresentazione della violenza (tra l'altro, la sequenza in cui ad un tizio viene fatta ingoiare una pallottola sembra quasi un omaggio a Roma a mano armata di Umberto Lenzi).
Già, perché, pur rimanendo fedele al suo modo di fare cinema principalmente basato sui dialoghi, nonostante lo spostamento su suolo americano, non risparmia massicce dosi di brutalità condita di splatter quando necessario, tra deflagrazioni di crani ed ossa fracassate a martellate.
Sfiorando, a tratti, perfino l'horror (citiamo solo la sequenza con Perlman ambientata sulla spiaggia di notte) in quello che si rivela essere un coinvolgente ed emozionante noir ottimamente interpretato ed ancor meglio diretto che, una volta tanto, non appare né come un'imitazione tarantiniana, né nelle vesti di derivato di Michael Mann. Non a caso, si è aggiudicato al Festival di Cannes la Palma d'oro per la miglior regia.

Drive “Da quando ero un adolescente, sono sempre stato un fan del film Sixteen candles - Un compleanno da ricordare”. Ho sempre desiderato fare un remake di quella pellicola in un modo o nell’altro e, anche se in maniera improbabile, l’ho fatto con Drive. Carey ha tutta l’intelligenza e lo charme di una giovane Molly Ringwald. Le scene romantiche assieme a Ryan creano un contrasto molto delicato e bello rispetto alla brutalità del resto del film”. Così il danese Nicolas Winding Refn, autore della trilogia Pusher e del medievale Valhalla rising - Regno di sangue, descrive il suo primo lungometraggio girato in suolo americano, il quale gli ha permesso di aggiudicarsi a Cannes la Palma d’oro per la miglior regia. Ovviamente, al di là della storia sentimentale presente e del romanticismo che caratterizza il protagonista splendidamente incarnato dalla rivelazione Ryan Gosling, il suo film si distacca totalmente dalla citata teen-comedy di John Hughes. Infatti, ci troviamo nel territorio di un duro noir dal sapore anni Ottanta in cui il cineasta di Copenhagen trasferisce in maniera efficace lo stile che fu già alla base dei suoi lavori europei, costituito da abbondanza di dialoghi e ricorso a feroce violenza solo quando veramente necessario. Per circa 95 minuti che coinvolgono ed emozionano dalla prima all’ultima inquadratura, lasciando tutt’altro che deluso lo spettatore.

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