Dragon Trainer, la recensione del film animato targato Dreamworks

L'era dei Draghi secondo la Dreamworks: la nostra recensione del primo capitolo della trilogia di Dragon Trainer.

Dragon Trainer, la recensione del film animato targato Dreamworks
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Dopo averci fatto scoprire come vive un Orco, esplorato le giungle malgasce e esserci allenati con un panda poco zen, ma molto kung fu, Dreamworks Pictures ci riprova prendendo spunto da una serie di libri per ragazzi molto nota nel mondo anglosassone, il cui primo tomo si intitola How to train your Dragon. Abbandonate le velleità "adult looking" di Shrek e i riferimenti metacinematografici di Madagascar e Kung Fu Panda, Chirs Sanders & Dean Deblois, già autori di Lilo & Stich, ci immergono in un mondo medieval - fantasy dai toni pastello, dove un giovanissimo vichingo, Hiccup, doppiato in originale da Jay Baruchel, deve affrontare le prime prove per entrare nell'età adulta, confrontandosi perennemente con l'ombra del padre, Stoick l'Immenso (Gerald Butler, il Leonida di 300), Capo Villaggio e imbattuto sterminatore di Draghi. L'incontro con un cucciolo di Furia Buia, una delle specie di draghi più pericolose e violente, però farà capire ad Hic che lo scontro con i rettili non è l'unica via e che la convivenza è possibile. Ma riuscirà a convincere il resto del villaggio, compresi la bella Astrid (cui presta la voce America Ferrera, meglio nota come Ugly Betty) e, soprattutto, il suo sanguigno genitore?

Dreamworks con questo Dragon Trainer si approccia, forse per la prima volta nella sua ormai più che decennale storia a un film davvero pensato per un pubblico prettamente infantile. Dai tempi de Il Principe d'Egitto, la società fondata da Spielberg, Katzenberg e Geffen, cercava infatti un difficile sincretismo fra il cartoon maturo e il classico target fanciullesco dei film d'animazione. Con vari tentativi, più (Shrek, Il Principe d'Egitto, Z la Formica) o meno (Giù per il tubo, Shark Tale, Mostri contro Alieni)  riusciti Dreamworks ha sempre cercato di non appiattirsi sul canone disneyano classico o, per dirla in termini più moderni, non ha voluto inseguire Pixar, ritagliandosi una nicchia artistica interessante e, soprattutto, alternativa al cinema d'animazione tradizionale.
Con Dragon Trainer tutto cambia. Per la prima volta Dreamworks ha deciso di raccontare una favola lineare e senza sottesi di alcun tipo; la vicenda di Hic e del suo Clan non aggiunge nulla di nuovo al classico cliché tutto anglosassone dell'incontro - scontro fra Genitore e Figlio, entrambi con enormi talenti e entrambi incapaci di comunicare. Tuttavia i registi (che non a caso hanno entrambi lavorato in Disney) mescolano l'azione, i rapporti interpersonali e l'estro creativo del disegno in maniera davvero sapiente regalandoci personaggi degni della grande tradizione cartoonesca americana. Hic è il prototipo del perdente di successo, con tanto di frangetta emo e fisico smilzo, mentre i suoi comprimari vanno dallo ieratico Stoick (palesemente ispirato ad Abraracourcix, il capo di un certo villaggio dell'Armorica che da sempre resiste ai romani) al draghetto Sdentato, il cui handicap caudale forse ricorda troppo Nemo. Nulla di troppo complesso, né articolato, ma il mix funziona decisamente bene, mentre le parti più d'azione, come lo scontro con i vari tipo di draghi (diversissimi fra loro, colorati, grassi, magri, con due teste, dotati di spuntoni e via discorrendo) diverte e dona al film un ritmo deciso e intrigante che, di certo, non guasta. Forse non siamo davanti alla profondità concettuale di Up, ma è innegabile che Dragon Trainer funziona decisamente bene e anche gli spettatori più smaliziati finiranno per farsi rapire da voli a dorso di Drago, fra oceani e boschi di conifere. A tutto questo si aggiunge un 3D per una volta davvero ben realizzato e funzionale alla narrazione. I registi, molto saggiamente, non hanno puntato quasi per nulla sugli effetti "impressionanti", usando la stereoscopia per dare maggior profondità di campo all'azione, rendendo, per esempio, le nuvole più dense, le caverne più buie e, in generale, dando a tutto il film un tocco di solidità che non guasta mai. Soprattutto nell'animazione in computer grafica. Anche il finale, scontato quanto vogliamo, ma non troppo happy (per tutta una serie di motivazioni che non vi sveliamo) si inscrive in questa riscoperta della fiaba classica, dove l'allegria ha sempre un risvolto oscuro e ogni grande battaglia porta con se innumerevoli ferite. L'atteggiamento stesso dei draghi, che a uno sguardo superficiale potranno sembrare poco più che pokémon extra large, rivela questa cura per il dettaglio, un po' rettili, un po' gattoni, i co - protagonisti del film, quasi scalzano di scena i personaggi umani, senza mai scadere nella facile trappola dell'umanizzazione eccessiva. I Draghi si muovono, agiscono e comunicano come animali, ognuno con una sua particolare caratteristica, c'è l'Incubo Orrendo, che si muove come un ragno, l'Orripilante Bizippo con le sue due teste, e tanti altri sputafuoco con nomi e caratteristiche altrettanto esotiche.

In chiusura ci piace ricordare che anche in Dragon Trainer, l'Italia fa capolino, grazie al lavoro di Alessandro Carloni, supervisore della Storia e, in passato già capoanimatore di Kung Fu Panda. Il nostro paese, dunque, continua a dire la sua nel campo dell'animazione, come, d'altronde, Movieye vi aveva già ampiamente dimostrato con l'intervista a Enrico Casarosa curata dal nostro Direttore Andrea Bedeschi.

How To Train Your Dragon Dragon Trainer diverte e lo fa senza ricorrere a sotterfugi. Per una volta un cartoon non vuole essere nulla di più di una bella favola, e questo non può che essere un bene. Un film, insomma, che può davvero divertire tutti, dal ragazzino agli adulti che, magari, rivedranno nelle gesta di Hiccup e del suo Draghetto un po’ di quell’innocenza del disegno animato che sembrava essersi persa nel turbinio convulso degli ultimi anni fatti di computer grafica, progetti ponderosi e esperimenti estetico - grafici a volte troppo complessi per essere davvero riusciti.

7

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