Recensione Drag Me to Hell

L'atteso ritorno di Sam Raimi al cinema horror.

Recensione Drag Me to Hell
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Prima che il dinamico duo composto dal "ragazzo meraviglia" Christopher Nolan e Batman andasse a rompergli le uova nel paniere, la palma d'oro per il maggior incasso nell'ambito dei comic movie, spettava a Sam Raimi e al suo Spider Man 3. Da un punto di vista prettamente cinematografico però, nonostante un ubertoso incasso di 885 milioni di dollari worldwide, Spider Man 3 è di certo l'anello debole della trilogia.
Una sceneggiatura che impasta insieme troppi personaggi senza approfondirne neanche uno, unita alle pessime doti recitative di Tobey Maguire, capace di produrre solo due espressioni (o tre se vogliamo essere clementi ed aggiungere quella a base di sorrisino ebete misto a paresi facciale che sforna dai tempi de "The Ice Storm" di Ang Lee) e alle ingerenze del produttore Avi Arad, han creato un clima che ha indispettito lo stesso Raimi, e la conclusione è sotto gli occhi di tutti. Dopo la lavorazione del terzo episodio e durante la telenovela intessuta di rumor legati ai travagli produttivi del quarto episodio atteso ormai per il 2011, ma ammantato d'incertezza per molto tempo, Sam Raimi è riuscito a prendersi una comunque meritata vacanza dall'ipetrofico franchise gestito da Sony Pictures tornando in una fetida cripta abitata da presenze demoniache e vecchie streghe che rigettano maledizioni condite da sostanze necrotiche e purulente.
Una manna, anzi, una mannaia dal cielo per chi segue Raimi fin dai tempi di The Evil Dead (noto come La Casa in Italia).
Certo, almeno come produttore, il nostro amico Sam non ha mai abbandonato del tutto i sentieri dell'horror. Con la sua casa di produzione Ghost House Pictures, ha infatti finanziato la realizzazione di Boogeyman 1&2, dei remake yankee di The Grudge e della versione cinematografica della graphic novel 30 Days of Night. A giudicare dai risultati, sarebbe stato molto meglio che Raimi si fosse limitato solo a navigare in stile Paperon de Paperoni nell'oro guadagnato con l'arrampicamuri, perché, come producer è riuscito a finanziare alcune delle più becere nefandezze che il cinema americano ci ha elargito negli ultimi anni, pellicole che fan sembrare Casper di Brad Siberling un capolavoro del cinema horror.
Con Drag Me to Hell, presentato con buoni riscontri a Cannes 2009 nella sezione "Proiezioni di Mezzanotte" rischiamo non tanto di finire all'inferno nel giro di tre giorni come l'antipatica e scialba protagonista del film, quanto in un malinconico turbinare di ricordi legati alla bravura di un regista che sta diventando lo spettro di quello che è stato un tempo.

Highway to hell.

Alla fine degli anni sessanta, una giovane coppia di messicani si reca a casa della medium Shaun San Dena per liberare il loro pargolo dalla maledizione che lo ha colpito dopo che questi ha rubato dei gioielli a un gruppetto di zingari tre giorni prima. Shaun Dena prova a salvare il ragazzino, ma purtroppo non c'è più nulla da fare e il piccolo viene inghiottito dalle fiamme dell'inferno sotto gli occhi disperati dei presenti.
Quarantanni dopo, la giovane Christine Brown (Alison Lohman) lavora come addetta ai fidi in una banca di Los Angeles. Si ritrova a fare i conti con una promozione che tarda ad arrivare poiché per il suo capo non ha ancora dato prova di saper prendere delle decisioni. Almeno può contare sull'amore del suo ragazzo, il professor Clay Dalton (Justin Long), nonostante la madre di questi non veda di buon occhio la relazione del figlio con una ragazza non altrettanto agiata e di buona famiglia.
Un giorno, la signora Sylvia Ganush (Lorna Raver), una vecchia zingara, si presenta alla sua scrivania chiedendole di rinnovarle il prestito. La ragazza pensa che sia giunto il momento di dimostrare che ha tutte le carte in regola per prendere delle decisioni con fermezza e, pur potendo rinnovare il fido, decide di non farlo. L'anziana signora si mette ad implorarla in ginocchio e lei, spaventata e presa alla sprovvista, la fa allontanare dalla sicurezza.
Alla fine del suo turno di lavoro, si dirige verso la sua macchina, posteggiata nel parcheggio sotterraneo del palazzo, ma viene assalita dalla zingara che, dopo una lunga colluttazione, le strappa un bottone dal cappotto, invocando una maledizione quello che è ormai diventato un feticcio di sventura.
Christine diviene vittima di inquietanti presenze oscure e, grazie all'indovino indiano Rham Jas (Dileep Rao) apprende di essere sotto l'influsso del sortilegio della Lamia e di avere solo tre giorni prima di essere trascinata all'inferno per l'eternità.
Solo grazie all'aiuto dell'ormai anziana Shaun San Dena il terribile destino potrà essere sventato.

Lo smalto di un tempo?

Dopo l'appannata performance di Spider Man 3 le aspettative legate a questo ritorno nell'orrore con un biglietto di sola andata per l'inferno erano del tutto lecite. E' dal 2001 che Raimi non regala alle platee cinematografiche una sana dose di brividi lungo la schiena. Con The Gift, scritto dal poliedrico Billy Bob Thornton, oltre a confezionare un thriller dalle forti venature horror in cui a colpire era soprattutto la violenza psicologica della vicenda, era riuscito perfino nel miracolo di far recitare Keanu Reeves, attore dalle doti drammatiche così "intense" al cui confronto una bistecchiera in ghisa diventa Laurence Olivier.
Drag Me to Hell vorrebbe essere un repetita di quello che un tempo riusciva così bene a Sam Raimi, ovvero quel misto di terrore e comicità che ha contribuito a elevare allo status di classici film come La Casa II e L'armata delle Tenebre.
L'utilizzo dell'imperfetto, dovrebbe farvi intuire che qualcosa non è andato come previsto e i trascorsi gloriosi sembrano ormai appartenere ad un epoca irripetibile.
La trama, che mutua in maniera smaccata l'elemento principale della vicenda, la maledizione della zingara, dal romanzo di Richard Bachman also known as Stephen King L'Occhio del Male (Thinner), ci regala, per un'oretta e mezzo, quelli che una volta erano i suoi tratti distintivi, esagerazioni slapstick, sovrabbondanza di liquidi necrotici e via di questo passo, senza però raggiungere le vette iperboliche di un tempo. Più che un film di Sam Raimi, sembra il lavoro di un suo clone sbiadito, di un apatico ultracorpo. Le ragioni di ciò, possono forse essere imputate al fatto che, malgrado la voglia di tornare in qualche modo un "indie" almeno per un po' (il budget del film è stato racimolato tramite la prevendita dei diritti di distribuzione nei vari paesi, ma considerato che i suoi tre Spider-Man hanno guadagnato cumulativamente e limitatamente al circuito cinematografico la ragguardevole cifra di 2474 milioni di dollari, viene naturale pensare che abbia trovato molte meno difficoltà per raggranellare i 30 milioni di dollari del budget di Drag Me To hell rispetto a un filmaker alle prime armi ), Raimi è ormai perfettamente integrato in quel sistema Hollywoodiano di "produci-il-film/vendi-il-pupazzetto" in cui perdere una fetta importante di pubblico, ovvero sia i bambini, è un peccato imperdonabile (e in tal senso rinnoviamo i nostri complimenti a Zack Snyder che per Watchmen non ha accettato compromessi di sorta). Come logica, e triste conseguenza, Drag me to Hell è una versione depotenziata del Raimi di un tempo che forse, a forza di produrre nefandezze per un pubblico dalla bocca troppo buona con la Ghost House Pictures, si sta adagiando su questi deplorevoli standard.
Il canovaccio vorrebbe essere una sorta d'omaggio alla malasorte che colpiva il personaggio-tipo dei vari Racconti della Cripta dei gloriosi fumetti della EC Comics di Maxwell Gaines, nei quali l'ipocrisia, l'arrivismo e la meschinità venivano sempre puniti in quelli che, a conti fatti erano dei mini apologi morali in chiave pulp. In tal senso, quanto accade all'antipaticissima Christine Brown nel film, sarebbe stato più adatto per un episodio di 15 minuti di un qualche Creepshow, piuttosto che per un full feature film. Come nei fumetti di cui abbiamo appena parlato, il personaggio della Lohman è un villain già di base. Basta considerare la sua professione d'addetta ai fidi per capire che Raimi vorrebbe andare a colpire quello che, al giorno d'oggi, viene visto come il Male per eccellenza, ovvero quel sistema bancario che, proprio partendo dagli Stati Uniti, tante grane ha portato al mondo intero. Christine è meschina ed arrivista, senza neanche il coraggio di esserlo davvero fino in fondo. Potrebbe concedere il prestito all'anziana, ma non lo fa, potrebbe trasmettere a qualcun altro la maledizione, ma non lo fa. Vive costantemente in un limbo d'indecisione e l'antipatia del suo personaggio fa si che la sventura sia più che meritata. Tuttavia la totale mancanza di verve autoironica della recitazione della Lohman contribuisce di certo al fallimento. Ora, a prescindere dal fatto che la spiritata zingara sembra un malriuscito incrocio fra le celeberrime presenze demoniache dei film di Raimi e la Gattara dei Simpson e che lo scontro nel parcheggio sotterraneo più che essere comico finisce per scadere nel ridicolo, e fra le due cose sussiste una differenza abissale, è proprio il cast ad avere il massimo delle colpe. Va riconosciuto che una faccia da fumetto in carne ed ossa come quella del leggendario Bruce Campbell non si trova in giro facilmente, ma la Lohman, oltre ad essere del tutto fuori fase ed oltre a dover duettare con una anziana diabolica che scappa fuori nei momenti più assurdi come il nano Randall di Scrubs, quel personaggio che nelle folli avventure di del Dottor JD appare da luoghi impensati per prendere a pugni il malcapitato John Dorian, fa rimpiangere l'Anna Faris della serie Scary Movie. Justin Long non fa che gettare benzina sul fuoco. Ogni volta che compare sulla scena, anche in quelle situazioni che dovrebbero essere più drammatiche o convulse, ha lo stesso cipiglio di chi sta ancora aspettando un'altra copiosa dose di chiavi inglesi sul volto, come se quelle ricevute in Dodgeball non fossero abbastanza. Per non parlare poi del fatto che ormai, da bravo testimonial, in ogni film che fa è vincolato a recitare a non più di 50 centimetri di distanza da un iPhone un computer Apple e se consideriamo che il design dell'iMac che ha nel suo ufficio è una delle cose più piacevoli da vedere sullo schermo vuol dire che Raimi ha davvero sbagliato qualcosa. L'ironia da comedy horror quindi, seppur ricercata, viene completamente a mancare e risulta davvero fuori luogo paragonare il film certi coevi capisaldi del genere. Piuttosto che un gradevole ritorno alle origini, siamo nel bel mezzo di un folle mix fra un episodio di Hannah Montana e una storia dei Piccoli Brividi di R.L Stine, poiché l'audience di riferimento cui sembra puntare il film, considerata la sua totale mancanza di spregiudicatezza tanto nella regia, quanto nelle tematiche, pare quella preadolescenziale; lo speciale zoccolo duro di pubblico che ha contribuito a portare Raimi nell'Olimpo in cui si trova ora, viene accantonato del tutto.
Per non parlare del fatto che l'utilizzo della figura della Lamia è quantomeno contestabile: da sorta di vampiro ante-litteram della mitologia greca, a demone che trascina all'inferno le vittime della iattura il passo non è breve e i Raimi Bros, prima di scrivere la sceneggiatura, avrebbero potuto almeno buttare un occhio su Wikipedia.
Non ci sono scusanti per questo film e appellarsi alla supposta critica nei confronti del sistema bancario, del tutto didascalica, equivale a non voler riconoscere che Raimi ha ormai abbandonato del tutto gli oscuri, inquietanti richiami del cinema di genere.

Drag Me to Hell Se Raimi voleva tornare alle origini ha mancato il bersaglio in pieno. Le operazioni nostalgia racchiudono sempre parecchie insidie e, a volte, per quanto arduo, certi registi cinquantenni dovrebbero avere la maturità di ammettere che talune stagioni della loro produzione artistica sono e restano irripetibili. Nonostante la pluridecennale amicizia, Raimi sta dimostrando di non possedere la stessa dimestichezza dei fratelli Coen nel ripercorrere sentieri battuti in precedenza producendo un nuovo scivolone, dopo il già noto Spider Man 3. A giudicare da quanto accaduto oltreoceano, dove un film come Drag Me to Hell è stato salutato da critiche generalmente molto positive, viene da pensare che gli effetti dell’influenza suina siano molto più gravi del previsto e che questa vada ad inficiare soprattutto le capacità di giudizio di chi, appunto, è pagato per passare sotto la lente d’ingrandimento un film (la critica americana ogni tanto ha dei momenti di blackout, considerata la tiepida accoglienza riservata ad un film come Changeling). Quando però film come questo Drag Me to Hell vengono ben accolti anche sulla Croisette, ci rendiamo conto che “chi ha giuste intuizioni in mezzo a cervelli confusi si trova come uno che abbia un orologio che funziona in una città dove tutti i campanili hanno orologi che vanno male. Lui solo conosce l'ora esatta, ma a che gli giova? Tutti si regolano secondo gli orologi della città che indicano l'ora sbagliata, persino chi è al corrente che solo il suo orologio segna l'ora giusta.”

4.5

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