Don't Worry darling Recensione: oltre lo scandalo, un film interessante

Osteggiato e discusso, Don't Worry Darling è stato presentato tra una valanga di polemiche. Ma com'è davvero il film di Olivia Wilde?

Don't Worry darling Recensione: oltre lo scandalo, un film interessante
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"Abbiamo deciso di restare". Una volontà apparentemente nata in seno al libero arbitrio, a una scelta personale, un consenso famigliare che nel corso di Don't Worry Darling pare scemare in un'inquietante e angosciante imposizione. Da volontà individuale, ogni affermazione si eleva a ritornello ipnotizzante, mantra psicologico che ti prende e ti sprigiona a tua insaputa, allo stesso modo in cui lo schermo ti ingabbia e ti attrae, modellandosi a tua immagine e somiglianza, e dominando le sinapsi altrui.

In questo continuo gioco di specchi, in equilibrio tra realtà illusoria e finzione, ecco forgiarsi dai codici del sotto-genere distopico Don't Worry Darling. Il film diretto da Olivia Wilde, in sala dal 22 settembre, più che per la resa finale dell'opera, deve la sua fama alle polemiche su Harry Styles e sul rapporto della cineasta col cast in fase di produzione e promozione. Un demerito che va a depotenziare un processo filmico investito di un certo interesse che elude il campo mediatico per aggrapparsi a quello puramente cinematografico. Già, perché sebbene imperfetto, e non scevro da errori, il film presentato fuori concorso alla 79esima Mostra del cinema di Venezia, risponde in maniera coerente alle idee della regista, riuscendo anche a infondere strascichi e brandelli di un manifesto di rivendicazione femminista.

La Victory dell'incubo

Tutto all'interno della cittadina di Victory è perfettamente illuminato; tutto è perfettamente colorato, pulito, impostato; tutto è perfettamente perfetto, un indizio neanche troppo velato circa la superficialità di un'esistenza vuota, di involucri corporei che si fanno contenitori di anime apparentemente autonome e razionali, ma che finiscono per rivelarsi impeccabili all'esterno e ammaccati e vuoti all'interno, proprio come perfette e vuote sono le uova sbattute da Alice, fatte della stessa sostanza dei modellini della città, e forse anche dei suoi cittadini.

Già, perché Victory è praticamente un'oasi nel deserto californiano che ospita le famiglie degli uomini che lavorano per il progetto top-secret del magnate e guru Frank (Chris Pine). Cosa facciano tutto il giorno, non è possibile saperlo. Tutto quello che Alice sa del lavoro del proprio marito Jack è che si occupa di "sviluppo di materiali all'avanguardia". Quando una vicina, Margaret (KiKi Layne) inizia a mettere in discussione la vera natura di Victory, Alice si convince che questa vita idilliaca nasconda qualcosa di strano e comincia a cercare risposte.

Pace, amore, gioia effimera


Il mondo di Don't Worry Darling è dunque un micro-universo che promette gioia infinita; un progetto sociale (Victory project) che si eleva a promessa utopica di felicità ingannevole e irraggiungibile.

Un mondo non a caso costruito sulla falsariga degli anni Cinquanta, era del boom economico, del positivismo e di un'effimera galleria di sorrisi adesso attraversati da lingue d'ombre, riflesso del nostro presente e di realtà esterna che batte a pugni sulla porta del sogno.
Un sogno pronto a tramutarsi in incubo, disseminato da inserti caleidoscopici, reiterazione di figure che opprimono la visione e chiudono la gola, tentando di disorientare e angosciare tanto la propria protagonista, quanto lo spettatore, destinatario ultimo di questa galleria onirica al limite della fantascienza. Già, perché Don't Worry Darling è un vetro smerigliato costruito sulla falsa riga della verità, e ammantato di pura apparenza; e così, dietro anche a quella che si mostra come una classica e canonica linearità narrativa, si intromettono allucinazioni, glitch e gap mentali che ne ostruiscono il fluire; sono ostacoli tradotti visivamente da immagini ipnagogiche, tra il vissuto e l'allucinato, e resi musicalmente da suoni sincopati e discordanti; ma a farsi vera portavoce di questo costrutto alienato e alienante è soprattutto lo sguardo penetrante, ed estremamente espressivo, di Florence Pugh.

Il talento è Florence Pugh

Dopo Midsommar (recuperate qui la nostra recensione di Midsommar) l'attrice britannica accetta di scendere a patti con la parte più profonda di noi stessi, di tradurre ogni battuta in linguaggio non verbale fatto di smorfie mai caricate, ma perfettamente ponderate sulla base di emozioni lasciate vagare sulla forza di un non detto, o di uno sguardo in camera. I suoi occhi parlano, sono sfere di cristallo che si aprono su un'interiorità presa e sostituita; sono mondi intimi e interiori rimasti a vagare in un limbo di psicotica perfezione, e adesso pronti a implodere dinnanzi alla forza della verità quando finiscono per incontrare il proprio riflesso sulla superficie di uno specchio.

E cosa c'è di più rivelatore in un mondo di apparenze se non una superficie riflettente come lo specchio? Portale diretto tra la visione di noi stessi offerta al mondo, e condotto magico verso gli anfratti più nascosti della nostra identità, in mano a Olivia Wilde gli specchi si fanno ponti aperti sul campo di menti fallaci; le sue superfici riflettenti danno corpo e sostanza all'elemento del doppio, essere umano la cui corazza esterna inizia a non corrispondere più all'anima interna. Uno scarto che si fa sempre più frattura inesorabile, ormai incapace di essere colmata, ma sostenuta e recisa del tutto.

Girl Power

Una necessità che trova nella costruzione del montaggio e della regia la sua perfetta soluzione; Affonso Gonçalves e Olivia Wilde strutturano il proprio operato come una grande seduta ipnotica, dal cui risveglio saranno le donne a prendere il controllo. Un dominio che le respinge e allontana da un universo prettamente fallocentrico e paternalistico, soggiogato dall'ideale anacronistico che vuole l'uomo come unico portatore di felicità per la donna, e suo unico sostentamento economico e relazionale.

Per sentirsi veramente completa e realizzata, la sua controparte femminile deve pertanto limitarsi al ruolo di perfetta casalinga, sottraendosi dalla sua indipendenza pur di soddisfare un'utopistica volontà del proprio partner confermata dall'asserzione "ogni uomo è responsabile di sua moglie". Forte di donne pronte a riprendere in mano la propria vita, sono le protagoniste femminili a dominare la scena, dando corpo a performance forti e dominanti che vanno a schiacciare e relegare in secondo piano quelle maschili. Anche per questo il Jack Chambers di Harry Styles e il Frank di Chris Pine risultano piatti, bidimensionali e poco mordaci. Al contrario Florence Pugh con la sua Alice si mangia lo schermo, coadiuvata da una Olivia Wilde in parte nei panni di Bunny. In una società distopica, dove i legami tra il mondo in cui i protagonisti vivono e quello da cui provengono, così come le relazioni ora recise che allontanano per sempre gli uomini dalle donne, tutto vive sul ricordo diretto di precedenti cinematografici di medesima fattura e caratura come Mad Max: Fury Road, Inception, The Handmaid's Tale e La moglie perfetta.

Crogiolo di flash mnemonici disfunzionali e modificati, di ricordi innestati, e di personalità pronte a rivendicare la propria indipendenza e unicità, Don't Worry Darling si presenta come un progetto ambizioso sulla carta, e non sempre all'altezza nella sua realizzazione pragmatica, ma non per questo da ostracizzare o bocciare in tronco. Il film di Oilivia Wilde è pertanto il massimo esempio di come una cattiva promozione, fatta di gossip e recriminazioni personali, possano colpire e demolire con la forza di una cattiva fama a un'opera che forse non se la merita.

Doppio speculare della sua riuscita finale, Don't Worry Darling è una corsa spericolata verso un'ambizione personale che sembra non voglia realizzarsi; giocando tra richiami pop e interpreti amati dal grande pubblico (in primis la coppia protagonista Harry Styles e Florence Pugh), l'opera della Wilde tenta di mescolarsi al genere distopico e fantascientifico, caro all'eredità della serie Black Mirror. Uniti insieme nel grande calderone dell'inquadratura cinematografica, non sempre gli ingredienti riescono ad amalgamarsi perfettamente, eppure il gusto rimane dolce al palato, e disorientante nella mente.

don't worry darling Don't Worry Darling, nonostante le polemiche, si presenta come un'opera da riscoprire, perfettamente rientrante nei canoni del genere distopico, e pieno di citazioni e omaggi da ricercare e apprezzare. Non sarà perfetto, ma è comunque un film coeso e interessante dove le interpreti femminili dominano la scena, guidate da una Florence Pugh che con la sua Alice si mangia lo schermo. Un progetto ambizioso sulla carta ma non sempre all'altezza nella sua messinscena, fermo restando che Il film di Oilivia Wilde è il massimo esempio di come una cattiva promozione possa disintegrare un'opera che non lo merita.

6.5

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