Dolor y Gloria, la recensione: Pedro Almodóvar a cuore aperto

Pedro Almodóvar apre lo scrigno dei ricordi per il suo pubblico, scrivendo e girando una storia di dolore e gloria, tristezza e gioia profonda.

recensione Dolor y Gloria, la recensione: Pedro Almodóvar a cuore aperto
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Quante cose, irrisolte o meno, seppelliamo nel nostro passato? In quella zona oscura che si annida fra i soprammobili che accatastiamo in casa, sotto i quadri, nella mente, da dove poi partono continui e costanti mal di testa. Ciò che spingiamo sotto il tappeto della nostra vita non abbandona mai il suo posto, resta fermo a darci fastidio quando vi passiamo sopra a piedi scalzi, quando invece ci troviamo in una stanza diversa ci avvolge il suo ricordo, la sua assenza, come un peso sullo stomaco e sul cuore.
Salvador Mallo cammina quasi ricurvo, a causa di ciò che ha sotterrato senza successo negli anni ormai trascorsi. I medici dicono sia colpa delle sue vertebre, di un mal di schiena lineare e costante che non accenna a sparire, solo a peggiorare col passare delle stagioni, ma sappiamo bene che c'è qualcosa che non va oltre il corpo, i nervi, le ossa.
Lo sa anche lo stesso Salvador che un giorno, una notte, in un istante casuale della sua esistenza, decide, inconsciamente, di fare qualcosa e affrontare i demoni della vita passata.

Dolore e Gloria

Salvador Mallo è un regista, non ancora del tutto anziano ma certamente avanti con l'età, segnato dagli acciacchi del corpo e dell'anima. Porta capelli elettrici, arruffati e pettinati verso l'alto, indossa camicie e giacche appariscenti, ricorda in maniera sorprendente l'uomo che lo ha creato, quel Pedro Almodóvar che ha plasmato la storia del cinema spagnolo e non solo, e che come il suo alter ego sembrava piombato da qualche anno in una sorta di limbo creativo.
Probabilmente l'autore era soltanto alla ricerca di una storia, una buona storia, che gli appartenesse nel profondo. Spesso però cercare con ansia qualcosa di nuovo ci distrae invece da ciò che abbiamo già, che vale più di ogni altra invenzione. Nasce così, dal cappello dei ricordi più nascosti, questo nuovo Dolor y Gloria, un lavoro intimo, personale, riflessivo e doloroso, con il quale Almodóvar si apre al suo pubblico come forse non aveva mai fatto in decenni di straordinaria carriera - fatta certo di alti bassi, com'è giusto che sia.
Se Pier Paolo Pasolini è riuscito a scrivere Supplica a mia madre, mettendo il suo cuore disperato in punta di penna, il regista originario di Calzada de Calatrava ha rimesso in moto le sue camere, riacceso le luci del set, sballottandoci come palline di un flipper avanti e indietro nel tempo andato della sua vita, con infinita grazia.

Senza filtri

L'infanzia spensierata eppur difficile vissuta ai bordi di un fiume, dove le donne del paese scendevano a lavare e stendere i panni, il trasferimento nella cittadina in cui il padre, da solo, lavorava per portare a casa il denaro, i primi talenti che sbocciavano, le prime passioni, gli studi in seminario, non per trasformarsi in prete ma semplicemente per diventare qualcosa, qualcuno, tutto fuorché un uomo da macello, destinato a lavorare con il corpo e le mani. Poi la fuga, Madrid, i primi film e i primi assoluti, luccicanti e disastrati amori.
Non sappiamo quanta fedeltà ci sia nel racconto, quanta aderenza trovi la realtà alle parole e alle immagini, ma poco importa. Il maestro spagnolo parla comunque senza filtri, senza artefatti, con una sincerità disarmante, e questo ci deve bastare. Questo ci basta, poiché tutto avviene con naturalezza, incanto e meraviglia.
Anche ciò che fa male, lo fa con delicatezza, con rispetto, come una folata di vento capace di prendersi sporadici battiti del cuore senza restituirli indietro. Come invisibili spugne che imbevono i nostri occhi di commozione, mentre restiamo seduti fra le poltrone di un cinema. Eppure la sala scompare, si viene ben presto inghiottiti da Madrid, dal suo entroterra, dalla Spagna più feroce e assolata, in attesa che il destino (dei personaggi, come il nostro) si compia.

Uno ad uno tutti i nodi vengono al pettine, con ordine e meraviglia. Salvador Mallo/Pedro Almodóvar affrontano tutto a testa bassa, consapevoli dell'inevitabile, in un film che ha il sapore di un acre testamento e il profumo di una colorata scatola dei ricordi. Se ne Il Favoloso Mondo di Amélie Dominique Bretodeau riscopriva piccoli giochi di latta e momenti di felicità sepolta aprendo la sua scatola dei ricordi, Mallo ritrova amori inevasi e lutti non ancora elaborati. Fantasmi, per l'appunto, demoni famelici che meritano il muso duro, non complicità.
Il percorso del regista (sia quello immaginario che, vogliamo supporre, quello reale) si fa così sentiero universale, capace di toccare corde differenti in ogni anima che assiste alla dinamica messa in scena, fatta di geniali raccordi di montaggio e salti temporali tecnicamente impercettibili, nonostante il tempo del racconto.

Presa di coscienza

Accompagnate da una nuova, straordinaria colonna sonora firmata Alberto Iglesias, compositore feticcio di Almodóvar, le immagini scivolano via sullo schermo pregne di una bellezza ancestrale, sempre sospese fra finzione e realtà, vita e set cinematografico. Nel corso della sua lunga ed eccelsa carriera, il regista spagnolo ha dimostrato più volte di saper dipingere in maniera superba personaggi femminili e dirigere con sensibilità estrema attrici di altissimo calibro, e anche questa volta Penelope Cruz e Julieta Serrano lo dimostrano sullo schermo, in Dolor y Gloria il vero palcoscenico però appartiene agli uomini.
Asier Etxeandia è un Alberto Crespo di spessore, un attore trasandato, a sua volta con un passato movimentato e irrisolto, che sarà parte fondamentale della nuova vita di Salvador Mallo. Deliziosa anche la grazie che Leonardo Sbaraglia regala al suo Federico, altro uomo dalla doppia vita, dai ricordi spezzati in due.

Il mattatore assoluto dell'opera è però Antonio Banderas, nel ruolo più importante dei suoi ultimi anni. Il suo è un personaggio ricurvo su se stesso, sia fisicamente che moralmente, e l'attore riesce a restituire la sua natura alla perfezione a 360 gradi, senza sbavature, con un'integrità che mancava da tempo nella sua filmografia.
Ad amalgamare insieme tutti questi elementi è poi José Luis Alcaine, già direttore della fotografia de La pelle che abito, Volver, La mala educacion e altri lavori di Almodóvar, sfruttando colori sgargianti ma bilanciati, luci e ombre mai estreme, giocando continuamente con contrasti e ambiguità - non a caso sembra spesso di assistere a un'opera teatrale, sia quando questo è esplicitato in modo diegetico che quando non lo è. Per un'opera di livello altissimo, commovente, complessa e completa, che riconsegna ad Almodóvar il suo posto nell'Olimpo dei più grandi fra tutti.

Dolor y Gloria Pedro Almodóvar apre la scatola dei ricordi e la mette a disposizione del suo affezionato pubblico, che in Dolor y Gloria ritroverà l’artista immenso dei tempi passati, pronto a parlare senza filtri e a cuore aperto. Una storia intima e complessa, che salta fra gli anni e le stagioni, affrontando a muso duro fantasmi del passato e demoni del presente, che gravano sulle spalle e sulla mente del protagonista, piegato da vecchi rancori e questioni irrisolte. Un’opera emozionante e magnifica, girata come soltanto un grande autore può fare.

8.5

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