Dogman, la recensione: Matteo Garrone torna alla terra e al sangue

Dopo la parentesi fantastica de Il racconto dei racconti, Matteo Garrone torna alla periferia, alle pozzanghere, alla strade polverose.

recensione Dogman, la recensione: Matteo Garrone torna alla terra e al sangue
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La mattina del 19 febbraio 1988, un padre e un figlio a cavallo per la Magliana - all'epoca un quartiere spoglio e trasandato a ridosso del Tevere, a Roma - notano accanto a un cumulo di rifiuti un sacco informe che vomita fumo e fiamme. All'interno di quel sacco se ne sta il cadavere di Giancarlo Ricci, 27 anni, operatore ecologico ed ex pugile con problemi di droga e aggressività. È infatti conosciuto per essere il bullo e il terrore del rione, prepotente e sempre pronto a ricorrere alla forza per prevalere sugli altri, soprattutto quando si tratta di avere la meglio su Pietro De Negri detto Er Canaro. Lui alla Magliana ha un piccolo negozio di lavaggio cani, un lavoro che non basta di certo a vivere onestamente da padre separato e con una figlia a carico, motivo per cui arrotonda con lo spaccio di cocaina.
È proprio la polvere bianca a far conoscere i due, protagonisti di un rapporto conflittuale e spesso violento fatto di debiti, calci e pugni. Il Canaro è un uomo esile, minuto, un uccellino per l'ex pugile che gliene fa di ogni, finché un giorno in un momento di premeditata follia attira nella sua bottega il ragazzo e lo tortura e sevizia a morte, dando poi alle fiamme il corpo senza vita - o almeno questo è il racconto leggendario che il piccolo spacciatore ha poi confessato alla polizia, storia rimasta unica verità processuale. Matteo Garrone rielabora questo vero fatto di cronaca per realizzare un film sull'istinto umano e sulle emozioni, Dogman.

Il mondo ideale

Del vero episodio del 1988 è rimasta soltanto l'ossatura, lo scheletro, tutto è stato traslato ai giorni nostri in una periferia oscura, vuota, un non-luogo indefinito abitato da figure da romanzo che rendono la narrazione universale. A curare, lavare e ospitare cani di ogni taglia nella sua bottega a pochi passi dal mare c'è ora Marcello, un uomo minuto dai tratti spigolosi che vive per la figlia e per i suoi amici animali - compagni di viaggio più fedeli di qualsiasi altro essere umano. Così come il personaggio da cui è tratto, anche lui vende piccole bustine di coca per arrotondare e regalare viaggi alla piccola Alida, carne della sua carne, appassionata di fondali e immersioni. Quando i due indossano pinne, occhiali e bombole, attraversano idealmente una porta ancestrale, sbucano in un mondo asettico in cui tutto è perfetto e non esistono brutture, difficoltà.
L'esatto contrario della vita reale fatta per l'appunto di spaccio, pozzanghere e cattive amicizie, come ad esempio quella a dir poco forzata con Simone, bullo dalla corporatura muscolosa che pensa di dettare legge in tutto il quartiere. Il massiccio ragazzotto pensa di poter perdere alle slot riavendo indietro ogni centesimo, di rubare e rapinare incolpando il primo capro espiatorio di passaggio, di farsi di coca senza pagare i suoi fornitori di un solo euro. Un modo di fare che alla lunga fa montare in Marcello sentimenti del tutto opposti alla sua natura.

Allucinazioni

In Dogman uomini e cani sono portati allo stesso piano, entrambe le specie nutrono sentimenti e li manifestano nei modi più disparati, ma soprattutto cambiano carattere e modi di fare a seconda del contesto. Se sottoposto a maltrattamenti continui, un animale può cambiare profondamente la sua indole, anche il più docile può trasformarsi in una bestia feroce e azzannare chi è più grosso di lui. È il drammatico percorso del protagonista Marcello, un uomo certo insicuro ma profondamente buono d'animo, pronto persino a levarsi di bocca il cibo per donarlo a chi è più affamato di lui - cane o persona che sia. L'intento di Matteo Garrone però non è accendere i riflettori sulla soddisfazione della vendetta, tutt'altro: il suo è un racconto tetro sulla volubilità dell'essere senziente, sul suo istinto di conservazione e sopravvivenza, un tema che in chiave universale può toccare infinite situazioni, generare innumerevoli mondi possibili.
Un grido rivoluzionario che può toccare il singolo come la moltitudine, riguardare un piccolo spacciatore di periferia come un intero popolo oppresso dalla corruzione. Una chiave di lettura dell'animo umano che amplifica ciò che abbiamo già visto in Gomorra, senza dimenticare le sfumature da sogno di Reality. Marcello ha spesso la testa fra le nuvole (talvolta nere e gonfie di pioggia), immagina per lui e sua figlia i fondali delle Hawaii, il Mar Rosso, una vita diversa che possa respirare altrove.

Persino nel momento di massima disperazione, di estrema perdizione, a guidare le sue azioni è il desiderio, l'illusione di iniziare un nuovo capitolo del libro della sua esistenza - pronto a tutto esattamente come lo era Luciano pur di entrare nella casa del Grande Fratello e diventare qualcuno nel film del 2012. A Marcello basta essere il fulcro del quartiere, colui che ama e cura i cani di tutti, rispettato e ben voluto, arriva persino ad avere le allucinazioni pur di sentirsi importante nella sua piccola realtà.
È l'ennesimo "ultimo" che spera di farcela, l'ennesimo esempio, l'ennesimo simbolo. A dare volto a tutto questo è un Marcello Fonte eccezionale, superbo, attore che lo stesso Garrone ha avvicinato a Buster Keaton per aspetto e modi di fare. Subisce angherie di ogni tipo senza cambiare espressione, aggrappandosi a una recitazione essenziale eppure immensa, che esplode nell'esatto istante in cui c'è da abbaiare in modo rabbioso. Accanto a lui un ottimo Edoardo Pesce, perfetto negli scomodi panni del criminalotto da strapazzo, seppur in ombra rispetto all'inarrivabile protagonista della storia.

Matteo Garrone, regista

Dopo la parentesi colorata e fantastica de Il racconto dei racconti, Matteo Garrone torna alla terra, al sangue, alla periferia dura come marmo e ruvida come sabbia sulla pelle. Elimina dalla sceneggiatura - firmata insieme a Ugo Chiti e Massimo Gaudioso - ogni elemento potenzialmente superfluo, racchiudendo in appena 102 minuti una storia d'amore e violenza formalmente perfetta.

Registicamente Dogman è pura poesia, non c'è una sola inquadratura fuori posto, un frame privo di significato, inoltre l'autore romano dimostra per l'ennesima volta come si possa ricorrere ripetutamente al piano sequenza senza appesantire la narrazione. Al contrario le scene senza stacchi di montaggio legano i personaggi alla realtà in modo indissolubile, generando nello spettatore ulteriore angoscia/paura/ansia/dolore allo stomaco. Da applausi anche l'uso misurato dei suoni e delle musiche: Michele Braga e Mirko Perri evitano qualsivoglia sterile tappeto melodioso, creando al contrario timbri e rumori cupi, pesanti, che donano ulteriore forza alle immagini (in combo con la fotografia oscura e contrastata di Nicolaj Bruel).

Dogman Partire da un reale fatto di cronaca per scrivere una storia dal respiro universale, che si cala fra le pieghe più animalesche e istintive del nostro animo. Così Matteo Garrone ha realizzato uno dei migliori film della sua carriera, Dogman, forse il più diretto, essenziale, con una sceneggiatura che al suo interno non ha neppure un tempo morto e una regia magistrale, che rende ogni quadro pieno di significato e brutale bellezza. Un lavoro minuzioso che gioca con la fotografia, i suoni e le musiche, dosate con estrema precisione, che si appoggia soprattutto su attori dai volti scavati, rudi, che trasudano sì disperazione ma anche speranza, sogno, desiderio, veri motori di ogni evento. Un viaggio infernale e oscuro nella periferia dell'anima, che trascina lo spettatore in un non-luogo indefinito simbolo del nostro "io" più feroce e bestiale. Una poesia macchiata di terra e sangue che arriva dritta allo stomaco.

9

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