Recensione Django

Franco Nero è un pistolero solitario che si trascina dietro una cassa da morto ed è in cerca di vendetta in Django, spaghetti western di Sergio Corbucci diventato un film di culto.

recensione Django
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Un pistolero solitario vestito di nero che si trascina dietro una cassa da morto, sulle note della splendida main theme cantata da Ricky Roberts. L'inizio del Django originale firmato nel 1966 da Sergio Corbucci (co-sceneggiatore col fratello Bruno) è entrato pienamente nella storia dei western all'italiana, partenza memorabile di uno dei titoli fondamentali del genere dopo la Trilogia di Sergio Leone. Uscito due anni dopo Per un pugno di dollari, il film si ispira anch'esso, come il prototipo, molto liberamente a La sfida del samurai di Akiro Kurosawa (1961): in questo caso è il personaggio interpretato da un impassibile Franco Nero ad arrivare in un piccolo paesino di frontiera. Personaggio che è stato spesso svilito in titoli apocrifi, che ha avuto un solo vero sequel ufficiale con Django 2: Il Grande Ritorno (1987) di Spartaco Pizzi, ed è stato oggetto di omaggi / rivisitazioni nei recenti Sukiyaki Western Django (2007) di Takashi Miike e Django Unchained (2012) di Quentin Tarantino.

Solo contro tutti

Sud degli Stati Uniti, al confine col Messico. Django è un reduce nordista che si aggira solitario portandosi dietro una bara. Nel suo cammino incrocia la mezzosangue Maria, salvandola prima dai soldati messicani e infine dagli uomini di Jackson, leader di una setta razzista. Django e Maria giungono nel vicino paese dove il primo sfida apertamente Jackson e la sua banda, avendo la meglio e lasciando il capo in vita: il pistolero infatti ha un conto da saldare con quest'ultimo. Dopo aver decimato decine di avversari grazie ad una mitragliatrice nascosta nella bara, Django si trova a collaborare con i soldati messicani comandati dal generale Rodriguez...

L'ora della furia

Western iconico, ricco di una ferocia inusuale per i tempi (tanto da ricevere diversi divieti ai minori, incluso in patria), Django esalta l'archetipo del vendicatore solitario trasformandolo in una sorta di super-uomo, infallibile macchina di morte pronto a tutto pur di farla pagare agli assassini della moglie. Un personaggio scostante, cinico e magnetico, la cui forte e monolitica personalità emerge negli sprezzanti dialoghi e nello sguardo glaciale di un magnifico Franco Nero, perfetto soprattutto nella prima parte quando l'aura di mistero circonda ancora la figura del pistolero. La sporcizia morale che permea tutte le parti in gioco, nessuna esclusa, è ben sottolineata anche dagli elementi naturali che accompagnano questa revenge-story: il fango, che ricopre prima la bara e poi il viso del protagonista, le sabbie mobili che sembrano trascinare a fondo gli ultimi aliti di speranza, si ergono a metafore visive dei lati più tormentati di questo anti-eroe pronto a tutto pur di raggiungere il suo scopo. Corbucci, da grandissimo artigiano del nostro cinema, sfrutta al meglio le limitate ambientazioni (il saloon è luogo principale della narrazione) dirigendo con una certa efficacia le esaltanti sequenze d'azione, con due sequenze che risaltano sul resto e sono entrate di diritto nell'immaginario comune del filone: la scena della mitragliatrice, dove i nemici cadono come mosche, e il finale al cimitero (accompagnato nuovamente dalla canzone di Ricky Roberts) valgono da sole la visione.

Django Se è pur vero che gli spaghetti western hanno spesso vissuto di rendita, replicando con risultati per la maggior parte svilenti i classici leoniani, è anche vero che il genere ha partorito una manciata di titoli in grado di sopravvivere all'oblio ed entrare nella leggenda del cinema. Django, come testimoniano anche i recenti omaggi / remake, appartiene sicuramente a quest'elitaria categoria confermandosi ancora oggi, a quasi cinquant'anni dalla sua uscita, un film pregno di un istinto ferale e magnetico la cui violenza (inusuale per i tempi) è stata omaggio di citazioni più o meno famose. Franco Nero nei panni di questo vendicatore solitario con bara appresso è assunto al rango di icona, merito di un Sergio Corbucci in grandissima forma capace di regalare al personaggio sequenze di grande potenza immaginifica.

7.5

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