District 9, la recensione del sorprendente film di Neill Blomkamp

La recensione del "mockumentary" prodotto da Peter Jackson e diretto da Neill Blomkamp, District 9.

recensione District 9, la recensione del sorprendente film di Neill Blomkamp
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Lo scorso anno su queste pagine, Cloverfield veniva salutato come uno dei migliori film di fantascienza degli ultimi anni. I motivi potete leggerli nella recensione realizzata al tempo, ma se dovessimo sintetizzare in una riga il perché quel film fosse così degno di lode, potremmo riassumere così: Cloverfield è il perfetto specchio dei nostri tempi intrisi di web 2.0 e desiderio d'apparire, comunicare a tutti i costi.
Poiché questa è la caratteristica fondamentale d'ogni buon film di sci-fi: oltrepassare il make up, le protesi in lattice e gli effetti digitali per mezzo d'un bagaglio di contenuti capace d'edificare un solido castello allegorico.
Un discorso valido tanto ai tempi di Herbert Gorge Wells quanto a quelli di J.J.Abrams.
A onor del vero, non pensavamo fosse possibile che qualcuno riuscisse a battere l'opera polimediale orchestrata dal papà di Lost in così breve tempo, restando all'interno (e al contempo triturando) la diegesi cinematografica classica che vuole una spiegazione solida alle spalle, capace di sostenere il peso della sospensione dell'incredulità (difetto da molti imputato a Cloverfield che nella sua manifestazione filmica andava a riempire solo il maggiore dei tasselli d'un mosaico virale di dimensioni abnormi, lasciando per questo in sospeso alcuni punti che per lo spettatore analogico sono ancora fondamentali).
Quello di Neill Blomkamp, regista trentenne al suo primo passo sul grande schermo, è un esordio di quelli che non dimenticheremo facilmente. Appare del tutto comprensibile, col senno di poi, la fiducia accordatagli da un certo Peter Jackson che ha voluto investire sul progetto in veste di produttore.
Il suo biglietto da visita d'altronde era davvero dei migliori: Alive in Joburg, cortometraggio di sei minuti realizzato da Blomkamp nel 2005 racchiudeva già le avvisaglie di chi ha la capacità del notevole narratore. Forse poi Peter Jackson, nella breve vicenda di Alive in Joburg, ha rivisto i suoi alieni di Badtaste rivisitati in chiave tragica. Perché questa volta i bastardi sono atterrati non per mangiare i nostri cervelli, ma per subire le vessazioni della vera specie predatoria e spietata.
Quella umana.

Human only.

Nel 1982 il mondo resta col fiato sospeso dopo che una nave aliena d'ingenti dimensioni si ferma sopra Johannesburg, in Sud Africa. L'ipotesi più credibile riguardo la sosta forzata viene imputata al fatto che un modulo di comando si è staccato dalla nave, precipitando a terra senza essere più ritrovato. All'interno dell'astronave c'è un ingente numero d'alieni denutriti e mal messi dall'aspetto simile a quello di un crostaceo gigante. Le autorità provvedono a spostare la massa di profughi dello spazio all'interno di un area, nominata Distretto 9 che, col passare del tempo diventa un autentica bidonville nella quale gli alieni vivono reclusi e guardati con sospetto dalla popolazione sud africana.
L'area diviene una landa di miseria e malaffare dove gli extraterrestri vivono in mezzo a spazzatura e sporcizia. In mezzo a questo degradato panorama, il criminale nigeriano Obesandjo compie i suoi loschi traffici, arricchendosi grazie alla prostituzione interspecie, alla vendita di cibo per gatti (alimento per il quale gli alieni vanno letteralmente pazzi). Il suo vero interesse però sono le armi extraterrestri anche se queste sono adoperabili solo dagli alieni.
Dopo una ventina d'anni, la MNU (Multinational United), un'organizzazione militare privata, viene messa in capo alle operazioni di sgombero del Distretto. La popolazione "ospite", che ha ormai raggiunto 1,800,000 elementi non è più tollerata dai cittadini, bianchi o neri che siano, di Johannesburg e deve essere spostata verso il Distretto 10, a 240 chilometri dalla città.
Wikus van de Merwe (Sharlto Copley) viene nominato responsabile sul campo dell'operazione. Mentre distribuisce, scortato dai militari e dalla Tv, le notifiche di sfratto, entra accidentalmente in contatto con un liquido al quale stavano clandestinamente lavorando alcuni alieni.
Inizialmente tutto sembra risolversi con qualche giramento di testa e un po' di nausea, ma, mano a mano che il tempo passa, la situazione peggiora tanto che Wikus potrà salvarsi solo con l'aiuto di un alieno dal nome Christopher Johnson.

Decostruzione.

Il regista sud africano decide di decostruire la fantascienza classica dall'interno, andando a rompere e ricomporre i pezzi senza il bisogno di ricorrere alla polimedialità tanto cara al creatore di Lost che ha reso Cloverfield così tanto indigeribile a molti.
Seppur Sony abbia condotto delle grandi manovre virali per diffondere interesse intorno al film, queste restano, appunto, nell'ambito della promozione e non costituiscono una parte integrante dell'esperienza come invece avveniva in Cloverfield. District 9 è un film con un inizio, uno svolgimento e una fine ben precisi che coesistono con le attività di viral marketing, senza intrecciare con esse una relazione d'esclusività.
Nonostante i visitatori arrivati dallo spazio profondo con buone o cattive intenzioni abbiano sovente fatto visita ai luoghi più marginali della provincia americana, vengono in mente i casi macroscopici di Santa Mira de "L'invasione degli ultracorpi" di Don Siegel o lo stato dell'Indiana de "Incontri ravvicinati del terzo tipo" di Steven Spielberg, Blomkamp, espandendo in lungometraggio quanto fatto in Alive in Joburg, decide di dipanare la matassa sopra i cieli e nelle bidonville di Johannesburg, città tristemente nota per i fatti legati all'apartheid (e al Distretto 6). Ma relegare il discorso ad un didascalico parallelo fra la segregazione aliena e il passato di sangue ordito dagli afrikaner (di cui Blomkapm è discendente) sarebbe troppo semplice. La denuncia è chiaramente presente, e considerata la nazionalità dell'autore sarebbe inevitabile, ma il trentenne protegé di Peter Jackson si rivela estremamente autoriale, pur nella sua impeccabile consapevolezza sull'utilizzo spettacolare della macchina-cinema.
Parentesi.
Proprio Spielberg, col suo film forse più incompreso, ovvero La Guerra dei Mondi, ha esteso la sua riflessione, da sempre basata sul rapporto con l'altro-da-sé, ponendola all'interno di un orizzonte d'inevitabile conflitto. Forse, con quella cognizione che arriva solo con lo scorrere del tempo, all'inguaribile ottimismo di Incontri Ravvicinati, alla capacità d'arricchimento e alle allegorie cristologiche di E.T., è subentrato un amaro pessimismo per il quale l'incontro fra diverse civiltà non può che risolversi in un inevitabile guerra. Neil Blomkamp giunge ad una conclusione anche più amara: il conflitto razziale può essere autenticamente superato solo attraverso un agente esterno avvertito come minaccia potenziale. Tutti in District 9, indipendentemente dal colore della pelle, solidarizzano di fronte al pericolo alieno. Quei poveracci arrivati per un avaria sul nostro pianeta sono solo un impiccio, che grava sulle tasche dei contribuenti creando problemi alla citta di Johnnesburg, tanto che il desiderio più grande e condiviso da tutti è quello di spostare il campo a 240 chilometri di distanza dalla metropoli. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Se proprio non si può far niente per impedire la compravendita di disgustoso cibo per gatti, dei baratti illegali con le armi aliene o il proliferare della prostituzione interspecie, facciamo almeno in modo che il tutto si svolga a debita distanza. Oltretutto però, nonostante quello che viene mostrato dai media, è ciò che viene tenuto nascosto a rivelarsi ancor più agghiacciante: fra gli extraterrestri e gli umani, quelli capaci delle maggiori nefandezze sono, manco a dirlo, quest'ultimi considerato che durante la consegna delle notifiche di sfratto, la cosa più simpatica che possa capitare ad un residente dell'area è sentirsi piombare addosso una minaccia sulla sottrazione della prole, in caso di mancata collaborazione. Già perché oltre ai loschi traffici dei trafficanti d'armi e prostitute nigeriani, ci sono altri interessi legati al Distretto 9. Interessi che non riveleremo, ma che forse avrete già intuito.
Le valutazioni legate all'handicap di finire come un profugo interplanetario in un pianeta ostile, si faranno ancor più profonde e permenati nel momento in cui lo stesso Wikus, uno stupefacente Sharlto Copley, proverà sulla sua pelle la calda accoglienza che l'MNU riserva agli alieni.
Come a dire: stai attento perché quello che fai tu a qualcuno oggi, potrebbe capitare a te domani. Posto in una zona liminale, Wikus dovrà fare i conti con la sua nuova condizione e si troverà a dover combattere duramente per sancire la propria identità d'essere umano. Viene quasi da pensare alla trasformazione in macchina del Tetsuo di Tsukamoto: lì la perdita dei connotati umani del personaggio, attestava l'ormai indissolubile legame che unisce l'uomo all'elemento meccanico. Un tecnoluddismo in chiave cyberpunk, lamento funebre per un uomo più simile ad una macchina. In D9 il regista pare voler dire che in tempo di crisi economica ed ambientale, la percezione della minaccioa diviene ancor più pressante e nessuno dovrebbe crogiolarsi del proprio benessere e della propria condizione. Dopo essere stato nominato incaricato sul campo della MNU, organizzazione che esemplifica a livello istituzionale e istituzionalizzato tutte le nefandezze di cui il genere umano è capace, e in seguito all'incidente col fluido Wikus dovrà fare i conti con la sua nuova condizione e si troverà a dover combattere duramente per sancire la propria, autentica identità. Né umano né alieno, Wikus punta solo a riconquistare ciò che sembra inevitabilmente perduto. Proprio come i poveri extraterrestri che, passati i tempi degli ultimatum alla terra, desiderano solo poter osservare di nuovo le sette lune del loro pianeta natale per ritrovare la loro casa, così lontana. La mutazione fisica del protagonista viene seguita dal regista con una fascinazione cronenberghiana che rimanda in maniera piuttosto netta alla disavventura di Jeff Goldblum ne La Mosca. Il novizio Sharlto Copley, con quella fisicità che tanto ricorda Harry Dean Stanton, si rivela un autentica sorpesa, riuscendo a passare con naturalezza dall'atteggiamento quasi lezioso e fastidioso mostrato in apertura, a quello più drammatico e caricho di pathos.
Blomkamp si serve di una regia nella quale l'occhio del narratore si fa altro, diventando di volta in volta telecamera di sicurezza, notiziario televisivo con tanto di text scroll stile CNN, contributo filmato dall'ufficio di questo o quel funzionario. Ci racconta la realtà fittizia del Distretto 9, così come noi siamo ormai abituati a percepire la realtà: in maniera totalmente mediata e filtrata. La diffidenza verso la popolazione ospite e i vari punti di vista a riguardo, ci arrivano con un cut up di stili, fra i quali s'insinuano anche quei temutissimi "fuori onda" che generalmente non ci vengono mostrati nei Tg. Senza dimenticare la manipolazione delle immagini, che vengono artefatte dall'establishment per distorcere la realtà (ammesso che ne esista una) a proprio piacimento.
Questo avviene per buona parte del film, ma nel terzo frammento, quello che conduce al finale, la regia da cinéma vérite si fa più marcata e la tinta action subentra in maniera forse un po' forzata: sembra d'assistere al reportage di un giornalista embedded che da una zona di guerra ci fa una cronaca di quanto sta accadendo, rischiando la propria pelle fra un proiettile e l'altro. La frenesia di questo terzo atto del film, fatta di camera a spalla e bodycam, non lascia un attimo di tregua, eppure, nonostante la mescolanza di metodi di ripresa, tutto resta chiaro nonostante l'elevato tasso di spettacolarità. Probabilmente, dopo la visione, qualcuno potrebbe essere portato a pensare che uno come Michael Bay, nonostante l'esperienza ventennale, avrebbe molto da imparare da un novizio come Blomkapm.

District 9 La constatazione più ovvia di fronte ad un film come District 9 è semplice: alcuni individui nascono direttamente con delle macchine da presa integrate nel loro apparato visivo. Brillanti cortometraggi a parte, questa è una delle opere prime più esaltanti degli ultimi anni, favorita da un mix cosmico in stile "era dell'Acquario" in cui regia e produzione sono in effettivo stato di grazia. Curioso notare come dalle zone cinematograficamente più marginali del pianeta, dopo lo stesso Jackson, arrivi un altro filmaker, appena trentenne, del quale sentiremo sicuramente parlare in futuro. District 9 coniuga perfettamente satira e denuncia sociale ad attente riflessioni sulla natura umana, senza dimenticare, e forse questo è il suo pregio maggiore, di essere anche un prodotto di grande intrattenimento. La terza parte di film, marcatamente action, potrebbe apparire stonata ad alcuni. Secondo noi invece, proseguire sulle note della denuncia sociale nei termini di quanto mostrato nell'overture, sarebbe stato troppo pretenzioso da parte di un esordiente che, tuttavia, dimostra dall'inizio alla fine di saper padroneggiare le tempistiche cinematografiche. E forse, saranno in molti a mordersi i gomiti pensando che il progetto sul lungometraggio di Halo prodotto da Jackson e diretto da Blomkamp sia naufragato: per quanto potesse sembrar folle affidare ad un newcomer una pellicola tanto ambiziosa, dobbiamo riconoscere come il regista de Il Signore degli Anelli abbia avuto il proverbiale "occhio lungo" nel prendere sotto la propria ala protettiva l'autore sudafricano. Considerata la facilità con la quale Blomkamp mette in risalto la stupidità di certi blockbuster recenti (maybe Transformers or G.I.Joe?), non osiamo pensare cosa sarebbe potuto scappar fuori dal cilindro del Halo movie project. Fatto sta che questo District 9, oltre ad offrire intrattenimento di serie A, ha anche molto da dire sulla moderna società, sul modo di costruire le notizie, sul fatto che nonostante il nostro apparente progresso la diffidenza per ciò che appare diverso rimane forte e radicata in noi. A questo punto ci resta da fare solo una cosa. Attendere con impazienza il District 10.

9

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