Recensione Disoccupato in affitto

Con Pietro Mereu e Luca Merloni in viaggio per l'Italia alla ricerca del 'lavoro'

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Tempi di crisi e di lavori precari, di disoccupazione e di diffusa incertezza per il futuro, l'Italia di oggi è un limbo esistenziale che ispira progetti di fuga ma che smuove anche le fantasie, dando vita a idee innovative come quella di viaggiare per lo stivale alla ricerca di una qualche risposta, che si palesi nella possibilità (o meno) di sperare ancora in qualcosa. E così, come accadeva per i protagonisti di Italy love it or leave it, in viaggio per il Belpaese alla ricerca di pro e contro ai quali affidare l'eventuale decisione di lasciare o meno l'Italia, anche il trentottenne Pietro Mereu (ispirato dalla storia di un ragazzo inglese assunto dopo aver girato le strade alla ricerca di un lavoro, e spronato dal fatto di aver perso da poco il posto) decide (telecamera - discreta - al seguito) di partire alla volta di nove città italiane nelle vesti di uomo-sandwich d'ispirazione dickensiana (raccontata nelle vignette di Cesare Corda) alla ricerca di un lavoro. Indossato infatti un cartellone che recita "Disoccupato in affitto" Mereu (sardo verace, originario dell'Ogliastra) si muove (seguito dall'occhio registico di Luca Merloni) lungo gli scenari di un'Italia confusa, indistintamente divisa tra quanti (la maggioranza) credono che la crisi sia immanente e la mancanza di lavoro drammaticamente reale, e quanti (una minoranza) sostengono che manchi in realtà nei ‘giovani' la voglia di adattarsi, di scendere a compromessi con ciò che il mercato del lavoro offre (lavori sottopagati o al limite della legalità?). Amareggiata e solidale la risposta della gente che si specchia (e spesso condivide) lo stato di disoccupazione rivendicato da Mereu e dal suo audace cartellone. Poche (quasi nulle) le reali offerte giunte a Mereu nel corso delle sue nove tappe italiane (Roma, Firenze, Lecce, Cagliari, Genova, Bologna, Verona, Napoli e infine la presunta operosa Milano), molte invece le testimonianze di solidarietà e le voci volenterose di dire la propria in merito a un tema scottante che alla fine sembra interessare indistintamente l'Italia intera.

Lavoro sì, lavoro no

Distribuzione indipendente porta nel circuito delle sue sale un nuovo documentario (che fa il paio con Tutti giù per aria) sulla controversia italiana di un mercato del lavoro in totale fase di stallo, affossato da un sistema di ‘reclutamento' ben lontano da politiche meritocratiche e basato invece sulla ‘ereditarietà del posto' che al pari di una malattia si trasmette di padre in figlio senza neanche tener conto dei recessivi. Mancano il ricambio generazionale, la mobilità lavorativa e soprattutto un sistema culturale che incentivi dinamiche di questo tipo. Il documentario di Mereu e Merloni fotografa attraverso i volti e le reazioni della gente di volta in volta incontrata per le strade delle città, come il senso di precarietà avvolga in realtà il paese intero. Dal signore distinto in giacca e cravatta che non è manager ma uno dei tanti disoccupati preso nella via crucis dei colloqui, passando per il barista che lavorando più di dieci ore al giorno riesce a portare a casa un magro stipendio di mille euro, fino agli artisti di strada che ancora credono in un'arte incompresa e dimenticata, tutti fanno parte dell'album di 'ricordi' di un Paese che non funziona. Una sorta di indagine sociale che non ci restituisce il solito e anonimo walzer di numeri (sulla disoccupazione, le percentuali del nord, quelle del sud) che spesso abbonda nei giornali e nei tg, ma che tocca con mano lo sconforto (cristallizzato anche nelle belle musiche di The Niro, nome d'arte del compositore Davide Combusti) e la paura di chi ha messo da parte sogni e speranze e dato in affitto oltre che la propria ‘professionalità', anche parte della propria dignità.

Disoccupato in affitto Pietro Mereu e Luca Merloni danno voce a Disoccupato in affitto, un documentario realizzato con poche migliaia di euro che ci porta in giro per l’Italia alla ricerca del lavoro. Ironico e avvilente questo audace documentario ha, al di là dei suoi comprensibili limiti tecnici, la capacità di riportare il tema della disoccupazione a un piano personale, ben più intimo di quello dei salotti invasi dalle parole dei talk show politici. Qui abbiamo invece il racconto partecipato della situazione socio-economica dell’Italia di oggi, attraversata da una generale sofferenza, e sempre più stretta tra amarezza e disincanto. Visionabile anche su www.ownair.it .

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