Diabolik 2 Ginko all'attacco Recensione: un sequel all'altezza?

Il ritorno di Diabolik sul grande schermo convince per la regia dei Manetti Bros, ma arranca sotto altri aspetti.

Diabolik 2 Ginko all'attacco Recensione: un sequel all'altezza?
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Nella recensione di Diabolik raccontavamo di un film che, al netto di qualche limite, riusciva a raccogliere l'essenza del fumetto originale e a dargli vita con interpreti convincenti una regia ispirata da parte dei Manetti Bros, che furono capaci di onorare con spirito filologico l'opera di partenza. Diabolik 2: Ginko all'attacco, pur mantenendo intatto questo valore, segna purtroppo un piccolo passo indietro rispetto alla pellicola con Luca Marinelli, che peraltro in questo sequel lascia il ruolo da protagonista nelle mani di Giacomo Gianniotti (scoprite insieme a noi chi è il nuovo Diabolik). Cerchiamo di capire nella recensione di Diabolik 2 cosa funziona e cosa no nel nuovo lungometraggio, firmato ancora una volta dal duo dei Manetti.

Ginko all'attacco

La sequenza iniziale di Diabolik 2: Ginko all'attacco sembra quasi mettere in chiaro i toni provocatori, quasi macchiettistici, di questa pellicola: il protagonista sta per compiere l'ennesimo furto, le guardie poste a protezione del caveau vengono sopraffatte con soluzioni estetiche e recitative estremamente sopra le righe, quasi a voler citare la scrittura fumettistica di una volta - e che molto spesso ancora permea i grandi classici del panorama italiano.

Quest'anima infarcita di cliché e stereotipi, tanto nei dialoghi quanto nella messinscena, riecheggia per gran parte del cinecomic, rappresentandone anche il principale limite. La trama, ispirata come sempre ad alcune delle avventure a fumetti più iconiche sul personaggio, è piuttosto semplice: l'ispettore Ginko ha finalmente elaborato un piano a prova di bomba per incastrare il suo acerrimo nemico, lasciando credere a Diabolik ed Eva Kant di aver trionfato per l'ennesima volta. Tutto, in realtà, fa parte di un grande ordito volto a rintracciare la coppia di ladri e stanarli all'interno del loro stesso covo. L'operazione, in parte, riesce, ma non tutto va esattamente come Ginko aveva previsto: Diabolik ed Eva finiscono per diventare latitanti, ma gran parte dei loro nascondigli vengono presi di mira dalla polizia e il duo si ritrova con le spalle al muro.

Continuando, in gran segreto, a indagare sulle mosse dei suoi avversari, Ginko deve anche affrontare una complicata questione che rischia di contaminare la sua vita privata con quella lavorativa: la duchessa Altea (Monica Bellucci), con la quale l'ispettore ha dei trascorsi, ha bisogno della protezione delle forze dell'ordine per tenere al sicuro un prezioso diadema, che ovviamente è finito nel mirino dell'astuto Diabolik.

Diabolik alle strette

Il personaggio di Valerio Mastandrea è a tutti gli effetti il protagonista di questo sequel, complice anche un ruolo lasciato allo stesso Diabolik ben più defilato e meno centrale rispetto al film precedente. Qui il valore attoriale di Mastandrea emerge, ponendolo come mattatore assoluto, convincente e ispirato nei panni di Ginko. È purtroppo tutto il resto del cast a non convincere pienamente, almeno non come fatto nella scorsa iterazione: da una Miriam Leone meno protagonista, e relegata ad una parte che non le permette di incidere come accaduto nel primo Diabolik, a tutta una serie di comprimari non sempre convincenti, asserviti ad un livello recitativo fin troppo vicino al panorama della fiction italiana.

Anche la sceneggiatura non convince fino in fondo, con alcuni snodi di trama che verso il finale della pellicola appaiono un po' troppo prevedibili e situazionisti. L'altro grande tema del film è per l'appunto il nuovo volto del ladro: Giacomo Gianniotti sostituisce Luca Marinelli, risultando ben più convincente da un punto di vista estetico, seppur la sua interpretazione non lasci pienamente il segno. La colpa non è propriamente dell'attore, quanto di un racconto che non ne valorizza appieno le qualità e che soprattutto non fornisce al protagonista il giusto spazio su schermo, fagocitato dalla figura di un Ginko che - come già detto - evidenza un Mastandrea in gran forma.

L'aspetto più riuscito rimane certamente, al di là del singolo Ginko e del suo arco narrativo, la regia autoriale dei Manetti Bros, che mettono il proprio estro al servizio di una storia ancora una volta filologica in termini di trasposizione di scrittura ed estetica. Purtroppo quelli che sono i difetti principali del film, ovvero le problematiche sin qui evidenziate sul casting e sulla scrittura a tratti troppo "ingenua", finiscono per diventare soverchianti persino per una direzione artistica che rimane gradevole e affascinante.

Insomma, in definitiva Diabolik 2: Ginko all'attacco rimane un buon film, godibile e fascinoso soprattutto per i fan storici del brand fumettistico, ma è un sequel meno efficace del suo predecessore, vittima di una serie di errori che speravamo di non vedersi ripetere. Non tutti i colpi riescono alla perfezione, nemmeno al più astuto dei ladri: il prossimo, magari, andrà meglio.

Diabolik 2 Diabolik 2: Ginko all’attacco è un sequel nuovamente ispirato nella regia e filologico nei confronti dell’opera originaria, ma meno efficace rispetto al suo predecessore. Non basta la direzione attenta e autoriale dei Manetti Bros a salvare del tutto una pellicola prevedibile e ingenua dal punto di vista della scrittura, in cui purtroppo spiccano al negativo alcune prove attoriali non proprio all’altezza. Rimane il fascino estetico di un’opera molto fedele alla controparte cartacea, indubbiamente il sogno proibito di tutti i fan del fumetto di Astorina. Oltre quello, però, occorre che gli adattamenti futuri trovino un miglior compromesso tra filologia e scrittura cinematografica.

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