Recensione Departures

L'Oscar come miglior film straniero del 2009 arriva finalmente in Italia

recensione Departures
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Lascia quantomeno sbigottiti il fatto che il regista di alcune pellicole minori, tra cui il mediocre Ashura - La regina dei demoni, abbia ottenuto nel 2009 l'Oscar come miglior film straniero. Il genio è, ennesima conferma, talvolta sopito in certi individui, pronto a risvegliarsi alla giusta occasione. Yôjirô Takita ha colto la palla al balzo, e grazie anche a una sceneggiatura di altissimo livello, ha realizzato il sogno di una vita conquistando, meritatamente, con Departures l'ambita statuetta. I fan del cinema orientale, ormai da anni qualitativamente superiore alla controparte hollywoodiana e, senza ombra di dubbio, fucina di alcuni dei più grandi cineasti odierni, avevano ormai disperato di vedere l'uscita di Departures nelle sale italiane, complice la distribuzione nostrana poco incline a prodotti provenienti dalla Terra del Sol Levante. Ed ecco che invece, contro ogni previsione e vittima di un colpevolissimo ritardo, questo gioiello nipponico giunge anche nei cinema del Belpaese grazie a Tucker Film. Sperando di non (come, purtroppo, probabile) veder limitate le copie a poche sale, ci apprestiamo ad analizzare quest'Opera di grande valore etico e morale, che non deluderà i veri amanti della Settima Arte.

Un lavoro insolito

Daigo Kobayashi (Masahiro Motoki) è un giovane violoncellista, che vede il suo sogno di diventare un grande musicista andare in frantumi quando l'orchestra di cui fa parte è costretta a chiudere i battenti per il poco afflusso di pubblico. Dopo aver venduto, dolorosamente, il suo amato strumento, sceglie di tornare nella cittadina di periferia dov'era cresciuto, accompagnato dalla moglie Mika (Hirosue Ryoko). Riabbracciati i luoghi d'infanzia,  si trova a fare i conti col proprio passato: l'abbandono del padre, quando era solo un bambino, fuggito con una cameriera del bar di famiglia, e la morte della madre anni dopo, forse per il dolore del tradimento. Messosi alla ricerca di un lavoro, Daigo si imbatte per puro caso in un annuncio che sostiene di "rendere più sereni i viaggi". Pensando si tratti di un'agenzia turistica, il giovane si reca alla sede dell'azienda per un colloquio, salvo scoprire di aver travisato il senso dell'articolo. L'impiego infatti concerne l'ambito funerario, e il suo compito è quello di preparare le salme dei morti per l'estremo saluto. Dapprima sbigottito, si fa ben presto convincere dalla simpatia di Sasaki (Yamazaki Tsutomu), il titolare e dall'alto stipendio. Per paura della reazione che potrebbe causarle, non dice niente a Mika, e ben presto si appassiona alla nuova professione, cominciando dapprima come aiutante e in seguito a lavorare anche automonamente. Ma i segreti svelati e il destino beffardo lo metteranno davanti a scelte e decisioni che lo portano ad affrontare il proprio passato, senza cercare di rovinare indelebilmente il futuro.

Ritrovare la felicità nella sofferenza

Si può parlare della morte senza creare inevitabilmente un'atmosfera decadente e disperata? Per quanto visto in Departures, la risposta non può che essere positiva. Takita realizza un film superlativo, dalla mille sfaccettature e che offre un punto di vista "diretto" con la nera mietitrice, offrendo al protagonista le vesti di un accompagnatore silenzioso e meticoloso, che rende l'ultimo viaggio meno doloroso per le famiglie colpite dal lutto. Se è facile sprecare luoghi comuni su questo insolito lavoro, la storia mette in mostra il lato umano di questi uomini al limite, tralasciando il mero interesse economico in favore di una compassione e di una dolcezza tese a rendere il trauma del trapasso più dolce e malinconico, riportando a una sorta di nuova vita le salme dei morti. Ma la pellicola non è solo una riflessione intensa ed acuta sulle dipartite, ed è capace di intersecare alla perfezione le tribolazioni interiori dei suoi personaggi. Niente sembra lasciato al caso, e se escludiamo il percorso interiore di Daigo, figura portante della vicenda, grande caratterizzazione è data anche ai comprimari, di cui spesso si intuisce con brevi dialoghi e poche pennellate di grande intensità emotiva il loro passato e le ambizioni e i sogni più o meno realizzati. Essenziale a ciò è l'ambientazione scelta, una piccola cittadina di provincia dove tutti si conoscono, e le voci si rincorrono frenetiche impedendo un minimo di privacy. In questo nucleo limitato di mondo, è facile narrare le storie di questo interessante e vario gruppo di persone, permettondo di avvicinarglisi facilmente e di entrare senza troppi fronzoli in una riuscita simbiosi. Collante che tiene unita magicamente questo entourage di gente comune, su cui fa capolino anche il pericolo incombente della crisi (sentita parecchio in Giappone, come visto anche nel recente e splendido Tokyo Sonata di Kiyoshi Kurosawa), è proprio Daigo, il cui ritorno ai luoghi natali finisce per influenzare sensibilmente il destini di molti, nonchè proprio il suo. Affidargli un passato dal sapore semi-tragico, seppur furba scelta ai fini di un'introspezione drammatica di degno rilievo, è la mossa ideale per raggiungere il punto giusto di carica emotiva, che emerge potente da ogni fotogramma, spesso sottolineato da maestosi passaggi musicali (la colonna sonora è curata da Joe Hisaishi, considerato il John Williams d'Oriente), che vedono classici della musica classica tra cui l'Inno alla Gioia di Beethoven ad accompagnare questo risveglio interiore, da un sentimento di odio ripresso e cose non dette a una sorta di catarsi purificatrice che vede il suo apice nel toccante finale, quasi un filo di comunicazione tra il dolore della perdita e la gioia di una nuova vita. Ed è proprio qui, in questa speranza che mai scompare, che è situato l'intero significato dell'Opera, sottolineato ancor più da una sottile ironia nera che in diverse occasioni regala dei divertiti, amari ma divertiti, sorrisi. Departures è in grado di risvegliare, o forse svegliare per la prima volta, sensazioni la cui potenza emotiva tocca più volte le corde del cuore, quasi metaforicamente in empatia con quelle di un violoncello che mai come in questo caso si è rivelato uno strumento dell'anima capace di amplificare a dismisura la forza dei sentimenti e delle sensazioni. Se cercate un'altra pagina di grande Cinema, avete dove rivolgervi.

Departures La morte come rinascita, capace di risvegliare un uomo dal torpore di un'esistenza incerta e portarlo a trovare la felicità, e allo stesso tempo renderla agli altri. Un preparatore di salme diventa così una sorta di "amico" e custode degli ultimi istanti in cui il corpo, ormai privo di vita, rimane ancorato al mondo dei vivi per portare l'ultimo saluto alle persone care. Accompagnato da un sottile, e mai improprio, humour nero e da una colonna sonora di altissimo livello, Departures dimostra d'aver meritato a piene lodi l'Oscar 2009, mostrando forse un nuovo talento del cinema nipponico fino a prima inespresso. Amanti o meno del Cinema e della cultura del Sol Levante, non commettete l'errore di ignorarlo: vi perdereste un sublime esempio di cosa significhi Settima Arte.

9

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