Recensione Dark Skies - Oscure Presenze

Una tranquilla invasione casalinga di alieni

recensione Dark Skies - Oscure Presenze
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Che ci si creda o no, sebbene la scienza tenda occasionalmente a spingerci a credere alla loro presenza nelle zone più o meno oscure dell'universo e qualche visionario millantatore inventi, di tanto in tanto, di aver avvistato oggetti volanti non identificati sulle nostre teste, i cari vecchi extraterrestri continuano a essere concretamente visibili soltanto all'interno dello schermo cinematografico, che gli ha consentito più volte di attaccare la Terra soprattutto tramite la fantascienza americana anti-comunista degli anni Cinquanta, molto tempo prima che Steven Spielberg e compagni di set provvedessero a trasformarli nei tanto rassicuranti quanto pacifici amici dell'uomo proto-E.T. "telefono casa".
Anche se il prototipo favolistico del più o meno mostruoso cittadino di un altro mondo sceso dalle nostre parti con intenzioni tutt'altro che cattive non sembra essere durato molto, considerando che, al di là di discutibili esempi su celluloide quali Explorers (1985) di Joe Dante o Il mio amico Mac (1988) di Stewart Raffil, a sostituirlo hanno presto provveduto sia i Critters, extraroditori dell'omonima tetralogia, che gli equipaggiatissimi distruggi-metropoli di Independence day (1996) di Roland Emmerich.
Senza contare il filone maggiormente volto al realismo costituito dai titoli riguardanti i rapimenti alieni, da Bagliori nel buio (1993) di Robert Lieberman a Il quarto tipo (2009) di Olatunde Osunsanmi.

Incontri troppo ravvicinati...

Ed è proprio a quest'ultima tipologia di lungometraggi che potremmo riallacciare, sotto certi aspetti, il terzo film diretto da Scott Stewart, effettista dalla lunga carriera (Mars attacks! e Il mondo perduto - Jurassic park nel curriculum) poi passato dietro la macchina da presa per raccontare una lotta tra angeli guerrieri in Legion (2010) e le movimentate imprese di un sacerdote caccia-vampiri in Priest (2011).
Infatti, al centro della quasi ora e quaranta di visione abbiamo i coniugi Daniel e Lacy Barrett, i quali, rispettivamente con le fattezze di Josh"J. Edgar"Hamilton e della Keri Russell di Mission: impossible III (2006), scoprono in maniera progressiva, attraverso una fitta serie di sempre più inquietanti eventi, che una forza terrificante e letale ha preso di mira loro e i due piccoli figli Jesse e Sam, ovvero Dakota Goyo e Kadan Rockett; sconvolgendo rapidamente la sicurezza e la tranquillità della propria casa di periferia, tanto da spingerli ad affrontare in prima persona la questione, in modo da risolvere il mistero celato dietro l'oscura presenza che li sta perseguitando.

Paranormal activities

Quindi, considerando che il produttore dell'operazione sia il Jason Blum che ha finanziato il gettonatissimo franchise Paranormal activity, non c'è da stupirsi se, proprio come nella saga iniziata da Oren Peli, i protagonisti installano nell'abitazione camere a circuito chiuso per immortalare l'oscura minaccia nel corso dell'insieme, che apre con una frase dell'autore di fantascienza e inventore britannico Arthur C. Clarke: "Esistono due possibilità, o siamo soli nell'universo o non lo siamo, e sono una più terrificante dell'altra".
Del resto, man mano che troviamo in scena anche il J.K. Simmons della trilogia raimiana Spider-man nei panni di un esperto di extraterrestri, pur trattandosi di una vicenda riguardante creature provenienti da altri pianeti è attraverso un approccio da ghost story e, di conseguenza, molto più vicino all'horror che alla fantascienza che Stewart inscena il tutto, ricordando in particolar modo il cinema di M. Night Shyamalan.
Perché, al di là del momento in cui Sam, all'interno di un parco, emette all'improvviso un lungo grido ricordandone palesemente uno analogo di Nightmare - Nuovo incubo (1994) di Wes Craven, è impossibile sia non ripensare a E venne il giorno (2008) nella sequenza in cui Lacy prende ripetutamente a testate il vetro della finestra, sia non vedere in Signs (2002) uno dei lavori che maggiormente hanno influito sulla pellicola.
Con la risultante di un elaborato che, infarcito di segnali premonitori (abbiamo uno stormo di volatili che si abbattono con violenza contro la residenza dei protagonisti) e non privo di sequenze inquietanti (citiamo solo la prima fugace apparizione aliena in casa), pur non offrendo quasi nulla di originale non manca di spaventare - complice l'immancabile apporto del sonoro - e di coinvolgere, in quanto confezionato da Stewart sfoggiando una professionalità tale da renderlo il più riuscito dei suoi tre lungometraggi da regista.

Dark Skies - Oscure Presenze Tutt’altro che distante da diversi lavori di M. Night Shyamalan, una storia d’invasione aliena più vicina ai film horror con presenze spettrali che alle spettacolari distruzioni metropolitane su celluloide di Independence day (1996) e simili. C’è molto di già visto, ma Scott Stewart confeziona il tutto con professionalità e senza permettere al coinvolgimento di scemare nel corso della lunga attesa nei confronti della conclusione. Tanto che possiamo tranquillamente condividere il suo pensiero sul film: “A livello visivo, volevo che il film apparisse e venisse percepito come verosimile e realistico. In precedenza avevo realizzato due film dalla forte connotazione stilistica, mentre per Dark skies ho abbandonato quel tipo di caratterizzazione a favore di un realismo incentrato sui personaggi e di un approccio narrativo più lineare. Ho pensato che se il pubblico avesse percepito i Barrett come realistici e si fosse immedesimato in loro, sarebbe stato molto più terrorizzato quando alla famiglia iniziano ad accadere strani ed inquietanti avvenimenti”.

6

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