Curtiz: la recensione del film Netflix sul regista di Casablanca

Curtiz racconta la storia della nascita e delle riprese di Casablanca, attraverso gli occhi del suo celebre e tempestoso regista: Michael Curtiz.

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E pensare che Rick sarebbe potuto scappare in America con Ilsa. O che Laszlo sarebbe morto. Persino Strasser rischiava di sopravvivere. Perché quella pietra miliare dell'iconografia mondiale che è Casablanca ha avuto una gestazione accidentata, strappata dall'eco delle bombe e della censura statunitense. Dopotutto, nella Los Angeles del 1942 o eri con, o eri contro. Bianco o nero. Nessuna scala di grigi. Nemmeno una sceneggiatura poteva permettersi ambiguità, figurarsi arrivare sul set incompleta. Ma è proprio in queste voragini interstiziali che Curtiz di Tamás Topolánszky si infila, incuneandosi come una luce fumosa dentro uno dei più importanti capolavori della storia del cinema.
Per raccontarlo, sì, ma soprattutto per gravitare attorno a lui, il monolite ungherese con il nome stampato sulla seggiola: Michael Curtiz, il regista di Casablanca. Dopo un viaggio tra vari festival (conquistando la regia al nostrano Riviera Film Festival di Sestri Levante) Curtiz approda su Netflix, pronto a raccontarci quanto film e regista, spesso, siano una cosa sola.

Michael Curtiz in America

All'anagrafe Michael Curtiz risulta Manó Kaminer, ebreo ungherese emigrato negli Stati Uniti nel 1926. Una roccia scorbutica, un donnaiolo affilato, un regista... totale. Uno che non vuole ammettere di voler scavare la propria nicchia nella Storia fino a quando qualcuno non glielo fa notare. E Curtiz riesce a farlo capire a noi.
Il lavoro fatto da Ferenc Lengyel è assoluto. Il suo Michael Curtiz giganteggia, spacca la scena, sia quando ne è il centro fisico sia quando si defila, perché stare seduto con gli altri al tavolo non lo fa pensare bene.
Lo vediamo in ogni suo frammento: dalle difficoltà linguistiche (il famoso episodio dei "poodles") alla quantità infinita di donne (che letteralmente gli si lanciavano addosso). Tutto frullato nel suo stacanovismo asfissiante. Pare infatti che si svegliasse alle cinque del mattino, per restare in teatro di posa fino alle otto di sera, e che non pranzasse, dato che il pasto gli avrebbe portato via tempo.
Una totale dedizione al suo lavoro che si trasforma in arroganza, ira, odio per chi, al contrario suo, non sta facendo quello che dovrebbe. Ma Curtiz trova la chiave di lettura, quella vera: raccontare il dietro le quinte di Casablanca per fare la stessa cosa con Michael Curtiz.

Colpi di colore? O è il bianco e nero che batte?

Topolánszky decide di elaborare la lezione di Casablanca in un bianco e nero denso, corposo, filtrato dalla Hollywood classica. Una regia che si aggrappa alla scia del film senza mai calpestarlo o venirne soffocata, dove tutto è minuziosamente inquadrato (e tagliato) nel richiamo a quel mondo, alla sua estetica e a quel modo di fare cinema.
La scelta giusta per raccontare la vita vera dietro la finzione, riportandoci esattamente in quel clima. Quello dove la protagonista del film non poteva lasciare il proprio marito per un altro uomo, perché il Governo decideva così. Il pubblico, secondo loro, avrebbe travisato e imitato.
Curtiz riesce infatti a mettere una distanza siderale tra noi e quel 1942, e al tempo stesso renderlo attuale, sagacemente antiamericano e con le sue (anche tante) licenze poetiche. Ma quando vediamo la dolcezza e l'amore profondo che il regista ungherese prova per il suo glorioso connazionale, beh, tutto passa in secondo piano.
Lacrime cinefile bagnano i nostri occhi, mentre le figure immortali di Humphrey Bogart e Ingrid Bergman vengono sfocate, riprese di schiena, sfumate nella scala dei grigi. Perché certe icone si devono solo sfiorare, dolcemente, come un sorriso rubato a un'estranea. Anche se la Storia le ha un po' dimenticate, ed è per questo che Peter Lorre ottiene lo stesso trattamento divistico dei due protagonisti.

Perché poi, esattamente quando serve, irrompe il colore. Un caldo rosso squisitamente cinematografico che abbraccia e scaccia, in un parallelismo tra vita e finzione, dove Michael Curtiz diventa Rick/Bogart. Oppure, Rick è sempre stato Michael. Ed è così, anche il regista capisce che i problemi di tre piccole persone non contano, in questa immensa (e splendida) tragedia che è il Cinema.

Avremo sempre Michael Curtiz

Alla fine la scelta era quella. Topolánszky non lascia nulla al caso. Fa parlare il suo Michael come fosse davvero "l'ultima volta". Lo infila nella macchina hollywoodiana impedendogli di vivere, gli fa cercare la propria strada abbandonando gli affetti, avvolgendolo di rabbia e rimorso. Un antieroe moderno che non ha dimenticato la sua Parigi, ma vorrebbe tanto.

Curtiz ci fa andare dietro le quinte della vita, romanzando il giusto per confezionare un prodotto ovviamente nostalgico, capace di smuovere anche chi ha solo intravisto quell'aereo scarrellare nella bruma.
E Michael non si muove, pronto a perdere tutti i suoi pezzi nella consapevolezza che ciò che sta plasmando possa davvero aiutare il mondo. Perché ci sono momenti, forse, in cui la Storia bussa alla porta, pronta a chiedere un sacrificio enorme pur di poterti accompagnare sottobraccio. E in quegli istanti esistono particolari persone in grado di sentire le nocche picchiettare sul legno. Anche se poi vengono accantonate, e la loro regia passa in secondo piano rispetto alla sceneggiatura. Anche se devono perdere tutto. Perché poi, alla fine, è grazie a Michael Curtiz che potremo suonarla ancora. Per sempre.

Curtiz Casablanca ha fatto la storia del cinema. Ma chi ha fatto Casablanca? Curtiz, disponibile su Netflix, racconta proprio dell'omonimo regista, alle prese con gli Stati Uniti del 1942 e una sceneggiatura pronta a diventare iconica. Burrascose lotte intestine, donne, rimpianti e un bianco e nero caldo, denso e avvolgente. Tamás Topolánszky, ungherese come Michael Curtiz, celebra il suo connazionale grazie a un film nostalgico, dove regista e storia raccontata si mescolano, fondendo i propri confini. Lacrime cinefile, citazioni imprescindibili e un rispetto totale per la materia narrata. Perché magari, forse, nessuno al mondo sapeva suonare come lui.

8

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