Recensione Crash - Contatto Fisico

Quando le vite si scontrano...

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Un esordio impietoso, quanto crudo quanto vero, per Paul Haggis. E' il suo sogno da quando aveva 21 anni, ma, dice in un'intervista, se si fosse cimentato con la regia precedentemente, senza le esperienze vissute negli anni, avrebbe fatto un disastro.

E se la maturità artistica di Haggis traspare da parole come queste, traspare parimenti da Crash - Contatto fisico: una storia di vite, sensazioni e sentimenti che si sfiorano per quasi due ore, e che trascinano lo spettatore in un amaro intreccio di emozioni. Una storia di vite che si è aggiudicata la statuetta per il miglior film, oltre che l'Oscar per la sceneggiatura originale e montaggio.

Haggis - uno degli sceneggiatori più litigati nell'ambito della cinematografia americana - cresce attraverso esperienze lavorative televisive: tra i lavori più significativi, osserviamo titoli come "L.A. Law" (1994), "Ghost of Chance" (1998), "Family Law" (2001). Trova poi il modo di parlarci della vita e della morte, attraverso la sceneggiatura di Million Dollar Baby, la cui regia affidò alla sicurezza di Clint Eastwood. E dopo Crash, ancora una volta alla direzione, quest'anno, con "Honeymoon with Harry".
Da segnalare, inoltre, l'adattamento americano del film di Muccino "The Last Kiss", e la stesura della sceneggiatura del nuovo film dell'agente segreto più famoso del mondo, "007 Casino Royale".

... pur di sentire qualcosa...

Guardare Crash, per caso, senza aspettative, è come salire su una giostra: una giostra in cui giri assieme ai protagonisti, danzi in un mondo dilatato, in uno scenario opprimente e stereotipato, in una grande prigione che riunisce ed emargina quale è Los Angeles.
E danzi con due detective - uomo e donna - l'uno nero e l'altra bianca, impegnati - nella loro occasionale quanto necessaria relazione - a ricercarsi e al tempo stesso tenersi a distanza. Danzi con due ragazzotti neri, ladri di auto: uno sereno, l'altro pronto ad avvertire in tutto ciò che lo circonda avvisaglie di razzismo latente. E ti muovi con un regista e sua moglie, entrambi di colore, benestanti, che si trovano a fare i conti col proprio orgoglio, la propria dignità. Assieme ad una casalinga e il marito procuratore, alle loro ipocrisie, alle loro frustrazioni. E poi con una famiglia di immigrati iracheni, proprietari di un piccolo 24hours shop, spaventati dalla realtà che li circonda.
E ancora, con un padre latino-americano; con due poliziotti, l'uno "rodato", razzista e disincantato, l'altro idealista e puro quanto giovane; con una coppia di anziani coreani e i loro segreti.

Le vite di tutti i protagonisti sono destinate a incrociarsi in un canto corale di 24 ore, e a scontrarsi. Le parole del detective Graham Waters (Don Cheadle) all'inizio film, risuonano per tutta la vicenda: "il senso di toccarci...[] ci manca a tal punto da scontrarci, incorrere in un incidente solo per sentire qualcosa". Parole che esprimono tanto il disagio quanto la solitudine che avvolgono tutta la Los Angeles del film. E mentre il cadavere di un ragazzo viene ritrovato, il tempo scorre all'indietro per ripercorrere gli avvenimenti che hanno portato a questo tragico evento. Il detective Graham è quindi alle prese con delle indagini su un conflitto a fuoco che ha visto protagonisti due poliziotti, un nero e un bianco. Due ladri (Larenz Tate e Chris "Ludacris" Bridges) nel frattempo, aggrediscono il procuratore distrettuale Cabot (Brendan Fraser) e la moglie (un'ottima Sandra Bullock) - una casalinga frustrata che riversa il proprio senso di inadeguatezza sui "diversi" - rubando loro l'auto. Il poliziotto Ryan (Matt Dillon), disincantato da anni di servizio e dalla malattia del padre, costringe la matricola che lo accompagna (Ryan Phillippe) ad assistere alla sua prepotenza nei confronti di una rispettabile coppia di neri fermati con una scusa nel traffico: la coppia (Terrence Howard e Thandie Newton) dopo questo evento mette in discussione la propria identità ed il proprio rapporto. Daniel, fabbro e padre di famiglia, diviene l'oggetto dell'odio e del desiderio di vendetta di un negoziante iracheno, dopo che il negozio di quest'ultimo è stato rapinato per l'ennesima volta.

Questa, a grandi linee, la situazione iniziale del film, che si propone - nello svolgersi delle vicende - di posare lo sguardo su una realtà urbana e multietnica, andando a toccare il problema di un razzismo differente da quello che siamo abituati a vedere in film di questo tipo. Un razzismo, questo, che si è evoluto nell'intolleranza, figlia della paura strisciante del dopo 11/9. Un sentimento meno chiaro, più subdolo, che descrive alcuni dei protagonisti mentre, apparentemente, non sfiora gli altri. Ma l'ambiguità dell'animo umano è destinata a venire allo scoperto: la dualità di ognuno esploderà e si scontrerà con quella degli altri.
E alla fine della giornata, ognuno dei (non) protagonisti, si troverà a fare i conti soprattutto con sé stesso, arrivando, forse, ad una maggiore comprensione della propria persona, generatrice di speranza.

Complesso come l'uomo?

La vita, quindi, i suoi ritmi e la sua ineluttabile dualità. Ma anche la comunicazione, la paura, la necessità, esibite nel continuo esplodere ed alternarsi, nel descrivere l'uomo. Perché dell'uomo parla Crash - contatto fisico. All'uomo si ispira Haggis, che non vuole descrivere, qui, una tipologia di persone, quanto renderci tutti consapevoli della nostra meravigliosa e terribile ambiguità. In ognuno di noi si nascondono paure, insicurezze: le stesse vengono riflesse sugli altri, e ci portano a desiderare - e a respingere - il contatto fisico.
"Ognuno pensa a se stesso come ad un essere complesso, mentre diviene incredibilmente semplicistico nel giudicare le altre persone" dice - pressappoco - Haggis in un'intervista. E, forse, ciò che il regista vuole dirci non è tanto di non cadere nell'errore di giudicare gli altri generalizzando, quanto di divenire consapevoli del reale grado di complessità di cui siamo capaci.

Crash è il film adatto a descrivere questa complessità. La trama, nel suo svolgersi e dilatarsi, non perde mai quel carattere lineare, che rende la visione scorrevole e comprensibile. E risulta pressoché impossibile, nell'analizzare il montaggio, non ritornare con la mente a lavori come Traffic, Magnolia e 21 Grammi: un modo di raccontare particolare, un susseguirsi di scene incalzante che sicuramente ha grande merito nel rendere questo un film con forte personalità. E se non si può dire che Haggis abbia esattamente giocato in modo originale con le inquadrature, si deve tuttavia riconoscere che, dal punto di vista della fotografia, il film sia decisamente azzeccato: tutto, a partire dai colori ricercati, fino alle ambientazioni che restano sempre tra l'urbano e il degradato, contribuiscono a creare e mantenere l'atmosfera del film.

Il DvD

Senza ombra di dubbio, l'aspetto tecnico di questo dvd non è da oscar come l'aspetto artistico.
Crash viene distribuito con la classica confezione Amaray che tutti noi siamo abituati a maneggiare quotidianamente.

Due sono le tracce audio presenti, entrambe in dolby digital 5.1 (384 Kbps):una in lingua italiana, l'altra in lingua inglese (entrambe con soli sottotitoli italiani). La differenza di resa tra le due tracce è ridotta all'osso, e senza fare troppo i pignoli possiamo sostenere tranquillamente che le due si equivalgono: le note positive vengono dal solo canale centrale, ottimamente presente e sempre molto pulito; i canali surround - cosi come le basse frequenze LFE - vengono chiamate in causa davvero con parsimonia, e davvero poco coinvolgono lo spettatore.

Nella media il comparto video: con un buon bitrate da 8,5 MB/s, e con un rapporto di visione 2.34:1, Crash si lascia guardare per tutti i suoi 107 miniti senza troppi "patemi" e senza gridare mai al "miracolo"; il video non presenta evidenti artefatti di compressione, cosi come la colorimetria è nella regola, senza evidenti dominanti. Purtroppo è da segnalare un persistente rumore video che caratterizza buona parte della visione.

Decisamente scadente la parte relativa agli EXTRA, con la presenza del solo commento audio del regista, di Don Cheadle e dello sceneggiatore Robert Moresco, e di un making of davvero poco incisivo. Per finire poi l'immancabile trailer originale del film

Crash E onore quindi al merito di Haggis. Egli non solo ha saputo padroneggiare con disinvoltura una tecnica che, diciamolo, dal punto di vista registico non è esattamente di facile fruizione, e concepire una trama che egregiamente si sposa con la stessa, ma ha dovuto anche fare i conti con la salute durante le riprese. Il regista, infatti, ha avuto un attacco di cuore mentre era al lavoro, ma pur di non rinunciare a dirigere il film si è preso qualche settimana di vacanza, per poi tornare dietro la cinepresa. Un film che viene dal cuore, è proprio il caso di dirlo, e che costituisce un’occasione da non perdere, per sentire, una volta tanto, in un fin troppo piatto panorama cinematografico, una voce che ha qualcosa da dire.

7

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