Recensione Corpo Celeste

Debutto alla regia per la sorella d'arte Alice Rohrwacher

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Osservato dal nostro punto di vista, un corpo celeste appare come qualcosa di estremamente lontano e misterioso, un ‘sovramondo' inavvicinabile. Eppure, a pensarci bene, uno di quei ‘sovramondi' è parte integrante della nostra vita: la Terra. È partendo da questa considerazione fatta da Anna Maria Oreste nel suo libro dal titolo, appunto, Corpo Celeste, che Alice Rohrwacher (sorella della ben più nota Alba) abbraccia questo dualismo di mondi distanti eppure così vicini per osservarlo tramite gli occhi di Marta, bambina silente e curiosa, spaesata dalle circonvoluzioni di una piccola comunità cattolica ‘pedissequamente' aderente a ‘rituali' che appaiono essere a tratti privi di senso, almeno agli occhi freschi e incredibilmente maturi della bambina.

Verso la Confermazione

Dopo dieci anni trascorsi in Svizzera con la madre (un'ottima Anita Caprioli) e la sorella, la tredicenne Marta torna (sulla scia del cosiddetto fenomeno della migrazione di ritorno) nella natia Roghudi, nella provincia di Reggio Calabria. Ad accogliere il suo ritorno ‘a casa' c'è una città in statica transizione, stretta tra l'impulso di modernità (nuove e incompiute costruzioni che hanno drasticamente ridotto lo spazio concesso alla Natura) e la necessità di preservare riti arcaici (il nuovo crocifisso illuminato da rimpiazzare con quello figurativo tradizionale). Marta, presa e persa a osservare i dettagli di quel mondo ‘strano' che le ruota attorno, contempla tutto con disincanto e desiderio di svelamento: il greto di un fiume in secca, divenuto discarica, dove trascorrono i pomeriggi alcuni ragazzini della sua età a ravanare tra gli oggetti abbandonati, o la controversa comunità religiosa, guidata da un parroco che sfrutta la sua posizione per favorire il politico di turno nella speranza di fare carriera, e sostenuta da una catechista ‘sempliciotta' che guida i ragazzi con determinazione e una sostanziale inadeguatezza al ruolo. A casa, la dolcezza di una mamma provata dalle difficoltà della vita si scontra con la ruvidità della sorella maggiore, adolescente in rotta col mondo, sempre pronta a puntarle il dito contro. La frequentazione del catechismo, tra rap religiosi dai testi bizzarri (‘mi sintonizzo con Dio') o quizzettoni dal sapore televisivo "Chi vuole essere cresimato", mostrerà a Marta i vari volti di una comunità superficiale e immatura che pur tesa nell'aspirazione alla modernità, è inesorabilmente ancorata ad arcaici e superficiali valori religiosi ("il catechismo serve a fare un po' di amici, se non fai la cresima non puoi neanche sposarti", dicono a Marta gli zii). Un mondo ecclesiastico che visto dall'esterno, tramite gli occhi puri e curiosi di Marta, appare tanto ‘pulito' quanto irreale (l'eterea immagine di un Cristo dai capelli biondi e dagli occhi azzurri infinitamente buono, sarà infine sporcata - e in parte umanizzata - solo dalle parole di un vecchio parroco di una comunità fantasma - nella quale Don Mario si recherà per appropriarsi del negletto crocifisso appeso alla parete della piccola chiesa - che racconterà a Marta di un Cristo solo e furioso subissato dalle domande dei suoi discepoli, ignoranti e scandalizzati).

Un ‘piccolo principe’ al femminile

È con estrema grazia e accortezza che la ventinovenne Alice Rohrwacher debutta alla regia, seguendo passo dopo passo (camera in spalla sempre vigile e stretta sui dettagli del corpo o le espressioni che segnano il viaggio di Marta alla scoperta di un Corpo Celeste circostante) le rivelazioni di questa bambina al suo ‘risveglio' in un mondo nuovo, sconosciuto e per certi versi buffo. Come un piccolo principe giunto sulla Terra dal suo piccolo pianeta lontano, anche Marta osserva con meraviglia tutto ciò che le si muove attorno, registrando la piccola poesia delle cose belle (il calore di una mamma sempre presente, il fervore di un parroco ancorato alla sua ‘reale' fede) e quelle più stonate (un sacrestano che si macchia della barbara uccisione di gattini appena nati, la catechista che non vuole - o non sa - spiegare le parole di Cristo). E proprio come il piccolo principe che dinanzi al pianeta del re o a quello dell'ubriacone si poneva delle domande sulla loro ‘strana' esistenza, anche Marta dopo essersi posta altrettante domande, sceglierà la via del pianeta che più le si addice, quello della sua vita, indissolubilmente legato a quegli intrinseci valori che la gente attorno a lei sembra aver sotterrato con cumuli di ‘ignoranza' e ‘ipocrisia'. D'altronde, direbbe il piccolo principe, ‘L'essenziale è invisibile agli occhi', e dunque non resta che andare oltre l'apparenza del mondo, attraversandolo.

Corpo Celeste La sorella d’arte Alice Rohrwacher si cimenta per la prima volta nella regia di un lungometraggio, Corpo Celeste, presentato a Cannes nella sezione Quinzaine des Réalisateurs. Un film ‘piccolo’ ma molto accorto che racconta senza smania di giudizio o pregiudizi le contraddizioni di una piccola comunità religiosa del Sud Italia (ma che rappresenta molte altre comunità, non solo del Sud) votata al nuovo ma inesorabilmente ancorata al vecchio. Il punto di vista è quello di una bambina pura ma eccezionalmente disincantata che affianca al suo essere estremamente silenziosa uno sguardo penetrante, capace di vedere ben più in là delle apparenze. Gli ottimi interpreti (inclusa la stessa Yle Vianello nei panni di Marta) servono a dovere uno script conciso ma incisivo che mette in luce, con grande delicatezza, temi spinosi come quelli del controverso rapporto della nostra società con la Chiesa, dei legami di quest’ultima con il mondo della politica, e di una diffusa superficialità per cui si pensa che un bambino, in quanto tale, non abbia senso critico o la capacità di sviluppare un libero arbitrio talvolta perfino più efficiente di quello di un adulto.

6.5

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