Recensione Conan The Barbarian

Un inno al testosterone e all'avventura che non fa rimpiangere Schwartzy

recensione Conan The Barbarian
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In un panorama cinematografico sempre più denso di sequel, remake, reboot e sceneggiature in qualche modo spesso e volentieri non originali, viene quasi voglia di rifuggere l'ennesima 'minestra riscaldata' propinataci da Hollywood. Attenzione, tuttavia, perché se è vero che a volte certi film si risolvono in mere operazioni commerciali, altre volte, come in questo caso, il progetto merita attenzione. Si tratta, nientemeno, che di riesumare un'icona degli anni '80, il personaggio che ha dato la prima notorietà cinematografica all'ormai mitico Arnold Schwarzenegger: Conan il Barbaro.Come possiamo vedere nello speciale che abbiamo dedicato al personaggio, il possente cimmero nato dalla penna di Robert E. Howard è stato in pratica l'apripista di un genere di heroic fantasy che si è espanso attraverso una moltitudine di film, libri, videogiochi e fumetti, ma che senza il fascino granitico di Schwartzy non ha mai raggiunto la fama del film originario diretto da John Milius nel 1982. Riusciranno Jason Momoa e Marcus Nispel nell'impresa di far appassionare il pubblico a questa reinterpretazione, facendo magari dimenticare quella di Mister Olympia? Seguiteci e lo scoprirete.

Nessuno dovrebbe vivere in catene

Sono tempi duri, quelli in cui vive Conan (Jason Momoa). Tempi in cui il saper maneggiare un'arma può fare la differenza fra vivere e morire, tempi in cui i signori della guerra si danno battaglia anche per la conquista di un fazzoletto di terra arida, popolato da uomini disillusi e dissoluti. Conan, un tempo, era un indomito discendente di una fiera tribù barbara, sterminata da un ignoto conquistatore incurante dell'onore e delle tradizioni. Salvatosi dallo sterminio e votatosi alla vendetta, il giovane vive ora una vita di avventure e scorribande, dandosi alla pirateria ma schierandosi sempre dalla parte dei deboli quando assiste ad un sopruso, non obliando mai gli insegnamenti ricevuti durante la sua infanzia dal padre Corin (Ron Perlman), mastro fabbro, guerriero e capovillaggio.Durante il suo peregrinare, giunge infine a scoprire il nome del suo acerrimo nemico, che risponde all'appellativo di Khalar Zym (Stephen Lang), che insieme al suo esercito ha ormai in pugno la regione. Ma a Khalar, più che divenire Re, importa destare un terrificante potere ancestrale per mano di sua figlia Marique (Rose McGowan), perversa stregona. La chiave di volta è rappresentata da una bellissima e audace sacerdotessa, Tamara (Rachel Nichols), che Conan dovrà riuscire a salvare prima che sia troppo tardi...

Barbarian vs barbarian

Confrontarsi con un mito come quello di Conan non è certamente facile sotto qualunque punto di vista, soprattutto per quanto riguarda attore protagonista, sceneggiatore e regista. Eppure, ci sentiamo di dire che, a dispetto di ogni timore iniziale, il reboot del ladro divenuto Re può diventare un punto di riferimento per simili produzioni future. Invece di scimmiottare lo stile dell'originale di trent'anni fa, cast e troupe hanno lavorato sodo per offrire uno spettacolo moderno, senza tempi morti, d'atmosfera e al contempo rispettoso del personaggio originale, che ricordiamo è quello del ciclo di romanzi scritti quasi ottant'anni fa da Howard, non l'eclettico -e ipertrofico- guerriero filosoficamente pragmatico del film di Milius. Marcus Nispel, che già aveva alle spalle remake di successo quali Non aprite quella porta e Venerdì 13 ed esperienza con l'heroic fantasy grazie a Pathfinder - La leggenda del guerriero vichingo, si rivela l'uomo giusto al momento giusto, donando un ritmo concitato anche alle scene più evocative, senza perdersi nella contemplazione fine a sé stessa che rappresentava, forse, il più grande limite del Conan del 1982. Complice l'ottima fotografia di Thomas Kloss, restituisce un'Hyboria selvaggia e pervasa di mistero e magia, ben resi su schermo anche grazie a scenografie ben curate ed effetti visivi azzeccati e mai esagerati o posticci.Il Conan di Momoa ricorda quello di molti comics più di quello dell'ex Governatore della California, sebbene ci si sia voluti giustamente attenere ad alcune iconicità del personaggio filmico, come la postura di combattimento. Momoa risulta, ad ogni modo, più agile e meno ingessato nei movimenti, come giustamente dovrebbe essere secondo quanto raccontatoci dallo stesso Howard nei suoi libri, in cui lo descrive estremamente possente sì, ma anche agile come una pantera. Un po' il Conan di Windsor Smith, un po' quello di Arnold, un po' una versione 2.0 del Khal Drogo da lui stesso interpretato in Game of Thrones: il caro Jason ha il fisico -e la faccia- giusta per essere il Conan degli anni duemila, e regala un'interpretazione oltremodo 'fisica' in grado di soddisfare, per motivi diversi, sia il pubblico femminile che quello maschile.Anche gli altri interpreti principali non sono da meno: a cominciare dal sempre impagabile Ron Perlman, per passare alla splendida Rachel Nichols, nuovamente sugli schermi cinematografici dopo lo Star Trek di J.J. Abrams e G.I. Joe: La nascita dei Cobra. Due parole vanno spese invece in particolare sui due villain della pellicola, intepretati da Stephen Lang e Rose McGowan: per quanto difatti la storia voglia proporceli come avversari temibili e gli attori ce la mettano tutta per dare spessore e carisma ai rispettivi personaggi, vengono purtroppo smentiti dalla realtà dei fatti: Marique e Khalar Zym sono difatti un magistrale esempio di cattivone "tutto fumo e niente arrosto" finendo per essere il difetto maggiore della pellicola e, al contempo, il maggior trait d'union con la pellicola originale, funestata anch'essa da un villain farlocco liquidato con estrema velocità.Un peccato, dunque, che gli sceneggiatori Thomas Dean Donnelly e Joshua Oppenheimer non abbiano curato maggiormente questo aspetto, perché i due personaggi rendono molto bene sullo schermo finché non si arriva allo scontro finale.

Conan The Barbarian Estremamente cruda -a tratti quasi gore-, la moderna rilettura action delle gesta del cimmero non delude, anzi, infonde linfa vitale in un genere e in un franchise che ne aveva estremamente bisogno. Pur con qualche difetto di troppo (in primis un incipit e un finale troppo affrettati), la pellicola diverte e scorre con lucida consapevolezza del suo essere semplice cinema d'azione e di svago, spruzzato tuttavia di un'atmosfera e di riflessioni interessanti, come del resto lo erano i romanzi concepiti dalla fantasia del loro autore originale. Un inno al testosterone e all'avventura, che si speri diventi per Momoa un trampolino simile a quello che fu l'originale Conan per Schwarzenegger.

7

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