Il Colibrì Recensione: un film dalle tante emozioni

L'ultima opera di Francesca Archibugi è il ritratto di un uomo mansueto, ma incapace di gestire i propri sentimenti nei confronti di una donna del passato.

Il Colibrì Recensione: un film dalle tante emozioni
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Fragile e bellissimo, il colibrì volteggia con nobiltà battendo rapidamente le piccole le ali, una velocità che gli garantisce di rimanere quasi immobile a mezz'aria, insensibile agli spostamenti del vento ed impassibile davanti a ciò che gli vortica intorno. È un soprannome dolce quello che la madre di Marco Carrera dà al suo piccolo bambino in riferimento alla sua statura, eppure quello del colibrì è un tratto che lo seguirà caratterizzando ogni aspetto della sua personalità, in un'esistenza piena di gioie discrete e sofferenze indicibili, affrontata con stoicismo e profonda fatica grazie all'abilità innata che gli permette di rimanere sempre fermo nello stesso punto.

Dal nomignolo affettuoso al titolo della pellicola, Il Colibrì svolazza docilmente tra i film in sala di Ottobre 2022 portando sullo schermo le esperienze di un uomo mansueto, educato e sensibile ma anche poco passionale, che si lascia guidare dalle due donne della sua vita senza ribellarsi alle continue ingiustizie che subisce fin dall'adolescenza. Francesca Archibugi tratteggia un'opera delicata (una caratteristica che ritroviamo spesso nel cinema di Francesca Archibugi) a partire dall'omonimo romanzo di Sandro Veronesi, un lungo viaggio alla scoperta di gioie e dolori comuni che soffre una struttura a tratti confusionaria.

Dal Tirreno alla capitale

Sullo sfondo di una spiaggia intima, condivisa soltanto con gli esotici vicini di casa, Marco Carrera (Pierfrancesco Favino) affronta le prime esperienze sentimentali grazie a Luisa Lattes (Bérénice Bejo), la giovane dall'accento francese che abita a pochi metri da lui. L'ingenuo ragazzo sogna il più classico degli amori romantici insieme a colei che ha risvegliato le sue emozioni in riva al mare, ma la vita si dimostra come al solito crudele e lo vedrà accasarsi a Roma, insieme ad una moglie (Kasia Smutniak) conosciuta grazie ad un disastro scampato.

Nonostante la loro unione abbia portato anche alla nascita della piccola Adele, Marco è incapace di dimenticare quella prima fiamma adolescenziale e rimarrà in contatto con Luisa attraverso lettere ed incontri clandestini, tenendo però ben saldo il timone della propria fedeltà coniugale imponendosi un amore che non verrà mai consumato fisicamente. Tra disturbi mentali e tragedie indescrivibili, l'uomo affronta le numerose avversità con stoicismo senza farsi abbattere dai piccoli e grandi drammi comuni, cercando di estrarre il significato della vita dalle gioie garantite dalla figlia e dalla nipote fino a presentarsi alle soglie di quel grande vuoto che è la morte.

Rimanere immobili

Francesca Archibugi prende in prestito la trama che ha permesso a Veronesi di vincere il Premio Strega nel 2020 e la usa per cesellare il ritratto di un uomo semplice, sentimentale ma non appassionato, che fin dalle sue prime esperienze amorose si lascia guidare dalle donne che gli vorticano intorno per esplorare senza troppa convinzione un piano emotivo turbolento ed a tratti spietato.

A scandire la sua intera esistenza c'è ovviamente l'amore mai concretizzato con Luisa Lattes, che come un fantasma romanticizzato lo accompagna in un matrimonio irrequieto con la moglie Marina, ma c'è spazio anche per l'affetto incommensurabile della figlia Adele e della nipote Miraijin, in un turbinio di tenerezza e dolori che Marco affronta cercando di rimanere impassibile, per il bene suo e di chi gli gira intorno. La sceneggiatura de Il Colibrì attraversa in questo modo fasi di caduta e rinascita, tenendo ben saldo il timone di plausibilità che garantisce una storia autentica con la quale è possibile empatizzare, e che paga appena l'arrendevolezza di un protagonista impossibile da scuotere, ferito a più riprese da due amori che non meritano i suoi idealismi e costretto a rifugiarsi nell'abbraccio sincero di Adele e Miraijin.

Non ci sono soltanto le quattro donne della sua vita a guidare le vicissitudini di Marco, perché esse si accompagnano ad un rapporto genitoriale ipocrita, alle amicizie bugiarde dei colleghi ed ai continui problemi psicologici che sembrano maledire la sua famiglia, ed il protagonista svolazza tra tutti questi colpi rimanendo sempre fermo, a metà strada tra l'imperturbabilità e la pigrizia.

I continui salti temporali

La trama del film si sviluppa attraverso un approccio temporale spezzettato, tra continui flashback e flashforward che tentano di evitare il didascalismo ricollegando eventi e persone ad uno spunto visivo oppure emotivo, riuscendoci soltanto a sprazzi e finendo a volte vittima dello spaesamento.

Al centro di tutto rimane indifferente un sempre straordinario Favino, che saltella avanti ed indietro tra i ricorsi storici di una vita ordinaria e felice, ma a tratti disumana, tra personaggi scomparsi che fanno il loro ritorno in carne ed ossa oppure attraverso problematiche difficilmente risolvibili, come nel caso della sorella Irene (Fotinì Peluso), morta suicida a soli 24 anni. Al netto di un ritmo narrativo che tentenna negli indugi sentimentali di due amori da evitare, la pellicola scorre senza particolari sobbalzi inquadrata con delicatezza dalla mano della Archibugi: la regista sceglie di veicolare le emozioni plausibili della sua storia arricchendoli di dettagli e brevi carrelli, lasciando ben fermi al centro delle scene gli ottimi interpreti del suo cast e aprendosi di tanto in tanto nelle panoramiche su un Mar Tirreno semplice ed ospitale, scoglio inamovibile contro le improvvise mareggiate di un'esistenza tranquilla.

Il Colibrì La vita di Marco Carrera è segnata dal buffo soprannome che la madre gli affibbiò riferendosi al suo fisico delicato, ma che per ironia della sorte diventa la caratteristica fondamentale di una personalità che galleggia tra lo stoicismo e la pigrizia. L'ultima pellicola di Francesca Archibugi tratteggia un'esistenza semplice e plausibile con la quale è facile empatizzare, persa tra gli amori complicati dell'adolescenza e della vita adulta, che non sorprende nei suoi continui ricorsi storici portati in scena attraverso innumerevoli flashback e flashforward. Un cast di assoluto livello, nel quale spicca un Pierfrancesco Favino come al solito inappuntabile, porta sul grande schermo una storia che nonostante alcuni piccoli drammi rimane tranquilla e mansueta, proprio come il suo protagonista, a tratti didascalica ed eccessivamente sentimentale ma mai noiosa o prevedibile.

6.5

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