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Cities of Last Things, la recensione del film originale Netflix

In un prossimo futuro un ex poliziotto si muove in una società disumanizzata, cercando vendetta per tragici eventi del suo passato.

recensione Cities of Last Things, la recensione del film originale Netflix
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In una metropoli futuristica l'ex poliziotto Lao Zhang si muove come un fantasma in un mondo oscuro, in cui le droghe e l'anaffettività sembrano essere una costante nei legami sociali: egli stesso, in crisi da tempo con la moglie fedifraga, cerca nelle giovani prostitute il ricordo di una sua vecchia fiamma passata di origini europee. Nel frattempo l'uomo di mezz'età, dal carattere rude e taciturno, prova a riallacciare i rapporti con la figlia, prossima a trasferirsi all'estero, mettendo inoltre in atto una sua personale vendetta contro individui che in precedenza gli hanno fatto dei torti.

In Cities of last things l'azione si concentra proprio sul passato del nostro, diventato già in gioventù un bravo agente: proprio durante una delle missioni di pattugliamento in incognito arresta una taccheggiatrice straniera dalla quale si sente subito attratto.
L'ultimo tassello del trittico è legato a una donna quarantenne che sembra avere qualcosa in comune proprio con il protagonista, rivelandosi la perfetta chiusura di un insolito cerchio narrativo.

La città dei sogni infranti

Non è certo un film semplice Cities of last things, quinta prova dietro la macchina da presa del malesiano Wi Ding Ho, qui alle prese con un'amara distopia fantascientifica che svela ben presto tutte le proprie carte. Perché a dispetto di quanto fatto credere all'inizio, il futuro è solo l'inizio del passato, o meglio, il punto da cui partire per raccontare una storia a ritroso nel tempo che parte proprio dalla fine per arrivare alle origini, in un viaggio straniante ma ricco di profonde emozioni. L'ambientazione che fa da sfondo alla prima parte, che cita a più riprese l'universo cyberpunk post-Blade Runner, è infatti parzialmente ingannevole su ciò che concerne le dinamiche sci-fi, anch'esse al servizio di una disamina sociale sulla disumanizzazione della popolazione, assuefatta da nuove droghe e da un bisogno sempre più tangibile di sentirsi amata.

La sottotrama da spy-story che caratterizza la vendetta del protagonista, fredda e brutale, è l'ennesimo elemento che giustifica il senso del titolo internazionale, con le "cose ultime" che assumono un significato ben preciso che sarà da lì poi svelato in una serie di flashback, dando vita al trittico (con un brevissimo quarto capitolo a toccante epilogo) che compone l'intero insieme.

Giorni di un futuro passato

Droni, luci al neon, touch-pad e un chip nella mano dell'individuo, funzionante fino a un'ora dopo la morte di questi, con il quale è possibile gestire pagamenti e pressoché qualsiasi cosa in questa avveniristica realtà. E poi un controllo visivo/dei ricordi che porta alla mente quello visto nell'illuminante Anon (2018) di Andrew Niccol, da cui il regista deve aver sicuramente preso spunto per alcuni dettagli. La corsa all'eterna giovinezza e le mancate promesse dei politici rispecchiano il mondo contemporaneo con una fredda attinenza e i rapporti sono sempre più basati sull'apparenza che sulla sostanza.
Ecco perciò che il tornare indietro assume ulteriori sfumature, con l'umanità che anche nei suoi tratti più crudi e violenti si riappropria lentamente dell'identità dei personaggi: la scoperta di un tradimento si evolve nella possibilità di un nuovo amore, dando quel senso di pregnante e sofferta libertà che emerge nel passaggio di mezzo, ideale anticipatore di un venire ben più criptico e ambiguo.

Wi Ding Ho utilizza visuali originali e totalizzanti, siano soggettive dai finestrini di un bus o pedinamenti alle spalle del protagonista, capaci sempre e comunque di trasmettere quel senso di spaesante alienamento che permea la vicenda e le figure in essa coinvolte. E tra riferimenti più o meno voluti a un classico come In the mood for love (2000), con il fumo delle sigarette a prendersi un ruolo fondante nell'ultimo spezzone, i cento minuti di visione regalano fascino ed emozioni in un continuo crescendo che raggiunge il suo apice proprio nella conclusione.
Cities of last things (disponibile nel catalogo Netflix come originale) è un'opera da godere a piccoli passi e con il giusto approccio, dal ritmo lento e non sempre immediato ma che, se affrontata con pazienza e impegno, sa offrire grosse soddisfazioni.

Cities of Last Things Le "ultime cose" del titolo sono i sogni infranti, gli amori nati e morti all'interno di una notte, il futuro - diventato una realtà avara di rapporti sinceri e di emozioni genuine. L'ultimo film del regista malese Wi Ding Ho è un amaro apologo sulla disumanizzazione della società, che dopo le dinamiche sci-fi del primo spezzone non fa altro che muoversi all'indietro nella proposizione di un trittico che conduce alle origini, un viaggio a ritroso rivelatore di fondamentali dettagli su quanto sarà a venire, che apre a emozioni inaspettate e fintamente trattenute, pronte definitivamente a deflagrare negli ultimi minuti forieri di ulteriori significati. Lo struggente sguardo conclusivo è la perfetta chiave di lettura di Cities of last things, opera aspra e dall'approccio non convenzionale, capace di allontanare un certo tipo di pubblico ma di attirare al contempo chi vuole scavare dietro la storia e i personaggi per trovare infine le giuste, scomode, risposte.

7.5

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