Cherry, la recensione del film dei fratelli Russo con Tom Holland

Tom Holland regala la sua più intensa e stratificata interpretazione in un'opera cinematograficamente sontuosa diretta dai registi di Avengers: Endgame.

Cherry, la recensione del film dei fratelli Russo con Tom Holland
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Cherry è un appellativo. Il protagonista del nuovo e straordinario film dei fratelli Russo (Avengers: Endgame) non ha infatti nome e sembra persino non avere famiglia - anche se ce l'ha -, e la sua vita, i capitoli della sua esistenza, sono vivide e chiare sfumature di rosso, proprio come quelle delle ciliegie, che cambiano tonalità a seconda del grado di maturazione, dal più acceso al più spento. Doveva arrivare Nico Walker con il suo fulminante romanzo a creare una perfetta similitudine tra frutto e Uomo, e poi i Russo per portarla in vita in un titolo che è tante cose senza esserne nessuna, che evita l'identità o l'identificazione con virtuosa personalità cinematografica, lavorando su quelle sopra citate tonalità per raccontare il percorso di uno studente divenuto cadetto, di un cadetto divenuto soldato, di un soldato distrutto dal PTSD (Disturbo Post-Traumatico da Stress) e rimesso insieme dalle droghe, infine tossico e ladro.

Lungo questo percorso dichiarato sin dal prologo, come a non voler nascondere la fine di una ciliegia colta e mai mangiata, di una candida innocenza perduta, i Russo intessono la vita di un ragazzo come tanti e una storia d'amore idilliaca e consapevole tra Cherry ed Emily, fatta di rinunce e attese, di sostegno e comprensione, di malumori, malessere, tragicomiche verità e una dolorosa e nichilista coscienza di sé e dell'altro. E in mezzo le indecisioni, la guerra, il sangue, l'eroina, i soldi.

Consacrazioni

In tre anni di vita, Cherry porta con sé tre consacrazioni. In primis quella di Walker come narratore, capace di costruire un romanzo solido, spiazzante, massacrante, poi quella dei Russo come autori oltre il Marvel Cinematic Universe e infine quella di Tom Holland come attore. Impressiona e fa sorridere che il film parli di maturità e marcescenza dell'anima - indotta o meno - e che proprio il duo registico e l'attore protagonista dimostrino con esso tutta la loro grinta, le loro capacità tecniche e interpretative, una visione illuminata e folgorante dietro e anche davanti la macchina da presa. Lo stesso fa Holland, per essersi lasciato momentaneamente e finalmente alle spalle quell'aria da ragazzo d'oro, pulito e soave per impersonare un protagonista con una personalità variopinta tra imprecazioni, paura, rabbia, sensi di colpa e tanto, tantissimo altro.
In Cherry, il giovane attore regala la più stupefacente performance della sua carriera. Cambia insieme al suo personaggio, ne accompagna la crescita e la decadenza, la passione e la ripresa, e non sbaglia un'espressione, non una lacrima, un gesto, un confronto.

È Holland che viene definitivamente fuori dal suo guscio per essere studente, soldato, tossico e ladro contemporaneamente, sprigionando tutto un potenziale interpretativo che finora non era mai esploso del tutto, non così tanto, non così perfettamente. Insieme a lui Ciara Bravo, classe 1997, conosciuta soprattutto per Big Time Rush e la controparte americana di Braccialetti Rossi.

Che talento, che forza della natura in un corpo tanto giovane, dolce ed esile. Ha una grinta soverchiante nella parte di Emily, ruolo chiave nel film e nella vita di Cherry, quell'amore idilliaco capace comunque di deteriorarsi, dove lo zucchero del romanticismo lascia infine spazio a batteri invadenti che rendono quell'energia tanto potente e graffiante solo un ricordo, permettendo alla debolezza e alla fragilità di prendere il controllo.

Il carattere dei migliori

Cherry dei fratelli Russo è un po' Full Metal Jacket e un po' Jarhead, un po' Brothers ma anche un po' Trainspotting senza però essere nessuno di loro, senza nemmeno citarli. È quell'idea alla base del film contro ogni identificazione in altro a renderlo personale, unico, atomico. Scelta per altro riscontrabile in tanti aspetti dell'opera, dal nome delle banche (Shitty Bank) a quello dei dottori (Dottor. Whomever). È un insieme di costanti e variabili ancorato drammaticamente (in senso positivo) e volontariamente al suolo, senza nessuna ambizione stilistica che provi a fagocitare la centralità della storia e dei personaggi, lasciando respirare lentamente il film come un buon vino, dandogli tutto il tempo - appunto - di crescere, maturare e deteriorare, ancora una volta tornando alla ciliegia e alla sua immanente bellezza vitale. Eppure i Russo non smettono per un secondo di giocare con il loro film, rendendolo dinamico, cambiando ritmo e stile in continuazione (la parte dell'addestramento è una parentesi anche in senso cinematografico), passando dalla love story al war movie, dal drama più feroce fino all'heist movie alla Point Break, veloce, divertente, ritmato ma - anche qui - comunque diverso, perché più sciocco, drasticamente più vicino alla commedia.

In sostanza, un dramma autoriale sviluppato in famiglia (la co-sceneggiatrice è Angela Russo-Otstot, sorella dei registi), scritto, diretto e pensato come un blockbuster d'impatto estetico e contenutistico spettacolare, capace di arrivare alle corde emotive del grande pubblico stuzzicando nel mentre le papille gustative dei cinefili più esigenti. E in un titolo di due ore e venti minuti sul disturbo post traumatico da stress, sulla tossicodipendenza, sugli sbagli e gli abbagli della vita, alla fine è l'amore il nucleo di tutto, quel rosso che non scolorisce mai, un'energia incommensurabile che è propellente per andare avanti.

Lo capirete nell'Epilogo del film, in dieci minuti che sanciscono il capolavoro (inteso come opera migliore) dei fratelli Russo, che persino involontariamente, nella loro visione così brillante e intensa di una chiusura che è summa dell'intero film, arrivano anche a ricordarci una delle massime di Alejandro Jodorowski, quando diceva: "È necessario che le cose cambino per arrivare dove sono iniziate". Lì, dove l'innocenza era ancora pura.

Cherry - Innocenza perduta Cherry dei fratelli Russo consacra i registi di Avengers: Endgame come due dei più assennati e visionari autori attualmente in circolazione, mentre eleva alla massima potenza la bravura interpretativa di Tom Holland, che qui regala la migliore e più sfumata performance della sua giovane e già straordinaria carriera. Un film potente, intenso, massacrante e comunque delicato che parla di PTSD, tossicodipendenza e guerra apparendo in superficie un po' Full Metal Jacket e un po' Trainspotting, ma anche Brothers o Point Break, senza però essere nessuno di questi. Rifiuta l'identità già a partire dal suo protagonista e lo fa anche in tutto il resto, acquistando proprio per questo carattere e forza assolutamente dirompenti, in uno schema cinematografico dinamico, a volte rocambolesco e altre meno sostenuto, stilisticamente variegato, davvero impressionante. Un titolo energico che sa raccontare particolari della vita e dell'amore restando saldamente ancorato a terra, come una ciliegia che cade dall'albero, ancora rossa e saporita, per poi degradare al suolo, cambiando una tonalità dopo l'altra. L'apoteosi della similitudine tra frutto e Uomo composta come uno spettacolare blockbuster cinematografico, scritta con la delicatezza di un dramma indipendente, pensata per sorprendere.

8.5

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