Cetto c'è, senzadubbiamente Recensione: Cetto La Qualunque al suo massimo?

Antonio Albanese torna alla sua maschera preferita imitando le assurdità della politica odierna in una commedia grottesca e mediamente riuscita.

recensione Cetto c'è, senzadubbiamente Recensione: Cetto La Qualunque al suo massimo?
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Se chiedete ad Antonio Albanese quali aspetti detesti maggiormente del suo Cetto La Qualunque, l'attore, sceneggiatore e comico italiano vi risponde certamente "tutti". Quella dell'imprenditore calabrese corrotto e colluso, candidato sindaco a Marina di Sopra prima e omertoso parlamentare poi, razzista, xenofobo, maschilista e sessuomane è la maschera che meno rispecchia l'ideale umano di Albanese, che ammette persino di "vergognarsi a interpretarlo, a volte" - tante le cattiverie e le esagerazioni che riesce a dire.
Con La Qualunque l'attore vuole però mettere in risalto proprio questi aspetti negativi e amorali che sembrano oggi più di ieri prendere piede nel nostro Paese, accettati quasi tacitamente, ormai parte di un organismo viziato fino al suo stesso DNA.

Si diverte, Albanese, a indossare trucco, parrucco e sproloqui di Cetto, perché in qualche modo mette a nudo tutto quello che non funziona nella politica e nella società odierna, rendendo il personaggio paradossalmente sempre più attuale, data l'evidente retromarcia della sensibilità e dei valori civili nazionali.
Per questo, a sette anni di distanza da Tutto tutto niente niente, l'interprete ha deciso di tornare a vestire i panni di La Qualunque, partendo da un'idea originale nata da una presa di coscienza sua e del co-sceneggiatore Piero Guerrera, per la precisione sulla dilagante ondata di sovranismo che sta ammorbando l'Europa negli ultimi anni e sull'esaltazione del singolo in Italia.
Ed è così che ha scelto di trasformare la sua maschera più esasperata (ma anche quella di cui è più orgoglioso) in un principe, un Borbone, ultimo discendente della casata reale della dinastia capetingia e pronto a trasformare la Repubblica Italiana in una nuova monarchia.

Il pilu è tratto

Sottolineando l'ovvio, Cetto C'è, senzadubbiamente non è un film con chissà quali mire autoriali. Diciamo che si tratta di una classica e problematica commedia "comica" all'italiana: non si prende particolarmente cura della forma, non regala nessuna sorpresa, l'evoluzione degli eventi è prevedibile e l'aspetto registico è sufficiente a seguire la mimica corporale ed espressionista di Albanese. Alcuni momenti scadono poi nel trash più puro (sola la canzone "Io sono il re" ft. Gué Pequeno la dice lunga), mentre altre idee strutturali risultano davvero difficili da digerire (il campus di Roma Due trasformato nella nuova area di Marina di Sopra a guida Melo La Qualunque), sintomo di poco interesse nel dare a un prodotto comico e grottesco uno charme differente, un'estetica che non sembri uscita direttamente dagli anni '10.
Il titolo fa infatti il paio qualitativo con i precedenti capitoli, senza allontanarsi troppo da quei livelli produttivi e non prendendo esempio - per dire - dal Sono solo fantasmi di Christian De Sica, dove per lo meno si prova a giocare con il genere horror, a dare una diversa vitalità al cinepanettone, a cambiare in qualche modo il grottesco italiano.

Dopo tre film, Giulio Manfredonia preferisce mantenere il focus sul protagonista, come conferma questo one man show che ruota solo ed esclusivamente intorno ad Antonio Albanese, nel quale i personaggi di contorno hanno il solo obiettivo di servire la battute di Cetto, con Melo (Davide Giordano), l'ex-moglie Carmen (Ludovica Indovina) e il nobile Venanzio (Gianfelice Imparato) che godono di una caratterizzazione spicciola e superficiale - nonostante una certa evoluzione dei primi due.
Andando però oltre l'ovvio, bisogna ammettere che Cetto C'è è "senzadubbiamente" il capitolo migliore tra i tre finora prodotti.

L'idea di superare e aggiornare gli sketch su politica e società guardando a una ricostituzione della monarchia aiuta infatti il titolo a trovare uno spirito inedito e inaspettato, sempre forte di "pilu", "'ntu 'u culu" e ogni altra frase o parola iconica del personaggio di Albanese, ma anche di una marcia intelligente in più.
Si parafrasano e parodiano citazioni di una certa rilevanza come quella di Marx ed Engels (uno spettro si aggira per l'Europa diventa "uno scettro si aggira per l'Europa") o anche di Giulio Cesare, per dare a Cetto e alla sua sconclusionata corte un'area più regale e dimostrare quanto sia facile - in sostanza - rendere oro la feccia.

Molte intuizioni sono dissacranti ed estremamente spassose, così come divertente è tutta questa idea di tornare a un Re d'Italia, perché "se volete il svoranismo, vi beccate anche il sovrano". È poi lapalissiana l'aperta critica "a un capitano dei nostri tempi", alla sua parlata popolare, all'uomo al comando e "alla minchiata giusta, al momento giusto" per accaparrarsi i voti di milioni di italiani scontenti, burberi, impauriti da inclusione e cambiamento. Talmente tanto spaventati da arrivare infatti a preferire uno stato monarchico a una repubblica democratica. Per essere guidati come un gregge da un pastore sopra le righe come Cetto, che promette loro "cchiù pilu pe' tutti", lui "si prende 'u pilu e loro se la menano" e come pecore tornano poi a votarli lo stesso.

Cetto c'è, senzadubbiamente Al netto di un aspetto tecnico poco curato e alcune situazioni trash un po' scadenti, Cetto C'è, senzadubbiamente è forse il capitolo cinematografico più riuscito dedicato al personaggio La Qualunque, una delle maschere più divertenti e scorrette mai indossate da Antonio Albanese. L'idea di restaurare la monarchia ai danni della fallita repubblica democratica apre a sketch che aggiornano le solite e ritrite battute su politica e società, creando momenti davvero spassosi e parafrasando e parodiando con intelligenza comica e grottesca - ad esempio - il pensiero marxista-engeliano. L'aperta e lapalissiana critica al sovranismo dilagante in Europa gli fa prendere poi una chiara posizione e lo rende attuale e dissacrante, oggi più di ieri.

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