Berlinale 62

Recensione Cesare deve morire

I fratelli Taviani trionfano alla Berlinale con la rilettura carceraria del Cesare di Shakespeare

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76 minuti girati nel carcere di massima sicurezza di Rebibbia, a metà tra la fiction e il documentario: era difficile preventivare che un film con queste premesse potesse aggiudicarsi il primo premio in un festival internazionale. Sulla carta si tratta di uno di quei prodotti che a volte vengono presentati in qualche sezione parallela, come se il vero cinema fosse solo quello puro, fatto di ricostruzioni e finzione al 100%. Ed è vero che, in questo caso, dietro la macchina da presa ci sono Paolo e Vittorio Taviani, già vincitori di una Palma d’Oro a Cannes con Padre Padrone (1977) e di un Gran Premio della Giuria, sempre sulla Croisette, nel 1982 con La notte di San Lorenzo, ma i due fratelli sembravano ormai sul viale del tramonto dopo una serie di non memorabili lavori per la tv ed un ritorno cinematografico (La masseria delle allodole nel 2007) davvero mediocre.

Il Cesare del titolo è il grande Giulio, eponimo protagonista dell’opera di WIlliam Shakespeare. È proprio questo il dramma con cui si devono confrontare i novelli attori dell’annuale laboratorio teatrale curato da Fabio Cavalli. Ad invocare la morte del dittatore sono Bruto e un gruppo di senatori romani preoccupati per la deriva tirannica del condottiero. Bisogna ucciderlo non per punirlo, ma per salvare la patria, quella Roma nel cui mito si è cresciuti ed i cui principi sono sotto attacco. Bisogna prendersi la responsabilità di compiere l’atto ed è vero, da quest’azione conseguirà un sacrificio, Cesare è amato dal popolo e chi lo ucciderà difficilmente si salverà da una punizione che probabilmente sarà la morte: ma l’ideale supera ogni tipo di calcolo.

Temi alti, sempre attuali, che interpretati dai detenuti acquistano ancora maggiore forza. Fin dall’inizio i Taviani comunicano allo spettatore le pene da scontare di tutti i loro interpreti, la maggiore parte sono condanne per associazione mafiosa e in parecchi casi si parla di ergastolo. Si tratta di informazioni che poi è facile ritrovare negli sguardi dei vari carcerati, quando le parole dei vari Cassio, Marcantonio, Lucio, Treboni, Decio e compagnia superano il testo stesso per scavare nel loro passato, in colpe di cui si presume loro si pentano ogni giorno. L’utilizzo del carcere come location per tutto il film non fa che sottolinearlo. Quegli ideali di libertà e giustizia invocati da Bruto sono gli stessi per cui loro, ormai, per quanto si possano battere, non potranno mai più realizzare. Il loro passato e quell’angusto spazio che li racchiude ora e per sempre glielo impediscono. Contraddizioni che i Taviani cavalcano al meglio, riuscendo spesso con una sola inquadratura o un taglio di montaggio a raccontare anche queste parti della storia, quelle nascoste e che sono in realtà la vera ragione del film.

Cesare deve morire Il risultato è quindi una pellicola vibrante sia di significati che di immagini. Il film scorre veloce, ci vuole un attimo per sentirsi dentro la storia. Non ci si immedesima nei detenuti, ma si riesce comunque a comprenderli e a provare empatia. Ed è vero, ci sono un paio di riflessioni un po’ retoriche e il bianco e nero utilizzato quasi per tutto il film non sembra sempre necessario, ma quando scorrono i titoli di coda la sensazione finale è comunque quella di aver assistito ad un grande film e ad un Orso d’oro meritato.

7.5

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