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Carter Recensione: su Netflix un action esagerato

Jung Byung-gil, già regista dell'ottimo The Villainess, firma un action esasperato in un unico, finto, pianosequenza, tra spy-story e zombie-movie.

Carter Recensione: su Netflix un action esagerato
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Il fenomeno Carter sta esplodendo su Netflix, un po' come l'epidemia che nella pellicola ha riunificato in chiave pandemica la penisola coreana, senza fare distinzioni tra il Nord e il Sud di una nazione da così tanto tempo divisa. Gli infetti diventano preda di incontrollabili atti di violenza e per chi si imbatte in uno di loro non vi è scampo. Il dottor Dr. Jung Byung-ho sta studiando una cura ma è scomparso nel nulla insieme a sua figlia Ha-na, la quale potrebbe possedere gli anticorpi necessari ad annullare gli effetti del virus.

A due mesi dall'outbreak un uomo si risveglia in una camera d'albergo, circondato da agenti della CIA che gli puntano una pistola alla testa, ritenendolo direttamente coinvolto nella scomparsa del luminare. Senza memoria, scopre di chiamarsi Carter e di poter comunicare a distanza con una voce femminile nella sua testa, che gli ordina le prossime mosse da eseguire per poter sopravvivere. Sfuggito in maniera rocambolesca a coloro che volevano catturarlo, il protagonista si trova coinvolto in un intrigo che coinvolge non solo i servizi segreti statunitensi ma anche l'intelligence del Nord e Sud-Corea, apparentemente collaboranti per cercare di fermare la minaccia. Ma minuto dopo minuto Carter scopre dettagli sempre più inquietanti sul suo passato e sulla sua reale identità...

Carter: assassini e spie

Cinque anni fa ci aveva regalato uno degli action-movie più esaltanti degli ultimi tempi, quel The Villainess - L'assassina (la nostra recensione di L'assassina è a portata di clic) che si proponeva come versione moderna e adrenalinica di un classico come Nikita (1990). Un instant cult immediato fin da quel primo, strepitoso piano sequenza in prima persona che ci trascinava subito nel pieno dell'azione: quattro minuti di standing ovation a Cannes e un consenso pressoché generale da parte di pubblico e critica, tanto da garantire al regista l'esordio a Hollywood. Il prossimo lavoro di Jung Byung-gil sarà infatti l'atteso Afterburn con Gerard Butler.

Ma nel frattempo il Nostro non è rimasto con le mani in mano e in esclusiva per Netflix ha realizzato un'altra follia action, ancora più ambiziosa che in passato. Con Carter ci troviamo infatti di fronte ad un unico, finto, piano sequenza, sulla scia di quanto operato da Sam Mendes con 1917 (2019). In quest'occasione gli stacchi sono ancora più evidenti anche perché la camera si allontana spesso dal protagonista, per esibirsi in funambolici voli d'uccello o per cambiare spasmodicamente punti di vista, in un'ottica senza dubbio virtuosa ma anche paradossalmente confusionaria.

Una vena quasi fumettistica quella adottata, con l'esagerazione a farla da padrona assoluta: bisogna avvicinarsi al film con una certa sospensione dell'incredulità, giacché qui - molto più che in altre produzioni coeve - le situazioni nelle quali si ritrova catapultato l'atletico protagonista superano ben presto la soglia dell'assurdo. E, fattore ancor più emblematico, si susseguono senza sosta e in un ipotetico tempo reale (tranne un brevissimo flashback nelle fasi finali, sempre e comunque visivamente collegato per non spezzare l'artificio di messa in scena) per due ore e dieci di visione, con rarissimi tempi morti a intervallare le varie evoluzioni / sparatorie.

Un frullato senza mezze misure

Carter cita continuamente cult più o meno conosciuti, sia occidentali che orientali: da saghe storiche come quelle di Jason Bourne e Mission: Impossibile a cult dell'estremo oriente quali il connazionale The Man from Nowhere (2010) o il thailandese Chocolate (2008), o ancora a progetti totalmente schizzati come Hardcore! (2015) di omaggi ve ne sono parecchi, poco importa se consapevoli o meno.

Jung opta per un eclettismo esagitato che rischia di trasformarsi in più occasioni in un mero esercizio di stile, togliendo parziale naturalezza a quella fisicità che sarebbe stata maggiormente efficace. Il preponderante uso del digitale in diversi passaggi, soprattutto quando sono coinvolti veicoli terrestri o aerei, rischia di abbassare ulteriormente quel minimo di verosimiglianza necessario anche per il genere, e le continue esplosioni - realizzate con effetti speciali mediocri - sembrano più un vezzo gratuito che effettivamente necessario, come confermato anche dall'ultima sequenza che chiude il film in modo ambiguo. Se in The Villainess l'azione era al servizio di una storia non certo originale ma comunque coesa ed appassionante, potente contare su una protagonista carismatica, in questo caso ci troviamo a che fare con personaggi anonimi, semplici pedine di un impianto ludico che continua ad aggiungere e aggiungere nella speranza di coprire le evidenti falle narrative.

Se dal punto di vista geopolitico la sceneggiatura inanella una serie di svarioni ben più che improbabili, l'anima da zombie-movie appare come escamotage altrettanto velleitario, facendo rimpiangere non solo i morti viventi di Train to Busan (2016) ma anche quelli della più recente serie, sempre esclusiva Netflix, Non siamo più vivi (ne abbiamo parlato nella nostra recensione di Non Siamo Più Vivi). Che sia a bordo di motociclette, di jeep, di treni, elicotteri o aerei, con tanto di lunga e sfiancante sequenza sospesi in volo che appare più finta delle altre, Carter spinge sempre e comunque sull'acceleratore, pronto a tutto pur di recuperare i ricordi perduti e a salvare il suo Paese e la sua famiglia. Una caricatura action tonitruante e allucinogena, tanto divertente quanto fine a se stessa.

Carter Un ininterrotto piano sequenza figlio del digitale, finto nei suoi virtuosismi di camera e in una regia verticale, orizzontale e obliqua che non si ferma davanti a niente e nessuno come il suo monolitico protagonista, uomo senza passato pronto a ritrovare i propri ricordi per salvare non solo le due Coree ma prima di tutto i suoi cari. Carter è un film senza compromessi, un action esagerato che ci trascina in due ore e dieci senza sosta di pura azione all'insegna dell'esagerazione, dove l'impossibile diventa possibile tra furiosi inseguimenti su mezzi aerei e terrestri, scene di combattimento "uno contro mille", virus che creano infetti zombie e una superficiale spy-story a cavallo tra il Nord e il Sud della penisola asiatica. Jung Byung-gil fa un passo indietro rispetto al precedente, memorabile, The Villainess - L'assassina (2017) e si fa prendere dagli eccessi senza ponderare bene la scrittura e dando vita a situazioni e reazioni ben più che improbabili, che tolgono fascino al comparto narrativo e rendono il tutto un semplice giocattolone a tema, tanto divertente quanto gratuito.

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