Recensione Carta Bianca

Andrés Arce Maldonado e il ritratto crudo e crudele di tre esistenze in lotta con le loro vite ai margini

Recensione Carta Bianca
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In una Roma anonima, sprezzante e inespressiva si muovono e si intrecciano le vite di tre esistenze nate (o ridotte) ai margini da un destino che appare sempre più buio e impietoso. C'è Vania, una ex prostituta moldava che tenta vanamente di scrollarsi di dosso il fardello di un passato tragico oramai tradottosi in un presente spietato; poi c'è Kamal, giovane e affascinante ragazzo tunisino con la passione per i libri e la speranza di ottenere quel permesso di soggiorno in grado di migliorare per sempre le sorti del suo destino; infine c'è Lucrezia, imprenditrice romana volitiva e tenace, stretta nella morsa della crisi e finita suo malgrado nelle maglie di un usuraio senza scrupoli. Tre mondi diversamente ai margini che nel loro sfiorarsi e intrecciarsi determineranno il definitivo cambio di rotta dei propri destini.

Una via di fuga che non c'è

Dopo Falene, film del 2011 che inquadrava con una messa in scena fortemente teatrale la voglia di evasione di due amici da una realtà periferica asfissiante, il filmaker e musicista colombiano (oramai stabile a Roma dal 1984) Andrés Arce Maldonado, realizza con Carta bianca un'opera seconda che segna senza dubbio un traguardo di maturazione registica rispetto a quel primo lavoro. Ancora una volta incentrato su una voglia/necessità di fuga da uno stallo esistenziale che qui (ancor più che in Falene) appare ancorato al dramma della fine, della morte, Carta bianca sfrutta la sua struttura a incastri per narrare un carosello di drammi circolari e apparentemente senza via di fuga. Una regia invasiva e insinuante segue i tre protagonisti attraverso i loro primi piani d'angoscia e paura, nei loro momenti di tensione e riflessione, senza abbandonarli mai e creando tra loro un fil rouge di sospensione umana ed esistenziale che cresce con il passare dei minuti. A transitare per lo schermo si alternano dunque il dramma di una clandestinità che segna l'esclusione dalla possibilità di vivere liberamente, essere riconosciuti come parte della società (Kamal); il logorio di scelte fatta per sopravvivenza (la prostituzione) e che poi (inesorabilmente) tornano a chiedere un conto sempre troppo alto da pagare (Vania); e, ancora, il tentativo disperato di lottare senza scendere a compromessi con la propria umanità/personalità (Lucrezia). Maldonado mescola questi volti e questi variabili stati di disagio per creare un ritratto freddo (come la fotografia usata, spesso caratterizzata da ambienti bui) e spietato di un mondo ostile che non concede (quasi mai) seconde chance. La crudezza del racconto è così raccordata al lento vanificarsi di quella speranza, una luce lontana che invece di avvicinarsi tende a mostrarsi a lungo andare sempre più fioca e irraggiungibile. Un raccordo emozionale non perfetto ma senza dubbio sincero che trova nelle buone interpretazioni dei tre protagonisti (Mohamed Zouaoui, Tania Angelosanto, Patrizia Berardini) la giusta dimensione della tensione umana.

Carta Bianca Alla sua opera seconda (dopo Falene del 2011) il regista colombiano (trapiantato a Roma) Andrés Arce Maldonado firma con Carta bianca un importante passo verso la sua maturazione registica. Film non perfetto ma assai sincero nel suo rappresentare i molti volti di una società disfunzionale, Carta bianca è capace di avvolgere lo spettatore nella sua atmosfera di non-speranza, nel suo spietato mondo di disillusione. Un regista dunque sempre più interessato a quella marginalità logistica ed esistenziale che racchiude in sé mondi comunque ricchi e complessi, dove lo spirito di sopravvivenza tende a tradursi in profondità umane sempre assai sfaccettate e interessanti.

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