Caro Evan Hansen Recensione: il discreto musical con Ben Platt

Caro Evan Hansen arriva dal teatro al cinema, ma l'universalità e l'emozione del tema non riescono ad essere riprodotte bene davanti la camera da presa.

Caro Evan Hansen Recensione: il discreto musical con Ben Platt
Articolo a cura di

Il musical Caro Evan Hansen debutta nel 2015 a Washington e nel 2016 a Broadway. I compositori e ideatori del libretto Benj Pasek e Justin Paul sono gli stessi che nel 2017 si aggiudicheranno l'Oscar per la miglior canzone con City of Stars che abbiamo incontrato nella nostra recensione di La La Land, e che fanno doppietta nel 2018 con il brano This Is Me per il musical che potete riscoprire nella recensione di The Greatest Showman). Una carriera avviata, un talento esplosivo, che nel lavoro presentato a teatro è stata ancora consacrata dal successo con il Tony Awards nel 2017 dimostrando di poter parlare con tenerezza e dolore anche di temi spinosi e sofferenti.

È il caso della fobia sociale del protagonista di Caro Evan Hansen, della sua insicurezza continua che lo porta a escludersi dal resto del mondo, di cui diventerà però il centro dopo il suicidio di un suo compagno di scuola che tutti crederanno essere stato suo amico. Il motivo è una lettera che Evan (Ben Platt) ha scritto a se stesso, ma che il giovane Connor (Colton Ryan) gli ha rubato il medesimo giorno della propria morte dimenticandola nelle sue tasche.

Quello che sembra un biglietto di addio è in verità un esercizio consigliato a Evan per riuscire ad esprimere le proprie emozioni. Quelle che diventeranno di dominio pubblico, scambiandole per i sentimenti di Connor e che lo costringeranno a esporsi più di quanto abbia mai fatto.

L'importanza del parlare della salute mentale

Non è certamente da tutti saper riportare in forma musicale i problemi legati alla salute mentale e a tutte le insicurezze che da questa possono derivare. Il sentirsi esclusi, l'impossibilità di sapersi relazionare con gli altri, l'indossare una maschera di sorrisi e positività quando nel corso delle giornate si ingeriscono pasticche per l'umore per non finire direttamente dentro a un baratro.

Il potere dell'arte è però esattamente quello di alleviare un peso che tutti i giorni siamo costretti a portare sulle nostre spalle in questa ansia di dover sopravvivere ogni giorno. È un grandissimo merito quello che bisogna dare a Caro Evan Hansen, che sicuramente con la sua versione teatrale ha saputo smuovere un'empatia che non solo ci ha permesso di riconoscere le difficoltà dell'altro, ma di entrare prima di tutto in contatto con quei disagi che proviamo noi stessi. Una base del racconto che nessuno può perciò contestare, ma che va ponendosi sotto tutt'altri riflettori quando si tratta di doversi approcciare alla trasposizione cinematografica dell'opera, di cui rimane alle fondamenta il fulcro narrativo che si perde nel momento in cui deve trasmettere coinvolgimento e emotività.

Dal teatro al cinema

La causa principale è l'inconciliabilità della scelta di casting con le età dei personaggi. Ad interpretare a teatro Evan Hansen era il talentoso Ben Platt che riprende il ruolo anche al cinema. Ma se sul palcoscenico è assai più semplice giocare con l'illusione (considerando che anche l'età dell'artista è aumentata nel tempo), il cinema richiede quel minimo grado di credibilità che possa rendere verosimile la storia con ciò che è possibile riscontrare nella realtà.

Risulta dunque difficoltoso credere all'età adolescenziale di Platt rispetto a quella che dovrebbe avere il suo protagonista, falsando in continuazione le percezioni dello spettatore, che potrà pur rimanere colpito dall'ugola d'oro dell'attore, eppure non potrà che contestarne la plausibilità all'interno dell'opera. Inattuabilità derivante anche dalla performance in sé di Ben Platt. Sempre in una distinzione tra teatro e cinema, se sul palcoscenico le espressioni e i gesti devono risultare ampi e declamatori, davanti alla macchina da presa è la sottrazione ciò che più funziona soprattutto in momenti di intensa emozione. È invece un'esasperazione del personaggio quella che va offrendo l'interprete, allontanando in questo modo il protagonista dal pubblico e instaurando una complicità altalenante tra chi osserva e chi viene osservato. Alternanza che non permette al film di avvolgere completamente lo spettatore durante la visione di Caro Evan Hansen, che va toccando nel profondo quando racconta dell'universalità di sentirsi fragili nella vita di tutti i giorni, e che commuove quando mostra quanto siamo simili sotto la scorza di mille paure.

La portata sentimentale e riflessiva del film sa controbilanciare una monotonia e una piattezza che purtroppo non permettono alla pellicola di smuovere l'interiorità a pieno, comprendendo l'importanza del tema ma semplificando l'aria complessiva del film nel momento in stesso in cui viene messo in scena. Un musical che può godere della bravura di Benj Pasek e Justin Paul, della voce di Ben Platt e della consapevolezza che della salute mentale si può e si deve parlare. Ma l'emozione è da tutt'altra parte, forse in questo caso su una poltrona al centro di un teatro.

Caro Evan Hansen Caro Evan Hansen arriva dal teatro al cinema, portando con sé l'attore Ben Platt. Se a teatro la verosimiglianza non è una regola ferrea, al cinema c'è bisogno di una credibilità che l'attore non riesce a restituire al suo protagonista adolescente, donandogli un'interpretazione esasperata come se si trovasse su un palcoscenico e non davanti alla macchina da presa. Questo influisce sul coinvolgimento del pubblico, che saprà commuoversi per l'universalità del tema legato alla salute mentale, ma a cui rimarranno sempre diverse riserve sulla riuscita complessiva del film.

6

Che voto dai a: Caro Evan Hansen

Media Voto Utenti
Voti: 2
5.5
nd